Napoli e Reina: è l’amore il segreto del successo

Pubblicato il autore: Domenico Cicalese Segui

Reina Napoli
Nella lavanderia degli spogliatoi del Napoli, da qualche tempo mancano i guanti di Reina. Non vengono lavati, o meglio, non ce n’è bisogno. Sì perché il buon Pepe risulta essere il più inoperoso della squadra, merito soprattutto della solidità che la difesa e il centrocampo disegnati da mister Sarri garantiscono al gigante spagnolo.

Il rapporto che il portiere spagnolo ha stretto con l’ambiente partenopeo, e più in particolare con la città, è qualcosa che va molto al di là degli standard attuali ai quali i seguaci di questo sport sono (tristemente) abituati. Di mezzo non ci sono i soldi, ancor meno le possibilità di sfruttare una vetrina per farsi notare, figurarsi l’evenienza di conquistare la più importante competizione europea per club. Solo amore, è questo ciò che lega José Manuel Reina a Napoli. La freccia scagliata da Cupido ha colpito il portiere nell’estate del 2013, precisamente negli ultimi giorni di luglio, nel pieno del solleone, quando Pepe è per la prima volta volato da Liverpool alla volta di Napoli: dal Merseyside al Vesuvio, dall’ Irish Sea al Mediterraneo, il mare che per antonomasia abbraccia i popoli che si affacciano sulle arroventate coste che bagna.

Appena è atterrato nel capoluogo campano, a Reina è subito parso di ritrovarsi nella sua terra d’origine, l‘Andalusia, dove le persone quando parlano sono avvezze a tagliare le parole proprio come prevede il dialetto napoletano, e dove, in simbiosi con la più antica tradizione partenopea, la domenica non è domenica se non ci si ritrova riuniti ad una bella tavola piena di ogni ben di Dio. Già, l’Andalusia, la regione che con le sue spiagge bianche richiama sempre di più i turisti provenienti dai mille angoli del mondo.

E’ proprio su una playa blanca che, nel bel mezzo del caldo estivo, il piccolo Reina ha appreso la sublime arte di essere portiere: il padre, Miguel, estremo difensore del Barcellona (ritornerà presto nella sua storia) e dell’Atletico Madrid, sparava dei missili terra-sabbia che ancora ricorda. Altro che gli attaccanti di ora: Miguel tirava forte, eccome se tirava forte! Pepe guardava con ammirazione il padre, voleva a tutti i costi emulare le sue gesta e per farlo doveva provare a diventare come lui. Per prima cosa c’era bisogno dei guanti e quelli, quando sei il figlio del portiere Campione di Spagna e del titolo Intercontinentale, detentore per ben tre volte della Coppa Nazionale e per due stagioni del Premio Zamora, non è difficile procurarseli.

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Il difficile viene quando a 13 anni ti ritrovi a dover affrontare la prima grande trasferta della tua vita, il volo che può cambiarti l’esistenza in maniera decisiva. Il punto di non ritorno:Barcellona, il posto in cui il giovane portiere viene iniziato al Calcio (dove la maiuscola non è certo un errore di battitura). Nella Masìa blaugrana, Pepe si fa largo tra le mille difficoltà dovute alle angosce con le quali un bambino di quell’età è costretto a convivere quando si trova lontano dagli affetti familiari. Pepito rimpiangeva le tavolate domenicali giù in Andalusia, anche se quando indossava i suoi guanti si trasformava in un ragazzone forte dal temperamento focoso.

Tra la capitale della Catalogna e Villareal ci sono 294 km, 7 anni e 30 presenze in prima squadra, di distanza. Con il “Sottomarino amarillo” tutta la Spagna viene a conoscenza del valore di Pepe, tant’è vero che il suo nome inizia a circolare veloce tra gli esperti di calcio, e la sua visibilità aumenta in maniera direttamente proporzionale ai risultati del suo equipo. Qui Reina conosce la continuità che merita e che in blaugrana non gli era concessa a causa della troppa inesperienza dettata dalla gioventù che un grande club non può permettersi in un ruolo così delicato. Reina, però, vuole arrivare in alto. E ci riesce, passando dalla porta secondaria.

Le stagioni trascorse a stupire a Villareal gli fruttano la chiamata dal Paese dove il calcio è stato inventato nel 1863. Quando il telefono squilla nell’agosto del 2005, dall’altra parte della cornetta c’è Rafael Benitez, il tecnico dei Reds del Liverpool. Appena arriva nella città dei Beatles, la sensazione è simile a quando da bambino si ritrovò lontano dalle sua Andalusia. e i primi tempi sono un incubo che ancora scuote l animo di Pepe. Ma Reina ha le spalle larghe e forti (per informazioni sulla larghezza delle sue spalle, rivolgersi ai magazzinieri del Napoli!), specie se si mette in testa di raggiungere un obiettivo. A Liverpool vince tutto: in primis la concorrenza con Dudek, poi la simpatia del pubblico esigente dell’Anfield e, infine, i trofei. Tra le sue mani passano una FA Cup, una Coppa di Lega, una Community Shield, una SuperCoppa Europea conquistata quando era ancora sull’ultimo scalino dell’aereo che l’ha portato in Inghilterra. Tutto. Non soddisfatto, si accaparra tre volte del titolo di Miglior Portiere della Premier: bottino non male per uno che all’inizio stentava a spiccare il volo.

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Con l’addio di Benitez al Liverpool, viene a mancare un pilastro fondamentale per la permanenza di Pepe sulla sponda rossa del Merseyside, così insieme alla Società si decide che il tempo di cambiare è giunto. Reina allora si mette alla ricerca di nuovi lidi sui cui approdare e individua in Napoli la città giusta per ripartire, forte anche della presenza al timone del maestro Rafa. A suon di pizze, di notti trascorse ad ammirare la città vestita con l’abito da sera, di abbracci regalati ai tifosi alla fine di ogni allenamento, José viene colpito dalla freccia e si innamora della città.

L’anno di transizione che il portiere trascorre a Monaco di Baviera è solo un peccato venialeche il popolo napoletano da subito gli perdona. “Quando i soldi chiamano, solo i fessi non rispondono!”, questo è il pensiero di chi lo abbracciava all’uscita del centro di allenamento.

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Reina trascorre una stagione in Germania, facendo da secondo al portiere più forte del mondo. Eppure, nonostante i numerosi impegni che un club come il Bayern comporta, in settimana pare di scorgerlo una volta a cena a Fuorigrotta, poi per una passeggiata al Vomero, passando per un pranzo fugace a Marechiaro, e una visita al negozio di giocattoli in Piazza Mercato. Il mattino seguente aveva gli allenamenti, ma la tentazione di una scappatella con la sua amata Napoli era troppo grande.

Ora è di nuovo tornato felice nella sua città e per nessun motivo si sentirebbe di lasciarla sola, proprio adesso che è riuscito finalmente a riconquistarla. Vederlo esultare alle reti dei suoi compagni ha lo stesso valore emotivo che la causa della sua manifestazione di gioia implica. La sua esultanza emoziona quanto un gol.

Sulle spiagge dell’Andalusia, Pepe, avrà appreso la tecnica migliore per bloccare i palloni. Nella sua esperienza a Barcellona, avrà di sicuro studiato come giocare la sfera coi piedi. A Liverpool, poi, avrà certamente capito come si fa a vincere.

Ma a Napoli, Pepe Reina, ha imparato a vivere all’insegna dell’Amore. Per sempre.

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