Roma-Bayer Leverkusen, dopo undici anni si gioca ancora a porte chiuse (o quasi)

Pubblicato il autore: Simone Meloni Segui

ROME - NOVEMBER 3: A general view of the Olympic Stadium during the UEFA Champions League, Group B match between AS Roma and Leverkusen at The Olympic Stadium on November 3, 2004 in Rome, Italy. (Photo by Jamie McDonald/Getty Images)
Forse qualcuno ignora il fatto. O semplicemente non ricorda, perché da quella sera del 3 novembre 2004 sono passati ben undici anni. Oltre due lustri di Roma e d’Italia, che ci sono trascorsi sotto gli occhi inermi, avvolgendo cambiamenti e speranze sopite in un Paese che talvolta si ferma a rimirarsi senza riuscire a guardare con la giusta focalizzazione il proprio futuro. Cominciando proprio dal calcio, sport ormai sempre più in mano a maniscalchi e decisioni prefettizie volte a svuotarli selvaggiamente.

Dicevamo che forse in pochi ricordano che quella sera, sempre all’Olimpico, si giocò a porte chiuse. Lo decise la Uefa, dopo il famoso lancio della monetina nei confronti dell’arbitro Frisk, durante la sfida tra i giallorossi e la Dinamo Kiev (che va sottolineato avvenne dalla Tribuna Montemario). Il parallelismo è presto fatto. Se questa sera, infatti, non si giocherà a porte chiuse, poco ci manca. La Curva Sud continua la sua protesta, rafforzata dalle dichiarazioni, al limite del peggior autoritarismo sudamericano, rilasciate dal Prefetto Franco Gabrielli lunedi scorso, al Processo del Lunedi.

Leggi anche:  Davide Nicola, la nuova salvezza passa per Torino

Undici anni fa circa 200 tifosi, proprio appartenenti alla Curva Sud, quel covo di maleducati e cafoni criminali che in quell’occasione pagarono colpe non loro, si ritrovarono all’esterno dello stadio incitando i ragazzi di Capelli con cori, torce e bandiere. Un qualcosa di impensabile oggi, che farebbe rabbrividire le istituzioni scatenando con tutta probabilità una pioggia di Daspo e denunce. In pochi anni, praticamente, ciò che era normale amministrazione (quella sera all’Olimpico c’erano pochi agenti e tutto filò ovviamente liscio) è diventato pericoloso e in grado di attentare all’ordine pubblico.

Il responsabile della biglietteria dell’AS Roma, Carlo Feliziani, ha parlato di circa 40.000 presenze sugli spalti. Fino a ieri erano poco più di 30.000 i tagliandi venduti, tuttavia questo dato risente di un handicap fondamentale: i 5.000 della Sud che non entreranno. Né oggi, né in campionato. Lasciateci dire che per una città che ha l’ardore e la presunzione di candidarsi alle Olimpiadi, uno scenario del genere è un qualcosa di allarmante e certamente da censurare. Figuriamoci di fronte agli occhi di giornalisti e tifosi tedeschi, abituati a ben altro clima nei propri stadi. Oltre all’andare palesemente contro le direttive Uefa, che ormai da anni indicano l’abbattimento di tutte le barriere negli stadi, come la via da percorrere velocemente e senza intoppi per immettersi in un certo circuito calcistico e di sicurezza, preso in considerazione proprio dagli organi continentali. Eppure nella Capitale funziona al contrario. Sposalizio perfetto con il degrado e i passi indietro di cui questa città si è resa protagonista negli ultimi anni.

Leggi anche:  Coppa del Re, dove vedere Rayo Vallecano Barcellona, streaming e diretta TV in chiaro?

Non ci sarà ancora una volta la Sud. Perché ha ragione. Non hanno ragione poche centinaia di scalmanati puzzolenti, come si vuol dar credere. Stanno dalla parte del giusto coloro i quali hanno detto di no, a malincuore e con le lacrime agli occhi, dopo Roma-Siviglia, vedendosi defraudati dei diritti più basilari, con perquisizioni umilianti e atteggiamenti provocatori di quegli stessi agenti che dovrebbero invece essere al loro servizio. Il “braccio di ferro”, come lo chiama il Sommo Prefetto, altro non è che una legittima protesta che sinora sta rimanendo nei canoni del rispetto e della civiltà, valori tanto invocati, paradossalmente, da chi ha innalzato barriere e ha trasformato un luogo di aggregazione e divertimento in un carcere di massima sicurezza. Dove i detenuti hanno persino pagato per entrare. Siamo in mano a una banda di folli, che qualcuno glielo dica. Buona partita.

  •   
  •  
  •  
  •