Derby di Roma: come fa un deserto silente ad esser chiamato successo? (video)

Pubblicato il autore: Simone Meloni

derbucidio Io non c’ero. Per scelta. E nonostante questo ho sofferto. In maniera incredibile. Ho sofferto perché saltare il derby è un qualcosa di innaturale e perché la mia città è stata cinta ingiustamente d’assedio. Bombardata per una settimana da bugie, notizie inventate e minacce continue e mirate da parte di alcuni esponenti delle istituzioni. Ma quello che succede a Roma è ritenuto normale dal resto del Paese? Oppure sono le prove generali per una repressione poliziesca che ha in programma di espandersi anche oltre il Grande Raccordo Anulare a breve giro di quadrante?

Uno stadio deserto, per pochi intimi. 29.500 spettatori, il minimo storico per una stracittadina. Eppure ci hanno voluto far credere alla calata dei lanzichenecchi, all’arrivo di plotoni d’esecuzione provenienti da ogni parte d’Europa per ingrossare le fila degli eserciti-ultras capitolini che avrebbero dovuto fronteggiarsi in una Waterloo nostrana, possibilmente su Ponte Duca D’Aosta. La mistificazione mischiata alla repressione più bieca. Quella che ha fatto sottrarre volantini che spiegavano la protesta in maniera pacifica, come avviene nei più accreditati regimi del mondo. In Italia ci si riempie troppo spesso la bocca per denigrare chi oltre le Alpi, a nostro dire, si tinge di crimini contro l’umanità o inibizioni dei più basilari diritti della persona. Ma se quello che è avvenuto a Roma, perquisizioni preventive all’alba incluse, non è un segnale di grave sospensione dei diritti, per cosa vogliamo scandalizzarci?

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Il calcio ha funzionato e funge tutt’oggi da laboratorio sociale. Prendete i tornelli e le barriere, sperimentate in prima battuta proprio in occasione di eventi sportivi ed esportati poi in vari campi della vita di tutti i giorni. Oppure il famoso Daspo, il divieto di partecipare alle manifestazioni sportive (del tutto anticostituzionale in Italia, perché emesso dalla polizia anziché da un giudice, privando quindi l’imputato di un contradditorio, che spesso, ad anni di distanza dal termine della sanzione stessa, decreta l’innocenza dello stesso), che lentamente vorrebbe prendere piede anche durante le manifestazioni di piazza.

Il fatto che oggi inquieta, più di ogni altra cosa, sono le veline della Questura supportate da alcune esimie fonti editoriali. Si parla di successo sotto il profilo dell’ordine pubblico. Di assenza, dopo tanti anni, di cronaca nera a margine del derby. E’ un qualcosa di raccapricciante, almeno personalmente. Dove sta il successo di uno Stato che per dimostrare tutta la sua forza ha desertificato un evento di prim’ordine della città vietando tutto il vietabile e tenendo un atteggiamento da vero e proprio despota? Come si può parlare di successo in assenza della maggior parte del pubblico? E’ ovvio. Se domani copriamo di bombe nucleari il Medio Oriente, non ci sarà più la questione palestinese. Se mettiamo i picchetti all’Autostrada del Sole, non ci saranno più stragi dovute a incidenti automobilistici. E me lo chiamate successo?

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Uno Stato non è forte quando è autoritario, bensì quando riesce autorevolmente a far rispettare le regole non imponendo divieti e limitazioni con la violenta repressione del caso. Il successo è far giocare Roma-Lazio a porte aperte per tutti, senza divieti, senza tessere del tifoso, con le coreografie e senza incidenti. Ci riuscite? Ci volete provare? Volete essere una volta tanto, da 150 anni a questa parte, credibili agli occhi dei cittadini? La risposta è palesemente negativa. Perché fa comodo riempire giornali, televisioni e radio con continui annunci sulla sicurezza, sull’ordine pubblico e sulla sua gestione. Far credere che si viva costantemente in una situazione di tensione. Quando basterebbe agire nella normalità delle cose e gestire gli eventi come si fa in buona parte del mondo civilizzato. E come si saprebbe fare anche qua.

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Per ora fatevi belli con il silenzio dell’Olimpico. La vostra vittoria. Il vostro fiore all’occhiello. Il vostro vanto. E’ comunque un successo destinato ad implodere. Come tutti i successi derivanti da forme coatte di ottenimento. Il problema fondamentale è che l’Italia resta il Paese del Gattopardo, dove “se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”. Ed è proprio questa nulla speranza nel cambiamento e nell’evoluzione di un posto incastrato nelle proprio contraddizioni e nella propria mentalità feudale che ucciderà le generazioni future. E non solo il Derby di Roma.

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