C’era una volta il calcio: metamorfosi totale di quello che era il sogno dei bambini

Pubblicato il autore: Luca Bonaccorso

Calcio-malato

Come ogni favola che si rispetti, anche questa inizia con un C’era una volta
Piccola premessa però: visto che manco per le Serie TV si riescono a mantenere i segreti e siamo costretti a sorbirci milioni di anticipazioni che ci tolgono sempre la sorpresa, ne approfitto della situazione di vantaggio per togliere io la sorpresa a voi e anticiparvi di che si tratta.
Rimarrete shoccati: non vedrete principi e principesse ma calciatori (o presunti tali) e veline (o letterine, conduttrici, modelle, showgirl e tutte coloro che hanno un bel fisico per lui e un bel stipendio e tanta visibilità per lei), niente cavallo bianco ma cavallini rampanti di svariato colore, nessuna strega cattiva ma allenatori severi, gli alleati dei protagonisti si chiamano procuratori, il Paese dei Balocchi adesso ha sede a Manchester, Madrid, Barcellona e Parigi, le carrozze sono diventate limousine, le pergamene sono stati sostituiti da strani aggeggi tecnologici chiamati smartphone e IPhone, i pittori sono scomparsi e i ritratti te li fai da solo con i selfie. Ah e i segnali di fumo non esistono più: adesso o tagghi o twitti.
E ricordatevi che le migliori favole sono in esclusiva per i prossimi tre anni solo su…
Bande alle ciance: iniziamo.
C’era una volta un oggetto sferico, rotondo, con toppe bianche e nere e tutti quanti lo chiamavano pallone: era il miglior amico dei bambini e lo diventava tramite due fasi. La prima era quando te lo regalavano; in quel momento gli occhi luccicavano, lo abbracciavi e magari te lo tenevi accanto anche quando dormivi: la seconda invece era tutti i giorni, quando lo calciavi per ore e ore, dimenticavi qualsiasi cosa e trovavi sempre nuovi amici con cui confrontarti.
Nella favola attuale invece è cambiato tutto (pure il colore del pallone tra l’altro visto che le divinità del marketing sfoggiano orribili sfere gialline, rosella, arancio e chi più ne ha più ne metta): adesso se regali una palla ad un bambino nel 70% dei casi c’è l’indifferenza. Crescono guardando esempi negativi e superati gli 8 anni già l’unica cosa a cui pensano sono i telefonini, i videogiochi e quant’altro rintani queste povere creature dietro ad uno schermo a discapito della libertà che può darti uno sport: andando avanti con le generazioni poi è evidente che tirano molto di più i social network che i tornei con gli amici o le intramontabili figurine Panini.
Se da un lato però li attacchiamo questi giovani, dall’altro è inevitabile ammettere che hanno ogni porta chiusa: nonostante l’Italia sia piena di giovani ambiziosi, i settori giovanili delle nostre società sono piene zeppe di stranieri, di cui pochi di reale talento. Chi fa bene in Primavera, anzichè esser aggregato alla prima squadra costantemente, viene ceduto in prestito nei campionati minori: alcuni esplodono, altri si perdono:  tutto questo perchè comunque le squadre titolari sono pieni di giocatori provenienti da tutte le parti del mondo.

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Non mi credete? Guardate questi dati di ieri, relative agli italiani in campo negli undici titolari:
Inter 1/11,  Roma 0/11  (poi è entrato Florenzi), Fiorentina 3/11, Genoa 2/11, Napoli 1/11 , Udinese 1/11, Lazio 3/11, Sampdoria 4/11.  Degni di nota invece i 7/11 del Milan (e mancavano Bertolacci e Bonaventura), i 9 italiani del Carpi e i dieci su undici in campo con la maglia del Sassuolo.
Non è un caso tra l’altro che gli italiani più in forma sono quelli che sono stati costretti ad esiliare per trovare spazio, o più semplicemente perchè all’estero ci sono state persone che hanno avuto maggior fiducia in loro e hanno investito per accaparrarseli: vedi Pellè, Darmian, El Shaarawy, Verratti, Okaka.
In Italia si pensa troppo a quello che circonda il calcio e spesso e volentieri ci si dimentica dei protagonisti: si fa la guerra per i diritti tv e ci si dimentica di quanto possa essere bello andare allo stadio, puntiamo su stranieri low cost e roviniamo il nostro vivaio, carichiamo di tensione fino allo sfinimento una semplice partita senza considerare che alla fine è solo una partita, abbiamo degli stadi brutti e poco accoglienti dove di famiglie se ne vedono ben poche, abbiamo abbandonato il caro e vecchio Totocalcio per scommesse faraoniche che coinvolgono il calcio in prima persona. Non trascuriamo i calciatori poi: di bandiere ne sono rimaste pochissime, le parole dette spesso vengono subito smentite e lo stipendio è diventato il vero padre padrone della loro carriera.
Nel mondo del calcio di oggi alcuni sono rimasti umili, altri si sentono divinità: tutti insieme però l’hanno rovinato.
C’era una volta il calcio…

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