Mancio-Mou: due Inter della stessa medaglia

Pubblicato il autore: Domenico Margiotta

Real Madrid's Coach Jose Mourinho and Manchester City's Roberto Mancini


Prima di essere accusato di blasfemia, prima che tutti i tifosi interisti sacrifichino una sciarpa per non far arrabbiare il dio del calcio, ricordiamo che è Natale e, di norma, dovremmo essere tutti più buoni. Eppure una sorpresa c’è di questi tempi, e si chiama Inter, capolista del campionato di Serie A Tim. Questa squadra, e i numeri lo confermano (in parte) sta attraversando il lungo cammino in campionato in maniera molto simile a quello dell’Inter di José Mourinho edizione 2009-2010. La versione extra lusso, capace di centrare lo storico triplete. Di contro, questa versione utilitaria (come Mancini ama apostrofare la sua piccola creatura).

Dopo 16 giornate di Serie A Tim entrambe le squadre sono entrambe a quota 36 (11 vittorie, 3 pareggi e 2 sconfitte). Maturate, tra l’altro, sempre alla sesta giornata (Inter-Fiorentina 1-4, allora fu Sampdoria-Inter 1-0), mentre la seconda alla 15esima cinque anni fa (Juve-Inter 2-1) e alla 14esima in questo torneo (Napoli-Inter 2-1). Senza poi dimenticare che anche 5 stagioni fa l’anno solare si chiuse il 20 dicembre, proprio con Inter-Lazio. La squadra del portoghese vinse 1 a 0, grazie a un gol di Samuel Eto’o. Proprio il marchio di fabbrica dell’Inter attuale, che così ne ha portate a casa già 8. Se le due squadre, almeno sui numeri, fecero percorso parallelo, le armi usate furono diverse. Quella squadra segnò 34 reti e ne subì 14, mantenendo inviolata la porta dell’estremo difensore (allora Julio Cesar) appena sei volte. Questa fa meno gol (22) e meno ne prende (9), con Handanovic illibato in 11 gare su 16.

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Ma i paralleli tra le due versione della stessa maglia nascono dal confronto tra i protagonisti di allora e quelli di oggi. I due portieri sono entrambi in uno stato da special one: Julio da brasiliano com’era, un asso con i piedi, Samir limita gli errori al minimo sindacale ed è un pararigori di tutto rispetto. Oggi manca a questa squadra, rispetto a quella di 5 anni fa, uomini di fascia come Maicon. Ma il vero reparto su cui il Mancio punta per stupire ancora è la spina dorsale che passa dai centrali e dalla diga di centrocampo. Qui troviamo un altro brasiliano, Miranda, che incarca l’altrettanto brasiliano Lucio: simili nella corsa, caratterizzati da un grande senso della posizione e capacità di impostare. Invece, Murillo e Samuel vanno più sulla fisicità e l’anticipo. E il nazionale colombiano è molto più esperto di quanto non dicano i suoi 23 anni.

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A centrocampo, Cambiasso era l’uomo che faceva girare il gioco, al contrario di un pitbull di fama come Medel. In questo reparto la similitudine più importante sembra quella tra Brozovic e Stankovic (da prendere con le pinze). Due giocatori unici nel combinare sapientemente duttilità, dinamismo e tecnica, capaci ora di rincorrere ora di segnare gol impossibili (e ce ne sono da ricordare per Stankovic, mentre Brozo ce ne ha mostrati un paio nelle ultime uscite). Melo potrebbe essere abbinato a Materazzi, non nel ruolo ma come voce leader spirituale senza posto assicurato. Sneijder e Jovetic sono giocatori che, pur agli antipodi come modo di intendere il calcio, sanno accendere la luce della fantasia nel momento più opportuno. Più completo il trequartista olandese, con colpi unici il montenegrino. Diversi ma argentini i due bomber. Milito era arrivato ormai all’apice della carriera, un maestro nel giocare per la squadra e un finalizzatore implacabile; il più giovane Icardi studia da fuoriclasse, ma anche lui vede la porta come pochi.

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Le coppie Eto’o-Pandev e Perisic-Ljajic sembrano dirsi poco, invece incarnano la capacità di adattarsi e sacrificarsi per la squadra. Ricordiamo che Mou dal ritorno col Chelsea chiese a Eto’o (plurimedagliato di Barcellona) di fare all’occorrenza anche il terzino. Stessa cosa per Pandev sulla sinistra. E la medesima intuizione (scopiazzata) l’ha avuta il Mancio con Ljaijc e Peisic a partire dalla vittoria sulla Roma. Dal 4-5-1 questi si trasformano in operai specializzati, cantando e portando la croce per tutta la fascia.

Oltre ai numeri, a solidità e duttilità, Mou iniziò col rombo, prima di virare sul 4-2-3-1.La piccola differenza è che questa non ha ancora vinto nulla ed è meno abituata a vincere. Quella era reduce da 4 (3 sul campo) scudetti di fila e seppe reagire alle difficoltà aggrappandosi al suo condottiero. Questa ha sicuramente un tecnico meno capopopolo e deve ancora superare una vera crisi. Poca personalità rispetto ai reduci del triplete? Forse, ma anche allora il carattere e l’unità di uno spogliatoio pur diviso in gruppi ed etnie varie si formarono di vittoria in vittoria.

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