Roma Spezia, l’ultimo attracco di una nave che affonda. Chi ha ucciso il romanismo?

Pubblicato il autore: Simone Meloni

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Correva la stagione 1996/1997. Sulla panchina sedeva un certo Carlos Bianchi, un tipo che dentro l’anello del Grande Raccordo Anulare non gode certo di aurei ricordi e stima infinita. Che quell’annata sarebbe stata disastrosa lo si era intuito già il 28 agosto, quando i giallorossi caddero male, malissimo, al Manuzzi di Cesena, contro una squadra di Serie B che in quella stagione cambierà ben quattro allenatori retrocedendo malinconicamente in Serie C1.

Vent’anni dopo ci risiamo. Anzi, siamo messi ancora peggio. Sì perché l’imbarazzante sconfitta ai calci di rigore contro uno Spezia che in cadetteria veleggia a metà classifica, alternando buone prestazioni ad anonime sconfitte che, per ora, stanno deludendo le attese che vedevano i liguri come una delle squadre in lizza per la promozione in A, segna senza’altro una delle più fragorose e umilianti pagine della Roma americana. Un triste traguardo che però non viene tagliato casualmente, come casualmente non avviene quasi nulla nello sport e nella vita. A conti fatti, e senza giri di parole, dall’insediamento di Pallotta e compagnia bella, il popolo romanista ha inghiottito letame a profusione, che spesso gli è stato servito su coppe d’argento, presentato come la miglior portata in un ristorante a cinque stelle.

E questa voglia di regalità, questo chiacchiericcio che ci ha raccontato di progetti a lungo termine, piani quinquennali ed espansioni internazionali, si è impossessato per lungo tempo della mente di molti tifosi. Roma, città definita con troppa facilità impaziente e umorale (sarà vero, per carità, ma diciamo che per troppo tempo ha funzionato da palliativo per le negligenze altrui), ha dato a questa società tutta la sua pazienza e il suo amore incondizionato. Nonostante tutto. Nonostante un’eliminazione patita per mano dello Slovan Bratislava (non certo il Real Madrid di Di Stefano) che aveva fatto da biglietto da visita e che ha interrotto l’ottimo trend europeo garantito sino a quel momento dalle imprese (che imprese non erano, semmai si trattava di risultati frutto del lavoro) della Roma di Spalletti e da un decennio trascorso quasi sempre tra Champions League, Europa League e Coppa Uefa, relegando Totti e compagni al campionato nazionale per due stagioni, con relativa perdita di posizioni nel ranking Uefa e rientro nelle competizioni europee condito da figure barbine digerite con classe dal tifoso romanista, anche e soprattutto quello più accesso. Quello che sull’1-7 con il Bayern ancora cantava e agitava le bandiere della coreografia, o quello che sul 6-0 per il Barcellona intonava “La società dei magnaccioni” nello spettrale teatro del Camp Nou. Passando per sconfitte, almeno discutibili, sull’onda di quella subita alla Borisov Arena.

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Ci hanno parlato, dicevamo, di brand, di marchio, di internazionalizzazione dello stesso. Così, in “canzonella” ai principi basilari di democrazia e consenso popolare, si è deliberatamente cambiato lo stemma, affiancandolo, più che altro, a quello tarocco in vendita in tutte le migliori bancarelle di Roma il 18 giugno 2001. Il day after più bello di tutta la nostra vita calcistica. Ma come fa un marchio a salire alla ribalta dei mercati mondiali se chi lo rappresenta si svaluta, di stagione in stagione? Il lassismo mascherato dalle dolci parole pronunziate da qualcuno, non può essere più tollerato. Io c’ero quando i tifosi di Lecce e Atalanta festeggiavano l’ottenimento di risultati storici contro di noi con degli umilianti “Olè”, al tocco di ogni pallone. Come c’ero a Torino, in Coppa Italia. Quando perdemmo 3-0 senza mai ruggire, affrontando la Juventus come una Spes Artiglio qualsiasi. Oppure quando Fiorentina e Sampdoria tornarono a vincere all’Olimpico dopo un ventennio. Senza amore, senza rabbia, senza determinazione. Distruggendo sempre più quel sentimento di romanismo che ha storicamente contraddistinto il romanista.

Lo stadio a prezzi allucinanti. Il coraggio di chiedere 40 Euro per una Curva, contro il Bate Borisov o 25 per un match di livello amatoriale contro i Carpi, i Cagliari o i Chievo di turno. Per una partita che, mi mordo la lingua, non puoi vedere neanche nel Girone H della Serie D italiana. Tanto è noiosa e priva di sentore tattico e tecnico. Il 26 maggio. Come si può parlare di rilancio del brand se quello stesso brand è stato calpestato in maniera quasi mortale? Lo sapete cosa vuol dire per un tifoso della Roma perdere un derby in Finale di Coppa Italia? Non credo. Non ricordo scuse o prese di coscienza. Né quel giorno, né una settimana dopo. Né mai. Semmai ricordo complimenti tra connazionali. Dallo stesso pulpito che ieri ha calciato un rigore in maniera vergognosa, colpendo, con quella traiettoria lunare, il cuore di tutti i romanisti e infrangendolo ancor più. Non c’è poesia in questa Roma. Non c’è romanticismo. Non c’è passione. Non c’è romanismo. Non c’è nulla di quello che ha fatto innamorare tanti di un’idea, di un sogno e di un musica soave, più che di coppe e trofei, di cui la nostra bacheca è, e continua ad essere, avara.

