Derby Roma-Lazio, quella partita a cui volontariamente non andrò

Pubblicato il autore: Simone Meloni Segui

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In amore vince chi fugge. Ma chi fugge non ha sempre ragioni nobili o romantiche per farlo. Prendi me e prendi il Derby di Roma. Io lo amavo, anche se lo odiavo. Eppure non mi resta altro che fuggire da lui. Per non soffrire. Per non distruggermi totalmente il cuore e vedere cosa è diventato uno degli eventi più sentiti, passionali e unici della mia amata città.

Nel 2003 avevo 16 anni. Sono nato nel 1987, ed ho potuto godere dell’ultimo sprazzo di calcio italiano inteso e goduto a una certa maniera. Sono romanista perché lo è mio padre, perché lo era mio nonno e perché da piccolo, quando mia mamma mi portava nel lettone di mia nonna, sulla testa c’era un grande poster della Roma scudettata 82/83. Non potevo essere altro. E non potevo non cadere in quel tranello maledetto, che per anni ho odiato con tutto il mio cuore, della settimana del derby. Cominciava la domenica precedente, quando terminavano le partite. Era una sensazione davvero fastidiosa, mista ad ansia, paura e trepidazione. Avrei voluto non si giocasse mai. Per anni ho voluto eliminare quella partita dal calendario, per non vivere tutto ciò.

Dicevamo del 2003. E’ un anno importante. Quello in cui per la prima volta riesco a vivere l’emozione unica di una stracittadina all’interno della Curva Sud. Mi viene ancora il groppo in gola a pensarlo. Facevo il terzo superiore. Un pomeriggio, dopo la scuola, andammo con un compagno di classe a comprare i biglietti. La gara in questione non era di campionato, bensì di Coppa Italia. Una semifinale per la precisione. Io non avevo un buon feeling con questo genere di gare, ricordavo bene l’ultima sfida di Coppa Italia. Era il 97/98. Quell’anno perdemmo quattro derby su quattro. Due in Coppa e due in campionato. La Lazio era oggettivamente di un altro pianeta, ma mister Zeman ci mise davvero tanto del suo. Uno shock abnorme, ancora mi vedo piangente sulla sedia a dondolo della mia camera da da pranzo, quando Fuser sigla il 4-1 umiliando e spegnendo tutti i miei da fulgido infante.

La cosa che mi fa sorridere, tornando alla vigilia di questa gara, è che io e il mio fido amichetto, ci presentammo in un negozio ufficiale della Lazio con sciarpe e cappelli della Roma, sotto lo sguardo a dir poco inviperito dei commessi. A dirla tutta non lo facemmo neanche per provocazione, ma perché eravamo troppo fomentati dall’idea di andare a questa partita. Ci indicarono tuttavia un altro negozio, dove finalmente acquistammo i tagliandi. E’ anche difficile, e forse sembra stupido, spiegare la sensazione che provai ad avere nelle mani quel pezzo di carta.  A ripensarci ora mi viene davvero tanta nostalgia, perché ricordo come lo guardavo innamorato e lo custodivo gelosamente. Senza bisogno di documenti o tessere del tifoso. Una passione da vivere liberamente.

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Tredici anni fa avevamo tutti meno pensieri filosofici nella mente e molta più sostanza. Non c’erano i social network a indottrinarci e gli Osservatori o i Gabrielli di turno a stigmatizzare ogni minuscolo comportamento dei tifosi. Si andava allo stadio e basta. Inoltre, notizia notizia…c’era pure più violenza. Pensate un po’. I primi giri di vite contro i tifosi già c’erano stati, ma in fondo potevi arrivare alla Palla tranquillamente, senza steward, ed entrare respirando l’aria del calcio di Roma già da Piazza Mancini, quando scendevi dal tram. Tram su cui stavi rigorosamente in silenzio, almeno io. Perché ok, ero contento di andarci al derby, ma io lo odiavo con tutto il cuore.

Sono sensazioni uniche. Non me ne vogliano le persona che amo e per le quali darei l’anima. Ma non le ho provate mai in nessun’altra parte del globo terracqueo. Perché erano condivise dall’intera comunità. Ed anche quando guardavo di fronte, in Curva Nord, la curva dei nemici di sempre, sapevo che qualcuno stavo sentendo ciò che sentivo io. Il cuore che gli batteva all’impazzata e lo stomaco che si chiudeva.

Che tipo strano ero fondamentalmente a 16 anni. Tutti andavano in giro alla moda, fracassando i marroni ai genitori per comprargli questo o quell’abito firmato. A me non è mai interessato nulla. Anzi, peggio andavo vestito e meglio mi sentivo. Ma non per fare quello controtendenza, semplicemente perché avevo proprio altro per la testa. Avevo quelle emozioni di cui parlavo prima. Il salire le scalette dell’Olimpico, nella mia curva, vedere il prato verde, lo stadio mezzo pieno già un’ora e mezza prima del fischio d’inizio, i dirimpettai che ti offendono, le torce, i fumogeni e gli striscioni che esprimevano alla grande tutta l’ironia, l’insolenza e la goliardia del popolo capitolino. A livello sportivo non c’è stato niente di più bello e sentito di questo. Me ne rendo conto ora, a distanza di anni. Quando il derby non solo ho smesso di odiarlo, ma non lo sento proprio più. Defraudato da tutti gli elementi che ne facevano una partita al di sopra di ogni altro evento.

