Gli attentati di Parigi danno via libera alla militarizzazione degli stadi?

Pubblicato il autore: Simone Meloni

12195773_10206836463623485_8845485094513720518_nE così siamo entrati in guerra. Perché sia chiaro, noi siamo in guerra. Non ci sono vie di mezzo. O si è dentro, o si è fuori. E noi, come sempre è accaduto nella storia della Repubblica, siamo dentro per interessi che neanche sarebbero i nostri. Ma non lo siamo certo dal giorno degli attentati di Parigi, quella è stata soltanto la data che lo ha sancito ufficialmente. Perché nonostante l’immagine romantica e retorica che abbiamo noi di guerra, fatta di cavalli, fanti e spade, al massimo qualche carrarmato e un paio di granate, è un qualcosa che appartiene giusto ai film o ai libri d’epoca. La guerra oggi si fa così: attentati, strategia della tensione e completo controllo degli organi di stampa, con l’illusione però, almeno sul fronte occidentale, che le libertà non siano mai minate e che le restrizioni delle stesse avvengano soltanto per il bene comune. Ma non voglio tracimare in un discorso politico o in una bieca analisi sociale.

Restiamo a noi. Circoscriviamo il tutto allo sport, materia a noi cara. E non prendetela come una divagazione o una minimizzazione dei fatti, lo sport è stato, è e sempre sarà un veicolo fondamentale per qualsiasi genere di imposizioni o laboratorio sociale. “E’ già stato deciso che a Roma l’ingresso all’Olimpico sarà consentito soltanto dopo il passaggio al controllo dei metal detector, la circolazione nell’area intorno allo stadio sarà limitata, sgomberati i bar e i luoghi di ritrovo che si trovano di fronte all’impianto”. Questo il passaggio di un articolo del Corriere della Sera (https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/15_novembre_17/nazionale-italiana-sotto-scorta-intercettazioni-moschee-palestre-4c66aaf4-8d75-11e5-a51e-5844305cc7f9.shtml) che nella mia mente ha ancor più rafforzato un pensiero che vaga in me da qualche giorno: d’ora in poi non ci sarà più margine, neanche minimo, per contestare decisioni che, attraverso la repressione e la militarizzazione degli impianti sportivi, tendono ad espandersi a macchia d’olio fino a farci credere che in fondo sia cosa buona e giusta vivere costantemente in un clima bellicoso e teso. Scordiamoci discorsi sulla libera circolazione o sul diritto di assistere a un incontro di calcio senza dover sottostare a umiliazioni degne del miglior ingresso carcerario. Ubi maior, minor cessat. Tutti gli atti che trasgrediranno le normali regole di convivenza, saranno fatte a tutela del cittadino. Questo ci diranno, anche quando sarà poco credibile.

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Non sono più le barriere dentro le curve il problema. Non è la tessera del tifoso, né i tornelli. Quelli sono stati i passi precedenti alla ghettizzazione e alla trasformazione delle manifestazioni sportive in luoghi di confine dove doversi armare di fucile ed elmetto. Ora ci siamo. I fatti di Parigi hanno dato una spinta definitiva (e forse qualcuno si sfrega le mani) a una strategia che parte da lontano. Mi chiedo come facciamo ancora a definirci un Paese sovrano e libero quando attorno a uno stadio di calcio si è deciso di creare il deserto? (Ma sulla sovranità dell’Italia del resto ne potremmo parlare a lungo, facendo discorso che attingono da situazioni ben più gravi e complesse del mondo pallonaro). E la cosa grave sapete quale è? Che se si trattasse soltanto di una situazione d’emergenza, la cosa durerebbe uno o due mesi, ma siamo sicuri che invece tutto ciò diverrà la prassi ovunque. O almeno nelle grandi città. Mi viene da chiedere, poi, chi risarcirà i commercianti danneggiati da tutto ciò, ad esempio?

E’ vero che gli attentati parigini hanno sfaldato quelle poche convinzioni che avevamo, colpendo l’Occidente nel suo intimo, creduto impenetrabile fino a quel momento. Ma è altrettanto vero che tutto ciò non può e non deve diventare uno strumento per uccidere socialmente, prima che materialmente, le persone. Il tifo, almeno in Italia, ha conosciuto il suo giro di vite ormai da anni. Tra divieti e prese di posizione sin troppo spesso ottuse. Ora si parla di ulteriori controlli, ma non si parla mai di come questi avvengono. Perché, almeno così sembra, l’importante è che siano numerosi, ma non qualitativi. L’importante è infastidire e tediare il tifoso, farlo desistere dall’andare allo stadio, ma non tutelarlo se necessario.

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L’importante è che l’opinione pubblica apra il giornale o si faccia un giro in metropolitana vedendo orde di militari e poliziotti e possa dire: “Finalmente ci sentiamo sicuri”, non capendo quanto lavoro di marketing (e poco d’intelligence) ci sia dietro. Ce ne accorgeremmo se quanto accaduto all’esterno dello Stade de France dovesse accadere all’Olimpico. Un impianto privo di vie di fuga, reso ancor più difficile da evacuare dalle ultime barriere apposte dal Prefetto Gabrielli. E questa è la strada che si vuol percorrere. Senza capire, o forse senza voler capire, che la tensione non si combatte con ulteriore tensione, semmai con l’intelligenza e l’evoluzione. Quest’ultima sembra però esser lontana anni luce dall’essere umano degli ultimi decenni, figuriamoci se come metro di giudizio prendiamo le nostri istituzioni e chi si occupa di gestire l’ordine pubblico.

Siamo il Paese dove Savoia-Ercolanese (non Israele-Palestina) di Eccellenza Campana verrà giocata a porte chiuse per ragioni di ordine pubblico e dove da anni si vietano le trasferte persino a tifoserie di hockey e volley. Dove si è sempre preferito mettere la testa sotto la sabbia e far finta di nulla, salvo tirarla fuori qualche volta ed agire con la solita solerzia marziale. Senza lume della ragione. Sono anni bui, senza uno spiraglio di luce in tanti campi della società. Il calcio non è certo un mondo a parte. Ed ora che, da un certo punto di vista, Prefetti, Questori, Osservatori, Casms e chi più ne ha più ne metta, hanno carta bianca per imporre le loro scellerate decisioni, possiamo definitivamente dire addio al concetto di stadio come luogo di divertimento e spensieratezza. Ho quasi paura a pensare al futuro, la cosa mi uccide moralmente e mi fa sperare che il pallone scompaia definitivamente dalla faccia della terra.

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C’è un’aria pesante in giro. Aria di lavaggio dei cervelli e “inculcazione coatta” di concetti e paure atte a dar credito a un futuro fatto di pesanti imposizioni. Siamo tutti obiettivi a rischio. Sappiamo tutti che anche la più grande macchina della sicurezza potrebbe fallire. E allora, dato che lo sa anche chi di dovere, sarebbe il caso di usare il buonsenso e lasciare che la gente riprenda la vita di tutti i giorni. Sicurezza non per forza deve far rima con esasperazione, semmai dovrebbe andare in armonia con oculatezza e lungimiranza. Ma sono parole sconosciute in Italia, e allora mi viene un triste ghigno al pensiero delle prossime farneticanti dichiarazioni dei soliti noti che con gli attentati di Parigi, sulla scorta di 129 vittime innocenti, si faranno forza e daranno peso e dignità a scelte prive di qualsiasi logica. Ad maiora!

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