Inghilterra-Francia, partita della memoria o dimostrazione di forza?

Pubblicato il autore: Valerio Nisi

 WEMBLEY – C’è una legge non scritta, se non in una famosa canzone dei Queen, che ripete fino allo stremo che lo spettacolo deve continuare. Lo spettacolo, nella maggior parte dei casi non è un evento in sé, un concerto, una partita di pallone, ma è una vera e propria metafora. La vita. Che la vita debba andare avanti dopo quanto successo venerdì sera in Francia è chiaro a tutti, così come è tristemente chiaro che chiunque muoia nel mondo senza un perché merita il tempo di due righe su qualche profilo social, qualche bandiera a mezz’asta e qualche veglia. Poco più. Poi, in virtù del fatto che lo spettacolo deve continuare, cassetti e cassetti di dimenticanza. Quei volti diventano nomi, quei nomi semplici lettere, quelle lettere svaniscono nel nulla. Non per tutti, logico, ma per i più lo spettacolo continua in questo modo.

Ed è per questo motivo che Inghilterra-Francia stasera si giocherà a Wembley. Non per l’importanza della gara, d’altronde è un’amichevole, ma per quei segnali che la Francia e un po’ tutta l’Europa stanno cercando di lanciare, a partire da venerdì sera, quando il sangue innocente di 129 persone scorreva ancora caldo. Siamo vivi, non ci avrete mai. Continuiamo la nostra vita come sempre. Messaggi da recapitare a chi, in realtà, non è assolutamente interessato a tutto ciò. Che il mondo pianga o sia in allegria a questo nuovo terrorismo poco importa. Inghilterra-Francia si giocherà per dare un segnale interno, la sensazione è che l’Europa intera voglia dimostrare a sé stessa di non aver paura proprio nel momento in cui di paura ne ha tanta, giustamente tanta.

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La Federcalcio francese già il 14 novembre, giorno dopo la strage di Parigi, aveva dichiarato che Inghilterra-Francia si sarebbe giocata. Nelle parole del Presidente Noël Le Graët tanto orgoglio nazionale. Giocare per le vittime in pieno lutto. E all’inizio gli stessi giocatori hanno pensato fosse una follia, tra gli uomini di Deschamps c’è chi, come Lass Diarra, ha perso un parente o chi, come Antoine Griezmann, ha tremato per la sorella al Bataclan, una delle superstiti alla follia di quel venerdì 13. Lo stesso commissario tecnico francese si era espresso duramente nei confronti di questa decisione: “Vogliamo solo stare con i nostri cari, nessuno vuole pensare al calcio. Molti di noi non vogliono restare qui.

Poi però il dietrofront. Inghilterra-Francia deve giocarsi, e questo messaggio è stato recapitato a tutti i Bleus che hanno deciso di restare e raggiungere Wembley. Deve giocarsi perché il mondo deve vedere di cos’è capace la solidarietà europea. Il mondo deve vedere Wembley che intona la Marsigliese all’unisono, deve vedere l’arco del maestoso stadio londinese illuminato con il tricolore francese, deve vedere all’ingresso dell’impianto il rivoluzionario motto Libertè, Egalitè, Fraternitè, e deve vedere il principe William in tribuna d’onore. Inghilterra-Francia di stasera è stata già ribattezzata come la partita della solidarietà. La partita per commemorare le vittime, ah già, le vittime. A me sembra tanto una partita per dimostrare qualcosa, dimostrare che le alleanze (non bisogna nascondersi) nascono prima sul piano della comunicazione e poi su quello di guerra. Perché annullare Belgio-Spagna in seguito all’innalzamento del livello di rischio terrorismo e lasciar giocare Inghilterra-Francia? Vogliamo realmente credere che chi è stato già colpito non lo sarà di nuovo? Vogliamo rischiare per dimostrare che la paura (che ci sta uccidendo dentro) non appartiene all’Europa? Non siamo ridicoli. Non facciamo partite forzate per commemorare vittime innocenti. Evitiamo di farne altre, in Francia, in Inghilterra, in Italia, in Siria, nel mondo. E poi, di partite come queste, possiamo tranquillamente farne a meno.

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