Cudicini: “Balo? Non l’avrei ripreso. Scudetto? Se torna Strootman lo vincerà la Roma

Pubblicato il autore: Gianfranco Mairone Segui

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Grande portiere del passato Fabio Cudicini oggi spegne 80 candeline, definito il “ragno nero” ex tra le altre di Roma e Milan. Per questo giorno speciale sii concede una intervista alla Gazzetta dello Sport dove affronta vari temi del passato ed anche del presente, si parte con il rifiuto all’Inter: “Lo rifiutò mio papà. Non voleva che lasciassi Trieste, dove frequentavo la terza liceo scientifico. Così l’esordio in A è arrivato a Udine, ma che fatica! Bigogno negli allenamenti mi legava con le corde ai pali, per insegnarmi a trovare la giusta posizione, fino alle otto di sera. Poi il salto a Roma con una Coppa Italia e prima ancora, nel 1961, la Coppa delle Fiere. Da Roma non me ne sarei mai andato, ma un infortunio all’anca fece credere che ero mezzo rotto, così mi ritrovai al Brescia. Poi è arrivato il Milan, grazie anche a Rocco e a Zoff. Dino doveva andare al Milan ma lo prese il Napoli e il Milan ripiegò su di me. A 31 anni molti pensavano che fossi finito. Persino Rocco mi rimproverò: ‘I me ga dito che a Roma no te gaveva voja de lavorar’. Mi massacrava in allenamento e un giorno piansi. Prima della partita contro il Lewski mi disse: ‘Fazo zogar tsolo perché te xe alto e xe quel mona de Asparukov’. E da quella volta non sono più uscito”. I momenti belli in rossonero: “Mi chiamava “el longo”, ma anche “Rosenthal” perché diceva che ero fragile come una ceramica pregiata. Il primo anno abbiamo vinto scudetto e coppa delle Coppe, l’anno dopo la coppa dei Campioni, con le sfide al Celtic e al Manchester e infine l’Intercontinentale con l’Estudiantes”. Il suo soprannome era “ragno nero”: “Giocavo con la calzamaglia nera per ripararmi dal freddo e siccome feci grandi parate gli inglesi mi definirono “black spider”, ragno nero appunto, come il mitico Jascin, un onore. A Manchester in campo volava di tutto, biglie di ferro e pezzi di ghisa. Rosato aveva perso due denti su gomitata di Stiles e sanguinava, io fui colpito alla testa. Il dottor Monti si precipitò da me, ma io volevo giocare e rimasi in campo, senza fare scene”. Poi la fede rossonera è rimasta: “Dal 1967. Fino a due anni fa, quando avevo le tessere, andavo sempre a S.Siro. Adesso tifo da casa. Balotelli? Si dice che è difficile da gestire ma è un campione. Vado controcorrente, lo discuto a livello tecnico. Non è un campione perché non ha fatto molti progressi da quando era nelle giovanili dell’Inter, Mi sembra sopravvalutato, non l’avrei ripreso”. La Roma è favorita per il campionato?: “Mi chiamava “el longo”, ma anche “Rosenthal” perché diceva che ero fragile come una ceramica pregiata. Il primo anno abbiamo vinto scudetto e coppa delle Coppe, l’anno dopo la coppa dei Campioni, con le sfide al Celtic e al Manchester e infine l’Intercontinentale con l’Estudiantes”. Il suo soprannome era “ragno nero”: “Giocavo con la calzamaglia nera per ripararmi dal freddo e siccome feci grandi parate gli inglesi mi definirono “black spider”, ragno nero appunto, come il mitico Jascin, un onore. A Manchester in campo volava di tutto, biglie di ferro e pezzi di ghisa. Rosato aveva perso due denti su gomitata di Stiles e sanguinava, io fui colpito alla testa. Il dottor Monti si precipitò da me, ma io volevo giocare e rimasi in campo, senza fare scene”. Poi la fede rossonera è rimasta: “Dal 1967. Fino a due anni fa, quando avevo le tessere, andavo sempre a S.Siro. Adesso tifo da casa. Balotelli? Si dice che è difficile da gestire ma è un campione. Vado controcorrente, lo discuto a livello tecnico. Non è un campione perché non ha fatto molti progressi da quando era nelle giovanili dell’Inter, Mi sembra sopravvalutato, non l’avrei ripreso”.

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