Di Francesco: “Berlusconi? Non mi ha offerto il Milan. Dalla Roma niente”

Pubblicato il autore: Gianfranco Mairone Segui

Di-Francesco

Gran avvio di campionato per il Sassuolo di Mister Eusebio Di Francesco, che si trova in piena zona Europa League al di sopra di Milan e Juventus. Tra i meriti dati alla squadra emiliana c’è quello di avere un bel gioco dimostrato in questo inizio di stagione. A favore di questo la Gazzetta dello Sport ha intervistato il tecnico dei neroverdi, chiacchierando di campo e di qualche aneddoto spiegato dallo stesso Di Francesco: “Mio padre Arnaldo insisteva affinché diventassi allenatore: mi ha chiamato Eusebio, come il fuoriclasse del Benfica, stravedeva per lui. Pronto per una big? Se uno non ci prova, non lo sa. Quando arrivai qui, mi chiesero: ‘Si sente all’altezza del Sassuolo?’. Tutto è relativo. Berlusconi mi ha parlato per un minuto negli spogliatoi di San Siro, si è complimentato, ma non mi ha offerto il Milan. Dalla Roma non ho sentito nessuno. Siamo alle chiacchiere e io ho in testa soltanto il Sassuolo, club per cui ho firmato fino al 2017. Sono contento che Sarri stia facendo molto bene a Napoli: viene dalla gavetta, ha spazzato via lo scetticismo che lo circondava”. Sul modo di far giocare la sua squadra: “Palla, organizzazione e corsa, in ordine di importanza. La palla, e non l’avversario, deve essere il primo riferimento. Poi tutti devono correre, difendere e attaccare di squadra. Ogni situazione va accompagnata col gruppo. Il mio sistema è il 4-3-3 che però in non possesso diventa 4-5-1. Si attacca in ampiezza, perché le difese vanno aperte per rendere efficaci i tagli verso il centro. Si difende “dentro”. Zeman rappresenta qualcosa di unico: “E’ il mio maestro. Ci “messaggiamo”. L’altro giorno mi ha scritto: “Bravo”. Nient’altro, e però un “bravo” di Zeman ha un valore enorme. In un certo senso gli devo la carriera.

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Quando venni esonerato dal Lecce, ero giù e lo invitai a cena nella mia casa di campagna a Sambuceto, in Abruzzo, vicino a Pescara, dove lui allenava. Zdenek quella sera mi disse: ‘Quando tu saprai quello che vuoi, diventerai allenatore’. Per Zdenek gli avversari vanno aggrediti sempre, comunque e ovunque. Io ritengo che in dati momenti non si debba cercare di rubare palla agli avversari. Qua sta la differenza”. Altro super allenatore Guardiola: “Perché le sue squadre giocano sempre al limite. Seguo i suoi allenamenti in tv e su Internet, qualcuno l’ho osservato dal vivo. Gli ho ‘rubato’ e ho rielaborato il suo torello coi ‘comodini’, che sarebbero i due jolly, quelli che stanno sempre con chi ha la palla. Di base si fa su un campo ristretto, 22 metri per 20, con due porte e con una costante situazione di sei contro quattro. L’esercizio allena alla copertura degli spazi, obbliga i quattro a difendere a rombo e innesca una psicologia positiva. Di solito vince chi è in superiorità e questo rassicura i giocatori in possesso, ma le volte in cui succede il contrario, i quattro dell’inferiorità numerica si esaltano”. Di Francesco descrive Berardi: “Non è vero che è un ragazzo difficile. E’ soltanto chiuso, introverso, particolare. In spogliatoio però fa gruppo. Soffre i cambiamenti improvvisi, va accompagnato, assecondato. Deve crescere nella comunicazione, ma sta migliorando. L’altra sera l’ho sentito parlare su Sky per mezz’ora, disinvolto come mai l’avevo visto in televisione. E’ il nostro Robben. Non è andato alla Juve per sua scelta, perché vuole completare il suo percorso con noi. Non ho dubbi che diventerà un grandissimo”. I suoi due figli Federico e Mattia anche loro con il calcio nel destino: “Federico dice che faccio lavorare troppo i giocatori. Gli rispondo che un giorno vorrei allenarlo per farlo correre di più. “Fede” è un attaccante esterno, all’occorrenza può fare la mezzala. Lasciamolo crescere”. Su Mattia: “Qui il ‘problema’ è il fantacalcio, di cui Mattia è pazzo. Mi chiama alla vigilia: “Papà, chi fai giocare?”. Io non gli do la formazione, lui sbaglia la sua fantasquadra e il giorno dopo me lo ritrovo davanti incavolato”.

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