Il rumore del silenzio. Il derby della capitale con le curve vuote

Pubblicato il autore: Mauro Simoncelli

12190928_10206323775068123_8077215695221784456_n

11663 paganti più 23590 abbonati di parte romanista. Considerando la quota abbonati in curva sud che ha lasciato gli spalti vuoti per la partita possiamo dire che domenica scorsa gli spettatori accorsi a vedere il derby della Capitale numero 179 non arrivavano a 30000 unità. Una miseria. Record negativo assoluto nella storia dei derby romani. Il rumore del silenzio delle due curve vuote risuonava fortissimo domenica soprattutto prime della partita e durante l’entrata in campo delle squadre. Quanti ricordi, quante emozioni nel ripensare agli spettacoli che ogni volta le due curve offrivano. Impressionante invece lo scintillio celeste dei seggiolini vuoti sotto il solo autunnale romano. Lo sciopero delle due tifoserie, annunciato da settimane, è perfettamente riuscito, d’altro canto è dall’inizio dell’anno che le due curve registrano se non l’assenza massiccia dei tifosi, larghi spazi vuoti, perché la protesta viene da molto lontano.

La fase di scollamento e protesta che ci ha condotto dritti allo sciopero dell’8 novembre è iniziata il 2 aprile scorso, con la nomina di Gabrielli come prefetto della Capitale. A lui si deve la strategia del pugno duro. E’ dalla metà della scorsa stagione che, soprattutto ai tornelli per entrare nelle due curve dello stadio romano, si sono intensificati, per non dire esasperati, i controlli rituali ai tifosi in fila con il biglietto. Perquisizioni esagerate, controlli anche nelle scarpe facendo restare a piedi nudi le persone su dei cartoni posizionati a terra, giubbotti, giacconi, maglioni, maglie, felpe fatte togliere per perquisire meglio incuranti anche del freddo delle partite serali, file interminabili di attesa sotto la pioggia incessante, uomini, donne ma anche anziani e bambini, senza alcuna distinzioni con una pignoleria che molte volte ha messo a dura prova la resistenza psicologica delle persone stesse. Poi con l’inizio della nuova stagione la decisione di dividere le curve in due settori separati da una barriera alta due metri di plexiglass inavvicinabile e intoccabile, pena multe e diffide come quelle comminate  a chi veniva colto a non rispettare il seggiolino assegnato dal biglietto. Un clima di repressione, strano ed esagerato per uno stadio, quello di Roma, che da molti anni oramai non si segnalava più per episodi particolari all’interno. La classica goccia che ha fatto traboccare il vaso e le due tifoserie, storiche rivali, si sono trovate unite nel cavalcare la protesta di disertare lo stadio. Sine die quella laziale, fino a quando non si tornerà indietro con le barriere per quella romanista. “Non esistono regole all’interno dello stadio” ha dichiarato Gabrielli in una recente intervista “Ho ricevuto delle lettere da tifosi che mi dicevano che nella curva da 8700 posti c’erano punti dove non si riusciva a vedere la partita. Non credo che possa andare bene se le curve diventano luoghi da 11 mila persone. I comportamenti sono mutuati rispetto alle situazioni. Le barriere non le abbiamo fatte di cemento armato. Se nelle curve ritorna un comportamento corretto, che non significa stare zitti, possiamo anche trovare una soluzione. Ieri sera mi sono visto un po’ di calcio internazionale. La gente negli stadi d’Europa sta seduta, non occupa le vie di fuga, non ci sono immagini che vediamo nelle curve nostrane e nelle curve della capitale. In questo Paese il concetto della responsabilità è poco frequentato e poco utilizzato, io sono responsabile in ciò che avviene nei luoghi di pubblico spettacolo. Ho una responsabilità giuridica e morale. A chi si straccia le vesti per i nuovi provvedimenti: ma se in curva ci fosse stato un morto a chi andremmo a chiedere conto? ”. Frasi forti, che rappresentano adeguatamente il pensiero di chi la vede in modo diametralmente opposto rispetto a quello della curva e che non hanno fatto altro che acuire la distanza tra le due parti. Non è facile far capire e comprendere leggi e regolamentazioni dopo decine de decine di anni di lassismo nel far applicare e rispettare anche le più elementari regole del buon senso. Ora è muro contro muro. Le dichiarazioni di Gabrielli hanno sollevato un polverone. La durezza dei toni, infatti, nasconde implicitamente una serie di debolezze notevoli. Com’è possibile che, nonostante l’utilizzo di tornelli, filtraggi, steward e forze dell’ordine si verifichino scenari di scavalcamenti e soprusi come quelli descritti dal prefetto? Qualcosa, evidentemente, non funziona nelle stesse misure repressive recentemente approvate, i conti non tornano. Perché è giusto combattere la violenza e la malavita che potrebbe annidarsi in curva, ma è difficile sostenere che tutti coloro che hanno deciso di scioperare (nonostante avessero sottoscritto un abbonamento) e che frequentino una curva, siano dei criminali. A quasi 9 anni dall’omicidio Raciti e l’introduzione delle prime leggi speciali per i tifosi violenti e a 6 dalla cosiddetta tessera del tifoso, ecco che questo nuovo giro di vite viene visto come fumo negli occhi da chi frequenta lo stadio soprattutto nei settori popolari. C’è da chiedersi: sostanzialmente falliti gli altri provvedimenti, perché ora dovrebbero funzionare questi altri? E soprattutto la domanda più importante: perché solo a Roma, allo stadio Olimpico? C’è un disegno diverso, forse più recondito destinato a colpire proprio le tifoserie in questione, laziale e romanista? Da parte di chi e per conto di chi? Oppure siamo ad un test di prova per poi allargare al resto d’Italia? Domanda alla quale non c’è risposta se non con la richiesta di ridisegnare il rapporto che deve per forza intercorrere nei rapporti tra tifosi, società e Stato che deve fare da garante supremo, senza rincorrere modelli vari in giro per l’Europa o nel mondo, inglese piuttosto che tedesco, utopistici per le nostre latitudini. Sarebbe meglio mettersi subito a lavorare per migliorare le strutture dove si svolgono gli spettacoli sportivi, cioè fornire di stadi adeguati, magari incentivare quelli di proprietà, ai tanti tifosi che ancora hanno voglia di vedere questo spettacolo dal vivo senza piegarsi ed alzare bandiera bianca a logiche di mercato prettamente televisive. Ora, a derby concluso, è giusto non metterlo subito nel dimenticatoio, perché il campanello d’allarme è suonato forte e chiaro. E se altre tifoserie si unissero alla protesta? Gli stadi vuoti, senza la passione della gente, sono la morte dello spettacolo, la morte del calcio. Imbarazzanti oltre che goffi i tentativi della regia televisiva domenica nel tentare di non inquadrare mai i seggiolini vuoti… Ecco che, solo con la repressione non si ottiene il giusto risultato finale. Serve il dialogo, il coinvolgimento di tutti, anche degli stessi ultras che vengono messi all’angolo sempre e comunque e soprattutto anche della voce delle società, direttamente parte in causa, distintesi invece per il totale o quasi silenzio su tutta questa vicenda, come fornitrici dello spettacolo. Per non ritrovarsi come al solito tra qualche anno alle prese con nuovi ulteriori provvedimenti dopo aver constato l’ennesimo fallimento.

  •   
  •  
  •  
  •  
Leggi anche:  Mondiali, Camerun-Brasile probabili formazioni: ancora problemi per Tite
Tags: ,