“Ho visto un po’ di calcio internazionale e…”. Parola di Franco Gabrielli

Pubblicato il autore: Simone Meloni

ea62ffa4dc88f156a2c243d2db099fe1_169_xl“Ieri sera mi sono visto un po’ di calcio internazionale. La gente negli stadi d’Europa sta seduta, non occupa le vie di fuga, non ci sono immagini che vediamo nelle curve nostrane e nelle curve della capitale. In questo Paese il concetto della responsabilità è poco frequentato e poco utilizzato, io sono responsabile in ciò che avviene nei luoghi di pubblico spettacolo”Parola di Franco Gabrielli, prefetto della Capitale d’Italia. Due concetti espressi in maniera sicura e, secondo lui, inopinabile. Analizziamoli.

Che nelle partite di calcio internazionale e disputate nei campionati esteri tutto filo liscio, ognuno rispetti i propri posti, non occupando le vie di fuga, è, sinceramente, un luogo comune grande quando l’Alaska. Prendiamo un esempio che tutti possono comprendere: il derby della Ruhr, Borussia Dortmund-Schalke 04. Una gara da sempre sotto l’occhio d’ingrandimento per lo spettacolo offerto dai tifosi. Uno spettacolo che, va detto, prende storicamente spunto dal modus vivendi e da quello operandi delle curve italiane. Tamburi, bandiere, striscioni, sciarpata e, a volte, fumogeni e torce. Tutta “roba” made in Italy che attualmente da noi non solo viene dispregiata, ma anche bandita e punita legalmente con sanzioni amministrative o diffide dagli eventi sportivi. Curioso l’andamento del mondo eh? Come se noi, inventori della pizza, a un certo punto la vietassimo perché abbiamo scoperto, qualche anno fa, che qualche derrata di mozzarelle era di dubbia provenienza e il forno a legna cancerogeno (sic!), mentre all’estero non solo continuassero a produrla, ma anche a incensarla. Ecco il fedele specchio di un Paese in continua regressione sociale e culturale.

Ma dicevamo del Derby della Ruhr, una partita di cui posso parlare con cognizione di causa, avendola vista dal vivo, lo scorso anno. Ero in campo al Westfalenstadion (https://www.sportpeople.net/volevo-togliermi-uno-sfizio-borussia-dortmund-schalke-04-bundesliga/, a testimonianza che non sto inventando nulla) e tutto si svolse nel classico clima del calcio tedesco: tifosi della curva, e non solo, rigorosamente in piedi per tutta la gara. Tamburi, striscioni e megafoni portati dentro senza problemi (ricordo che in Italia sono teoricamente vietati. A Roma la teoria diventa pratica), nessuno spazio sulle scale di sicurezza, gente bellamente ammassata a seguire con passione le proprie squadre e tifosi ospiti in diverse migliaia. Biglietti, ovviamente, non nominativi e non venduti in base alla discriminazione territoriale vigente in Italia, che assegna tagliandi del match in base alla provenienza geografica dei tifosi. Oltre ad avere un prezzo umano e alla portata di tutti. E come faranno questi tedeschi a non far succedere un attentato dinamitardo a domenica? Forse facendo prevenzione, evitando la tensione gratuita scaturita da azioni del tutto inefficaci e pretestuose (tipo divisioni dei settori immotivate o controlli asfissianti) e trattando i tifosi da esseri umani, anziché da “mostri a tre teste”, citando il Questore di Roma?

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Vogliamo forse parlare dell’Inghilterra? Beh facciamolo, visto che nel Belpaese per troppi anni ci si è messi in bocca il “modello inglese” come panacea di tutti i mali. Mi preme sottolineare, ad esempio concreto di quello di cui parliamo, come sul finire degli anni ’80 la Lady di Ferro Margareth Tatcher abbia provato a introdurre una sorta di tessera del tifoso, in seguito a pesanti incidenti occorsi durante una partita del Luton Town (ovviamente al termine di innumerevoli episodi violenti che vedevano coinvolti i tifosi), prontamente respinta dalle istituzioni perché definita incostituzionale. Il Taylor Report, redatto in seguito alla strage di Hillsborough, prevedeva una sana ricostruzione degli stadi e una gestione oculata dell’ordine pubblico durante le manifestazioni sportive, asserendo nero su bianco che i tifosi non erano bestie e non andavano trattati da tali (criticando quindi pesantemente le modalità con cui venivano gestiti sino a quel momento. E i 96 morti di Sheffield, che solo a distanza di tanti anni ebbero giustizia, con la verità che parlò di una gestione catastrofica della semifinale di FA Cupa tra Liverpool e Nottingham Forest e un atteggiamento totalmente fuori luogo della polizia, complice e in parte responsabile delle 96 vittime). Ma non è assolutamente vero che obbligava le società a far sedere i tifosi, eliminando le “standing area”. Il caro prezzi e l’allontanamento della working class dagli stadi è un qualcosa avvenuto successivamente e sul quale ancora oggi in Inghilterra si discute.