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Ci sono tante cose dette al posto di altre, e tante altre mai dette perché sembra che ammettere le proprie responsabilità o farsi delle domande sul proprio lavoro sia reato di lesa maestà. Quando solo i mediocri non ammettono un passo falso e non tornano indietro per correggerlo. Verrebbe da dire che ieri si è toccato il fondo. E qualcuno ha già asserito che cacciare Garcia sarebbe la panacea di tutti i mali. Mi piacerebbe crederlo. Ma non è così. Perché se esonerarlo, da un punto di vista tecnico, sarebbe (e dovrebbe essere) scelta ovvia, dal punto di vista logistico non cambia le carte in tavola. A Roma, ormai, sembra non esserci minimamente la cultura del lavoro e la cultura del rispetto dei tifosi. Ma sembra non esserci neanche più un minimo di intelligenza calcistica. L’AS Roma, attualmente, è un’imbarcazione che naviga a vista, senza accorgersi che di tanto in tanto impatta su iceberg che la traforano facendo entrare acqua da tutte le parti e procurandone il conseguente, lento, naufragio. Verrà un altro condottiero? Durerà un anno. Si prenderà, assieme alla sua ciurma, allori e oneri ingiustificati, magari per un derby vinto, una qualificazione ottenuta o un primo posto in classifica momentaneo, ma poi siamo sicuri che, nel rispetto del quadro gattopardesco in cui questa Roma è incorniciata, ricomincerà la discesa verso gli inferi e verso l’anonimato di cui siamo attualmente prigionieri.

La gente si è disamorata. La gente non avverte più quel sentimento comune che ti faceva alzare la domenica mattina ed esser contento perché qualche ora dopo avresti assistito a un inutile Roma-Foggia, valevole magari per il decimo posto, ma in grado lo stesso di farti battere il cuore. Tutta questa voglia di esporre conti, di parlare un linguaggio politichese e commercialistico, una presa di posizione mai troppo chiara sulla vicenda della Curva Sud hanno preso il sopravvento e spento il sacro fuoco di un popolo che sicuramente non è mai stato vincente, ma è sempre stato fedele ed attaccato alla Roma, ai suoi colori e alle sue tradizioni. Quelle tradizioni che ormai dormono sepolte sotto le lucine del Verano. Perché almeno è in un cimitero monumentale che meritano di riposare solennemente.

Le offese ai giocatori per tutta la gara. I fischi e gli insulti alla Roma che sta battendo i rigori, le “contestazioni” ancor prima che la partita finisca. No. Il pubblico della Roma non è questo. Il pubblico della Roma è quello che ti incita pure se sei sotto di sette gol e che ti rimprovera dopo, ma mai durante. Eppure quel pubblico è stato tacciato di inadeguatezza da tanti. Da troppi. Vessato e messo da parte (salvo poi piangerne la scomparsa, quando si è capito che senza la spinta propulsiva della Curva Sud non si riusciva nemmeno a trafiggere la porta del Sassuolo). Le contestazioni post Roma-Fiorentina (perché se chi paga il biglietto contesta è da stigmatizzare, e quella sera non fu solo la Sud, poco importa se la squadra abbia offeso per lungo tempo i propri tifosi, se invece applaudi a mo’ di burattino, allora va bene. Perché i giocatori sono signorine, a volte con le cose loro, e non bisogna sfiorarle neanche con un fiore) hanno fatto dire a qualcuno che in questa città non si può fare calcio, e ad altri che i ragazzi di curva, innamorati e stanchi, sono dei “fucking idiots”.

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“Le carote fuori Trigoria sono un affronto esagerato ai giocatori”. Ci hanno detto. Ce lo vogliono ripetere anche dopo la prestazione di ieri, per favore? Sì, è vero. I tifosi li avete rimandati in trasferta con l’Away e gli avete permesso di abbonarsi nuovamente con la Home, ma è chiaro a tutti il concetto per cui nella vita non si campa di rendita su un’azione buona fatta se poi la stessa è seguita da errori madornali, leggerezze e sviste dilettantesche? A qualcuno interessa ancora recuperare il feeling con la gente, farla sentire importante e parlarle d’amore. Non di azioni, transazioni e fideiussioni. Il vuoto dell’Olimpico contro la festa dei tifosi dello Spezia, oltre che della folle repressione della Prefettura e dell’orario altrettanto immorale scelto dalla Lega, è anche figlio di tutte le coltellate inferte ai cuori giallorossi da questa gestione. Attualmente l’anima della Roma è in coma vegetativo, ricoverata in terapia intensiva. O qualcuno stacca definitivamente spina, evitandoci questo teatrino triste, squallido e per nulla divertente, oppure sia in grado di risvegliarla tirandole una secchiata d’acqua gelida in faccia e rimettendola in vita con dolcezza, rispetto e programmazione. Si rispetti quello che la Roma significa per Roma.

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