Otto anni fa moriva Gabriele Sandri: una riflessione per non dimenticare

Pubblicato il autore: Nedo Ludi

Gabriele-Sandri
Otto anni fa, in una stazione di servizio nei pressi dello svincolo autostradale per Arezzo, moriva il tifoso della Lazio Gabriele Sandri per mano dell’agente di polizia Luigi Spaccarotella. La vicenda è ormai nota a tutti: due vetture di tifosi, una di laziali l’altra di juventini, mentre seguivano le rispettive squadre, entrambe impegnate in trasferta in quella giornata, si incrociano casualmente nell’area di servizio di Badia al Pino (vicino ad Arezzo) sulla A1. Volano insulti, qualche minaccia ed in un attimo si scatena una piccola rissa che si risolve tutto sommato velocemente, anche perché dall’altra parte della carreggiata, una pattuglia della Polizia stradale chiamata lì per un altro motivo, ha assistito alla scena e decide di intervenire raggiungendo il bordo della carreggiata ed azionando le sirene.
Poi succede qualcosa di imprevedibile e, ci auguriamo, di irripetibile: Luigi Spaccarotella, uno dei due agenti, esplode due colpi con l’arma di ordinanza, “verso l’alto” dichiarerà in un primo momento, ma fin da subito sono in pochi a credergli.

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Gabriele Sandri, dj romano di 28 anni seduto al centro del sedile posteriore della Megane su cui si stanno allontanando velocemente i sostenitori biancocelesti, è raggiunto al collo da uno dei colpi e morirà di lì a poco.
La notizia inizia a circolare e, nonostante i tentavi da parte della magistratura e delle forze dell’ordine di mantenere il massimo riserbo (soprattutto sulla dinamica che ha causato questo tragico epilogo), raggiunge tutti gli stadi d’Italia di tutte le categorie, causando la violenta reazione degli ultras e le conseguenti sospensioni e rinvii di alcuni incontri.
Ricordo molto bene quella giornata ed in particolare ricordo che pensai che avrei potuto esserci io al posto di quel ragazzo, proprio come mi accadde per le vicende di Federico Aldrovandi, Paolo Scaroni, Giuseppe Uva e molti altri purtroppo. Ed oggi come allora è questa la mia riflessione: quando sono un poliziotto, un carabiniere o un qualsiasi altro servitore dello Stato a morire o ad essere vittima di violenza si scatena l’indignazione collettiva ed i politici fanno a gara a chi propone la misura più repressiva e liberticida possibile verso il capro espiatorio di turno, ma quando le parti si invertono com’è possibile che questo non accada? Com’è possibile che nemmeno di fronte all’evidenza si riesca a fare giustizia? Non ci si può stupire se poi sempre meno gente riesce ad avere fiducia nello Stato e nei suoi rappresentanti.

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Non è mio interesse entrare nelle polemiche che ne seguirono, ne tantomeno crearne di nuove.
Quello che voglio fare qui oggi è semplicemente rendere omaggio alla memoria di un ragazzo morto mentre seguiva la sua passione, augurandomi che, come me, siano in molti a farlo.
Forse, però, il modo migliore per farlo, è evitare che ci siano altre vittime “di un eccesso di zelo” delle forze dell’ordine, e l’unico modo per farlo è dare significato alla frase che campeggia in tutti i tribunali: “La legge è uguale per tutti”. Che si indossi una divisa o no.

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