Inter, a tutto Mazzola

Pubblicato il autore: Gianfranco Mairone

mazzola

Uno dei campioni più spettacolari della storia nerazzurra è sicuramente Sandro Mazzola, tanti trofei sempre con la stessa maglia sulla pelle. L’ex centrocampista meneghino si è concesso una bella intervista al Corriere dello Sport dove parla di tutto o quasi. Ecco il suo pensiero sulla strage di Superga che gli portò via il padre: “Io non seppi. I miei erano divisi e io ero rimasto con mio padre e la sua nuova compagna. Ho capito dopo un anno, ne avevo otto. Mi dicevano sempre che mio padre era in viaggio. Non ricordo come lo capii, mi chiusi in stanza a piangere e non parlai con nessuno per giorni. L’unica cosa che ho saputo è che mio padre non doveva partire per quel viaggio maledetto. Stava male, aveva la febbre. Ma era stato lui a convincere la squadra e i dirigenti ad andare a Lisbona per una partita amichevole, l’addio al calcio di Ferreira. La partita serviva per raccogliere fondi per la vecchiaia”. Primi assaggi di calcio: “A fine allenamento tiravo i rigori a Bacigalupo che, in verità, mi faceva segnare. Quando tornai a vivere con mia mamma cominciai a giocare molto. All’oratorio, in piazzetta, appena si poteva io correvo appresso a una palla. Non avevamo abbastanza soldi per comprare la palla di plastica e allora prendevamo i giornali dalla pattumiera e li legavamo con lo spago. Benito Lorenzi? Per lui mio padre era un semidio. Ci venne a trovare dopo la sua scomparsa e ci regalò degli scarpini, ma erano misura 40 e io avevo otto anni! Ci portava come mascotte a San Siro, a vedere l’Inter. Diceva che portavamo fortuna. Il provino per i nerazzurri lo feci grazie al mio patrigno. Andammo io e mio fratello, Giuliano Ferrari ci vide e ci prese. Così a quattordici anni firmai il mio primo cartellino. C’era scritto “tesserato all’Inter a vita” e così è stato. Nonostante una telefonata di Boniperti, amico e collega di papà, che mi voleva alla Juventus. Mentre parlavamo mi passò l’avvocato Agnelli. Io me la stavo facendo sotto, ma tenni botta. Ringraziai ma dissi che non potevo tradire l’Inter”. Rapporto con Helenio Herrera: “Ci diceva sempre che lui doveva allenare prima la nostra testa e poi le gambe. Ma ci faceva faticare da pazzi, compreso il lunedì. Nei ritiri, lui e non il medico faceva la dieta. Il giorno della partita ci faceva mangiare un filetto al sangue alle dieci del mattino. Io non ci riuscivo. Mi ero messo d’accordo con un mio amico panettiere che mi faceva tre panini che io il giorno delle gare mangiavo di nascosto al Mago”. Partita d’esordio: “Il giorno avevo tre interrogazioni a scuola, viaggiavo tra il cinque e il sei. Quelle interrogazioni erano decisive per la promozione, ma io non ci pensavo. Tornai a casa entusiasta e dissi a mia madre che avrei giocato in serie A. Lei dissi che la scuola era più importante, l’Inter premeva affinché il figlio di Valentino Mazzola scendesse in campo per attenuare l’offesa recata alla Juve, visto che scendevamo in campo con la Primavera. Allodi trovò il compromesso. Chiamò il preside e mi fece interrogare nelle prime tre ore. Poi mi mandò a prendere con il taxi. Si immagini l’entusiasmo dei miei compagni di scuola. Mi mangiai dei panini durante il viaggio”. Momenti belli e brutti con la maglia dell’Inter:  “La prima finale di Coppa Campioni con il Real Madrid. Io ero innamorato di Alfredo Di Stefano che tutti dicevano giocasse come papà. Lo adoravo: elegante, tecnico, sempre con la testa alta. Al Prater me lo vidi davanti all’improvviso, mentre aspettavamo di scendere in campo e restai imbalsamato, per me era un divo della tv. Finché Suarez mi batté sulla spalla e mi disse “noi scendiamo in campo, tu resti qui a guardare Alfredo?”. Feci anche un gol quella sera ed esultai in modo plateale. Sempre Suarez mi dissi ‘Guarda che se non la smetti questi ce ne fanno quattro’. Momento più brutto? Nel 1967. Perdemmo Coppa Campioni e scudetto. Prima con il Celtic e poi con il Mantova”. Sul rapporto con Rivera: “Avevamo un buon rapporto, ma in segreto, perché non potevamo farci vedere insieme. Quando fondammo il sindacato dei calciatori, che doveva servire a tutelare i più deboli, Gianni e io fummo tra i più attivi. In campo la ‘staffetta’ ci faceva essere un po’ meno amici. All’inizio ero anche d’accordo, ma nella partita con la Germania no. Nello spogliatoio, nell’intervallo, mi tolsi gli scarpini e li scagliai nella borsa, dicendo parole poco signorili. Ma forse con me in campo non ci sarebbero stati quei trenta minuti che sono entrati nella storia del calcio”.

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Formazione ideale di tutti i tempi di Mazzola: “Ghezzi, Burgnich, Jack Charlton, Picchi, Facchetti, Beckenbauer, Rivera, Pelè, Van Basten, Cruyff, Messi. Allenatore Helenio Herrera”.

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