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La realtà dei fatti è che in tanti vorrebbe reinserire zone dove i tifosi possano star in piedi e, a onor del vero, nella maggior parte degli stadi britannici c’è, di fatto, un’area in cui i supporter possono guardare la partita in piedi. Senza contare che anche qui, a differenza dell’Italia, portare striscioni, tamburi e bandiere non è assolutamente vietato. Sulla discriminazione territoriale, poi, stendiamo un velo pietoso. Chiedete a un inglese di comprare un biglietto per una partita di calcio esibendo un documento e vediamo cosa vi risponderà. Ah, sempre nell’oltranzista Regno Unito, il Daspo è emesso da un giudice e non dalla polizia come avviene in Italia (per maggiori informazioni è sufficiente consultare una mia vecchia intervista a due tifosi d’Oltremanica https://www.newnotizie.it/2010/07/diffide-e-daspo-differenze-tra-modello-inglese-e-italiano/). Questo per il semplice fatto che, in un posto civile, un simile provvedimento non può essere stabilito dalla stessa entità che incolpa/arresta/denuncia il tifoso. C’è bisogno di un vero e proprio processo in cui ad apparire sono tutte la parti chiamate in causa, con la possibilità di difendersi ed esporre le proprie ragioni da parte del tifoso. Questo perché non viene mai detto in Italia?

Potrei continuare questo excursus europeo all’infinito, credendo di non parlare a vanvera, avendo visto con i miei occhi parecchi stadi del vecchio continente. E se facciamo riferimento a Paesi che sono all’avanguardia, soprattutto nei nostri confronti, come quelli del Nord Europa, stiamo certi che non troveremmo nessuna di queste assurde e folli norma volute nella Capitale. Ma soprattutto siate certi che lo stereotipo del nordeuropeo posato e ottuso non è propriamente fedele. Un conto è rispettare le regole, un altro è sottostare a regole da Stato simil totalitario. Guardate le immagini del derby di Copenghen, oppure delle partite più sentite in Svezia e Norvegia. Troverete fumogeni, torce, tifosi che saltano scalmanati, cori incessanti e un modo di intendere il calcio che si avvicina molto più al nostro di qualche anno fa (incidenti compresi), rispetto al teatro silente cui fa riferimento, neanche tanto velatamente, il Prefetto di Roma. Dicendo palesemente un qualcosa di non vero.

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Non sposto neanche l’attenzione, poi, sui Paesi dell’Est. Dai Balcani alla Russia, dove spesso gli stadi sono di gran lunga migliori dei nostri (questo ad appannaggio di chi vede certi luoghi perennemente involuti e barbari, senza guardare in casa propria), con match che definire bollenti è un eufemismo. Eppure pensiamo solo al Derby di Belgrado, uno spettacolo offerto e garantito proprio dagli ultras. Con centinaia di fotografi in campo, interessati più alle curve che a due squadre di certo non ai massimi livelli calcistici (e su questo il parallelismo con Roma e Lazio ci sarebbe tutto).

La verità è che l’Italia non riuscirà mai ad evolvere fin quando una determinata casta non la smetterà di propagare le proprie menzogne volte a destabilizzare la tranquillità e a fornire continui assist per reprimere e creare situazioni di costante “pericolo immaginario”. Evidentemente lo sanno bene al Viminale. E allora parlano di calcio internazionale visto alla tv (chissà su quale canale e chissà su quale piattaforma, mi chiedo a questo punto) e ci vengono a ricordare che “in questo Paese il concetto di responsabilità è proprio frequentato”. E hanno ragione, chi lo mette in dubbio? Ci chiediamo solo per questo concetto di responsabilità debbano frequentarlo, prima di ogni altro, i tifosi di calcio, che sono, va ricordato, cittadini italiani e che, di conseguenza, questo diritto lo vedono costantemente ignorato dai proprio “feudatari” (mi pare ovvio che l’Italia venga gestito ormai come un feudo). Troppo facile riempirsi la bocca di belle parole. Sono i fatti ad essere termometro dell’evoluzione di una cultura, di una nazione e di un popolo. E il nostro termometro è ormai rotto. Ed essendo un modello vecchio è fuoriuscito tutto il mercurio. Letale e velenoso per chi lo circonda.

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