Il marchio del Campione: il “gol alla…”

Pubblicato il autore: Sergio Campofiorito Segui

Pelè in gol contro l’Italia

Si può realizzare il gol della vita, ma inevitabilmente qualcuno di più famoso ne avrà segnato uno simile in passato e così, dopo un primo momento di celebrità, l’impresa servirà soltanto a rinverdire il mito dei grandissimi. Se non è la legge di Murphy, è più prosaicamente “la dura legge del gol”. Ecco i cinque tipi di marcature protetti da sempiterno copyright e qualche esempio di chi può gloriarsi di aver segnato alla…
… Bettega. C’è il tacco di Dio (Socrates) ed il tacco di Allah (Madjer), ma soltanto quello di Roberto Bettega ha castigato il Diavolo. Era 31 ottobre 1971, giorno perfetto per gli esorcismi, quando al 28′ di un Milan – Juve, Bobby gol raccoglie un tracciante dalla destra di Causio e, spalle alle porta, s’inventa la meraviglia che beffa Cudicini. Per la cronaca, la partita finirà 1 – 4, per la storia, resterà il gol alla Bettega. Le più recenti prodezze di Crespo, Quagliarella e Palacio (ancora contro il Milan) non intaccano i diritti di uno dei più grandi centravanti italiani di sempre.
… Del Piero. Ancora uno juventino doc, è il 13 settembre del 1995 (prima giornata del gironcino di Uefa Champions League) quando Alessandro Del Piero, riceve palla da Sousa e s’invola sulla sinistra, manda in coma etilico la difesa del Borussia Dortmund e col destro pennella un arcobaleno che si spegne all’incrocio dei pali, uccellando Klos. Un’istantanea che diventerà presto il ritratto di Pinturicchio: non sarà, infatti, l’unico gol del genere. Il tabellino finale reciterà Borussia 1 – Juventus 3, la memoria riporterà il gol alla Del Piero.
… Maradona. E pensare che una volta il gol alla Maradona lo avevamo in casa. Si chiamava “l’invito” ed il marchio era di Giuseppe Meazza. Leggenda narra che durante un Inter – Roma, Peppino invitò per ben tre occasioni il portiere avversario, tale Ballante (nome omen) all’uscita, dribbling secco e gol. La quarta volta, il malcapitato restò inchiodato tra i pali ed il Balilla lo battè facilmente, quindi Ballante festeggiò (!) e lo sferzò col gesto dell’ombrello “Tiè, stavolta non mi hai fregato, non sono uscito”, lo sventurato rispose. Il gol alla Meazza, che dribbla tutti ed entra in porta col pallone, fu ricalibrato in mondo visione da sua maestà Diego Armando Maradona. Quarti di finale del Campionato del Mondo, Messico 22 giugno 1986: il pibe de oro prende palla a centrocampo, ne scarta cinque, fa l’invito a Shilton e lo trafigge per quello che è considerato il gol più bello di ogni tempo. Caso unico, come l’autore, nello stesso incontro ci sarà un altro gol considerato alla Maradona, passato alla memoria come la mano de Dios. Maradona 2 – Inghilterra 1, con buona pace di Meazza. Poteva l’erede del numero 10 argentino essere da meno? Lionel Messi in Coppa del Re, 16 gennaio 2014, manda ai matti mezzo Getafe (2 – 0) prima di accarezzare il cuoio in fondo al sacco; sette anni prima, vittima l’Espanyol, ecco il ciclostile della mano de Dios. Vizietto argentino (vero Lavezzi?) al quale anche Gilardino (26 ottobre 2008, Palermo – Fiorentina 2 – 3) ha ceduto.
… Pelè. Di grandi colpitori di testa, gli almanacchi traboccano, ma se uno si chiama Pelè si partecipa soltanto per il secondo posto. Finale mondiale Coppa Rimet, 21 giugno 1970, Italia (reduce dall’infinita ItaliaGermaniaquattroatrè) e Brasile si contendono il titolo a Città del Messico. Al 18′, Pelè ascende al cielo come un angelo nero, resta un quarto d’ora aggrappato alle nuvole e scaraventa alle spalle di Albertosi l’1-0. Burgnich, che pure non era un abatino (ahi quei sei minuti di Rivera!) può soltanto imprecare il non riportabile. Finisce 4 – 1 per i verdeoro, nella loro formazione più forte di ogni tempo. Ai giorni nostri, soltanto Cristiano Ronaldo può avvicinarsi a cotanta estasi di perfezione, anche se la serie A ricorda volentieri Bettega (ancora lui!), Aldo Serena, Marco Van Basten (a tra poco…) ed il teutonico Oliver Bierhoff che se avesse potuto, avrebbe tirato anche i calci di rigore con la testa.

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Van Basten. Il centravanti più forte di sempre, fermato soltanto dall’invidia degli dei quando si apprestava a diventare il più grande. Reti di testa, di destro, di sinistro, al volo, su rigore, in rovesciata, da fuori area, di opportunismo… cosa scegliere quando si dice “gol alla Van Basten”? Finale dei Campionati Europei, 25 giugno 1988, Olanda – URSS (2 – 0). Il Cigno di Utrecht raccoglie uno spiovente da sinistra e da posizione impossibile detona uno scud che incenerisce Dasayev. Crolla la babele dei telecronisti mondiali, uniti dalla parola “incredibile”. Un incanto imitato negli anni da insospettabili della pedata (Stefan Rodevag, Allsvenran, campionato svedese), Christian Maggio (ebbene sì, Livorno – Napoli 0 – 2, serie A 2010), fino al recente Marco Benassi in Torino – Palermo 2 – 1. Glorie effimere asservite al ricordo di Marco Van Basten, il gigante dalle caviglie di argilla.
Menzioni d’onore per le punizioni alla Platinì (ma anche alla Pirlo, Juninho, Baggio, Roberto Carlos, Mihajlovic per tacere dello stesso Maradona), i gol di rapina alla Gerd Muller (e Inzaghi) i cucchiai di Totti (e quelli ancora di Pirlo), il coast to coast alla Weah (e prima di Berti), gli assist alla Rivera e, fuori concorso, lo scorpione di Higuita, parata folle di un portiere alla Higuita. Inimitabile.

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