Roma-Empoli ancora senza la Curva Sud. Chi vuole il dialogo e chi la repressione?

Pubblicato il autore: Simone Meloni Segui

20150920_160851Non è bastata la live chat con Pallotta. Non sono bastate le rassicurazioni sull’impegno della società “dietro le quinte” per risolvere l’ormai intricata vicenda della Curva Sud. I ragazzi dei gruppi organizzati non ci saranno neanche oggi, e con tutta probabilità la cosa si ripeterà nel futuro prossimo contro l’Udinese, e soprattutto nel derby dell’8 novembre, in cui le curve di Roma e Lazio non presenzieranno, lasciando spazio a un clima surreale, che qualifica appieno lo stato di salute del nostro malandato calcio.

Dicevamo della live chat con il presidente Pallotta. In queste settimane in molti avevano incolpato la società di immobilismo, pretendendo una presa di posizione chiara nei confronti della folle repressione in atto allo stadio Olimpico dall’inizio della stagione. E’ chiaro che dietro questo silenzio ci sia soprattutto un’ingerenza di questura e prefettura, che da mesi tengono ormai sotto scacco le due società capitoline. E’ altrettanto vero, però, che le stesse, partecipando alla famosa tavola rotonda estiva, in cui decisioni come la divisione delle curve e la massiccia presenza di poliziotti attorno allo stadio sono state messe nero su bianco, non scendono certo dalle nuvole. E’ magari comprensibile che non pensassero si attuasse tutto in una maniera così veemente e discriminatoria.

Certo. James Pallotta from Boston non può, per ovvie ragioni, conoscere meticolosamente la situazione italiana, ed in particolar modo quella romana. Difficile, nel suo modo di ragionare d’Oltreoceano, comprendere e immaginare che nel Belpaese i tifosi, da ormai un decennio, sono troppo spesso ostaggio e vittime di una campagna denigratoria, tendente, a volte, a raccontare bugie veritiere in grado di spostare l’attenzione dell’opinione pubblica su inezie rispetto ad avvenimenti ben più gravi e importanti per la collettività. Questa non conoscenza dei fatti, oltre ad alcune esternazioni fuori luogo come il famoso “fucking idiots”, hanno portato al totale scollamento nei rapporti tra buona parte del tifo e il club. Ed in molti credono che quest’ultimo non abbia nessuna intenzione di recuperarlo. Eppure basterebbero dei passi indietro, da ambo le parti, ovvio, ma il segnale, a mio avviso, dovrebbe partire dalla società.

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E’ lapalissiano che la frattura di questo rapporto risenta anche di situazioni pregresse, che molti supporters non hanno proprio mandato giù. Dal cambio di stemma senza essere interpellati (il referendum non è reato, ne è la dimostrazione la corrente campagna del Manchester City che per il medesimo motivo sta consultando i propri tifosi), allo spropositato aumento dei biglietti, passando per l’insistenza con cui si è sponsorizzata una data di nascita diversa dal 22 luglio 1927. Piccolezze per molti, ma perché, mi chiedo, intaccare le poche certezze che molti tifosi hanno nella vita, senza neanche renderli partecipi? Siamo in parecchi ad avere pochi sogni nella vita. La Roma ed il calcio rientrerebbero tra questi. Ed allora facciamo uno sforzo tutti assieme perché non vengano devastati. Va bene il business, capisco che non siamo più negli anni ’80, va bene tutto. Ma su questi dettagli si dovrebbe soprassedere e mostrare adorazione verso chi questo sport continua a seguirlo consentendogli di essere tra le prime industrie al mondo.

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Dire che il trattamento subito dai tifosi, che hanno sborsato preventivamente 270 Euro per un certo modo di andare allo stadio, trovandosi poi a una situazione totalmente diversa, non è certamente reato di lesa maestà. Se quel barlume di democrazia e libertà d’espressione, come ci dicono si dalle scuole elementari, esiste, bisogna darne dimostrazione proprio ora. In un momento così difficile e triste per l’Urbe Immortale, continuamente uccisa e stuprata dai suoi gestori/aguzzini. Non va bene far passare queste persone per ciò che non sono. Qualcuno ha osato sostenere che circa 5.000 persone tengono questo comportamento per interesse. Lor signori dovrebbero spiegarci dove sta l’interesse a non usufruire di un evento profumatamente pagato in anticipo. Qualcuno non riesce proprio a capire che la mente umana può anche muoversi ed azionare i propri ingranaggi, compiendo azioni dettati dal cuore, dalla dignità e dalla passione, anziché dal tornaconto personale? Ovvio, magari nel recente passato i tifosi organizzati hanno peccato nell’essere spesso autoreferenziali, ma si riesce per un momento ad uscire dallo stupido schema pregiudizievole “questi fanno questo perché sono così”?

Nel suo immenso bagaglio culturale, che molti ignorano e sbeffeggiano, Roma annovera anche quello sportivo. Ed in questo sono comprese le due curve di Roma e Lazio. Settori che, facendo da contraltare ai pochi successi delle rispettive squadre, hanno mostrato sempre al mondo la passione l’unicità con cui il romano si approccia al pallone. Tutto ciò non va perso. E la battaglia civile e pacifica con la quale stanno affrontando tutto ciò, nonostante sin da Roma-Siviglia ci sia chi fa di tutto per provocare ed innervosire i tifosi augurandosene una pronta e violenta risposta, va tenuta in considerazione e rispettata. In qualunque modo si pensi.

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Ci siamo dimenticati con troppa fretta di essere il paese delle rivendicazioni sociali per antonomasia. I nostri padri, i nostri zii e le generazioni che ci hanno preceduto hanno spesso fatto dei principi un cavallo di battaglia. Perché adesso dare un calcio a tutto ciò e tifare per l’appiattimento sociale, non solo allo stadio? Facciamo sì che non diventi normale comminare sanzioni e interdizioni a ragazzi che si radunano fuori uno stadio per protestare pacificamente, oppure multare chi cambia un posto allo stadio per esultare o fare o tifo e peggio ancora far apparire normale il controllo da check-in aeroportuale in un luogo che dovrebbe significare divertimento e aggregazioni. Ricordatevi sempre che tutto ciò che passa per lo stadio, tornelli docet, prima o poi viene esportato nella società civile. E siate sicuri, abbiamo tutti da perderci.

 

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