Gervasoni choc: “Ho truccato una dozzina di partite”

Pubblicato il autore: Pierluigi Persano Segui

CALCIOSCOMMESSE: COMINCIATO INTERROGATORIO GERVASONI

“Ho truccato una dozzina di partite dove ero io in campo, poi ho cercato di combinarne altre dove non giocavo. Ed era più facile corrompere gli italiani che gli stranieri”. Sono queste le dichiarazioni choc di Carlo Gervasoni, ex calciatore e testimone chiave dell’inchiesta sul calcioscommesse, rilasciate nell’intervista che andrà in onda questa sera su Italia 1 nella prima puntata di “OpenSpace”.

Ma come si fa a truccare una partita? “La struttura portante di una squadra è fondamentale, ovviamente se si ha il portiere si parte avvantaggiati, poi se hai l’attaccante e un difensore è molto più facile. Gli italiani si ponevano problemi all’inizio, poi quando avevano la mazzetta prima della gara, era più semplice. Dare un numero esatto dei calciatori che ho contattato per le combine è complicato perché c’è ancora un processo, ma più o meno sono riuscito a contattarne una sessantina. Su questi sessanta solo due hanno detto no, un italiano e uno straniero”.

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Poi Gervasoni spiega come funziona il “clan degli zingari”: All’inizio è come un corteggiamento, siamo andati a cena e ci hanno fatto capire quello che dovevamo fare. Loro scommettevano su piattaforme asiatiche dove potevano evitare di essere tracciati. Il clan era molto organizzato, ogni 20-30 giorni mi cambiavano la sim del telefono ma principalmente ci sentivamo su Skype. È durata fino al maggio 2011″.

Il “pentito” Gervasoni ricorda bene la prima volta: “La partita era Albinoleffe-Pisa, febbraio 2009. Ci hanno dato 100 mila euro da spartire, la combine la proposi a un buon numero di giocatori, sei o sette”.
Poi non usa mezzi termini per giustificare le sue azioni: “Mi sono venduto le partite per soldi, anche se guadagnavo bene, fino a 15 mila euro al mese”.

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“Sono pentito e ho sbagliato, ma se l’ho fatto è perché mi andava bene il fatto di guadagnare in poco tempo così tanti soldi. Mi sono sentito una merda, fingevo anche con i miei compagni perché a volte ho giocato anche contro la mia squadra”.

Poi Gervasoni conclude così: “Ho deciso di parlare per togliermi un peso non facile da tenere dentro, ma se non mi avessero beccato sarei andato avanti”.

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