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I primi minuti di quella partita, quella semifinale di Coppa Italia, non li vediamo. Impossibile. La cappa dei fumogeni copre letteralmente la visuale, mentre al di sotto di noi migliaia di bandierine giallorosse sventolano componendo la coreografia griffata AS Roma Ultras. Appena il fumo si dirada, leggermente intravedo le maglie. E comincia la sofferenza vera. Ho sempre creduto che in curva ci si vada per cantare e non ho mai capito chi la frequenta per starsene buttato da una parte senza emettere rumori. Eppure in quella serata non riuscivo quasi a parlare, mi sentivo come paralizzato.

Arriva il 12′. Cafu mette un palla al centro, Cassano svetta di testa e fa gol. Gol! Quasi non ci credo. Abbraccio il mio amico mentre centinaia di persone mi crollano addosso. Scomposte, felici e con facce miste tra gioia e rabbia. Roba che solo chi è andato allo stadio può capire. I cori si levano potentissimi e finalmente riesce ad espellere tutta la tensione. Roba innocua, che chi oggi si diverte a multare persone per un cambio posto o per aver sostato sui ballatoi, dovrebbe provare almeno una volta nella vita. Giusto per farsi una risata e capire che il mondo è fatto pure di sentimenti.

Nella ripresa Emerson raddoppia, con un tiro direttamente da casa sua. Di nuovo apoteosi, con una di quelle esultanze che ti distruggono letteralmente, uomini e donne che ti abbracciano senza conoscerti e ti si fiondano addosso facendoti cadere. Pensandoci ora, quante volte ho temuto di rompermi l’osso della schiena o farmi seriamente male? Ma poi ho sempre pensato che non sarei caduto direttamente in terra, perché c’era sempre quel cumulo umano che si formava sotto di me prima di cadere. Certo, ci ho rimesso vari giacchetti a causa di torce e fumogeni accesi a una distanza irrisoria, che per forza di cose andavano a bruciare la stoffa, facendo arrabbiare, e non poco, mia madre.

Il gol di Fiore non intacca la serata. Vinciamo. E al ritorno faremo il bis con un gol di Montella, favorito da una papera clamorosa di Marchegiani, raggiungendo la finale (ovviamente persa con il Milan). La gioia che provai a quel fischio finale fa sempre parte di quel filone di cose non raccontabili attraverso un articolo. Sì, perché io potrei anche star qui a dirvelo, ma sarei noioso. Le emozioni vanno vissute. E’ come se vi raccontassi un bacio con una donna. Ve ne fregherebbe qualcosa? Se non si dà di prima persona, non si capisce cosa voglia dire. E io quella sera alla mia donna immaginaria, la Roma, avevo dato uno dei baci più lunghi e sentiti della mia vita. A 16 anni poi, con gli ormoni impazziti, tutto diventa un amplesso.

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Ed ora eccomi qua. A vedere quegli anni, quella curva, quello stadio e quei derby come un vecchio quadro di Picasso. Osservandoli con rispetto, rimpianto, emozione. Sapendo che non se ne potranno dipingere più. Sapendo che ora siamo in un’altra epoca. Un’era piovutaci addosso senza preavviso. Fatta di tensioni create ad hoc da istituzioni e affini, col solo intento di distruggere tutto ciò. Cosa che ormai, almeno a Roma, è stata fatta in parte. Non c’è più niente di quei Roma-Lazio. Almeno per quanto mi riguarda. Uno stadio vuoto a un derby è una bestemmia. Necessaria però per dimostrare a chi aveva fatto i conti senza l’oste, che le curve non sono la rappresentazione di 200 idioti scalmanati. Le curve sono un sentimento, una maniera estremamente romantica e pirandelliana di vivere lo sport e la squadra della propria città. E così chi ha ucciso la loro passione e la loro voglia di far veleggiare nel cielo di Roma bandieroni e stendardi, non merita un ritorno di immagine che per troppi decenni ha avuto. Perché sia chiaro, la Roma calcistica senza i suoi tifosi non sarebbe stata nessuno. Per maggiori informazioni chiedere a Roma e Lazio di aprire le rispettive bacheche.

Non ce la farei a vedere quello stadio morente e svilito in questa partita. Non ho il coraggio e la voglia di farlo. Come cronista, a parte l’aspetto calcistico, cosa dovrei riportare? Parlare di seggiolini vuoti? Di mutismo imperante dei pochi spettatori presenti? Io amo Roma e vederla umiliata in questa maniera proprio non mi va giù. Rimango idealmente fuori con chi ha detto “no” a uno stadio/campo di concentramento. E’ una battaglia che forse si perderà e per la quale, chissà, non val la pena combattere. Ma le proprie tradizioni e i propri diritti si difendono a spada tratta. A prescindere dalle possibilità di vittoria. Io non vado al Derby di Roma.

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