Ho visto Spezia Alessandria, e per due ore ho ripreso ad amare il calcio

Pubblicato il autore: Simone Meloni Segui

AleSp
Ripensavo a come mi avvicinai al calcio. Erano i mondiali del 1994. A dire il vero non sapevo neanche dell’esistenza di tutto questo mondo pazzo e che, nel futuro prossimo, avrebbero preso il sopravvento in buona parte della mia vita, arrivando persino a influenzarne ritmi, cadenze e umore
. Quell’anno, dicevamo, i miei genitori mi fecero una semplice domanda: “La vuoi una bandiera dell’Italia?”. Rimasi disorientato, ma alla fine me la feci cucire. La storia di USA ’94 non sto qui a raccontarla, purtroppo la sappiamo tutti. La cavalcata orchestrata da Roberto Baggio e i rigori sbagliati in finale dallo stesso e da Franco Baresi, che mi inflissero la prima punizione calcistica della vita, con relative lacrime per un sogno sfuggito proprio sul più bello.

Eppure ormai era fatta. I miei non sapevano di aver appena gettato le basi per la creazione di un mostro. Sì, perché il mio interesse verso il pallone non si fermò esattamente alla Nazionale e alla squadra di club da seguire e tifare. Le cose andarono leggermente oltre le previsioni. Tutto quello che rotolava e veniva colpito dai piedi creava in me un incredibile attrazione fatale. Ero inoltre affascinato dalla geografia e, quel mix letale, mi portò a conoscere, già dalle scuole elementari (grazie all’ausilio del solenne almanacco Panini), le realtà più piccole e periferiche del calcio italiano. Sì, mi piaceva da matti seguire la Serie C, leggere la storia dei club di Serie D e vedere quelli che allora erano veri e propri programmi cult per gli amanti del genere: “A tutta B” e “C siamo”. Un dessert dopo il dessert. Appena tornato da scuola.

Vedere, giocare e seguire il calcio equivaleva ad avere il diritto di sognare. Sognare di avere un lembo di tutte quelle magliette colorate, oppure seguire almeno una volta una partita in quegli stadi spesso infuocati e pieni di striscioni, tifosi, fumogeni e bandiere. Oggi, che questo lo faccio regolarmente, non è la stessa cosa. Forse perché sono rimasto vittima di una spirale leopardiana, interpretando “Il sabato del villaggio” alla lettera. O forse, più semplicemente, perché quel mondo che mi faceva battere il cuore non esiste più. 

E’ capitato però, che ieri fossi a La Spezia. Non per caso ovviamente. No. Sono classe 1987. Il militare non ho dovuto farlo, quindi non ho messo piede in Liguria per i celebri “tre giorni”. Io a La Spezia sono andato perché si giocava una partita storica. Ci sono andato perché da piccolo, più precisamente nel 1997, avevo acceso la televisione un’ora prima del fischio d’inizio di un Brescello-Juventus di Coppa Italia. La Vecchia Signora che affrontava il club con Don Camillo e Peppone sullo stemma. Quando Franzini portò in vantaggio temporaneamente gli emiliani esultai addirittura. E non per avversione nei confronti dei bianconeri. Ma proprio per il miracolo sportivo che si stava momentaneamente consumando. Come un anno prima, quando sempre i piemontesi affrontarono la Nocerina. Sempre in Coppa Italia.

Leggi anche:  Telecronisti Serie A, 6.a giornata: il palinsesto di Sky e DAZN

Perché c’è stato un tempo in cui questa era una competizione equa. Persino interessante. Ha finito per diventare come il nostro calcio: soltanto ad appannaggio delle squadre più titolate e sempre più avversa ai piccoli club. Costretti a giocare una gara secca in trasferta contro le “big”, a sintesi estrema dell’iniquità che veleggia sul nostro sport nazionale. Eppure capita, di volta in volta, che riaffiorino storie d’altri tempi e per i bambini, ma anche e soprattutto per i più adulti, torni il diritto di sognare ed apprezzare il pallone. Anche solo per un paio d’ore.

Io al Picco di La Spezia, come detto, ci sono andato appositamente. E non ho mai avuto dubbi. Ero all’Olimpico quando i liguri hanno buttato fuori una disastrata Roma ai calci di rigore. E un secondo dopo l’ultimo penalty avevo già deciso di partire ed assistere con i miei occhi a una gara che verrà ricordata per anni. L’Alessandria, per chi ha a cuore quelle storie di calcio dei tempi che furono, non è certo una banale squadretta emersa all’ultimo momento. Per intenderci, e con il rispetto di tutti, l’Alessandria non è un Sassuolo qualunque salito alla ribalta della Serie A grazie al suo facoltoso proprietario, che ne ha dissestato parti delle radici, regalandogli sì la Serie A, ma cancellandola a tempo indeterminato dalla sua sede naturale. I Grigi, sono un club che ha radici profonde. Chi è di quelle parti ed ha più di qualche capello bianco, oltre che un’anagrafe di ferro, può dire di aver visto il Grande Torino. Può dire, suo malgrado, di aver contribuito a un record di quella squadra. La vittoria per 10-0 che a tutt’oggi rappresenta il massimo scarto in una partita di Serie A. Ma è storia, e la storia mette le sue radici senza mai più toglierle.

Stagione 1959/1960. E l’ultima degli alessandrini in Serie A. Poi ci sarà tanto fango da mangiare. L’ultima retrocessione dalla B nel 1973/1974, l’onta del dilettantismo, stagioni tribolate, fallimenti e una lenta rinascita. Fino a tornare sotto la luce dei riflettori grazie a un cammino che ha del miracoloso. Perché se non è miracoloso far fuori quattro formazioni di categoria superiore, per giunta in trasferta, in sei turni a eliminazione diretta, nel calcio prepotente e discriminatorio del 2016, cos’altro lo può essere? Così, come se non fossero bastati i boati assordanti dei duemila di Marassi, e la gioia infinita del manipolo giunto fino al Barbera di Palermo, è arrivata la Spezia.

Leggi anche:  Telecronisti Serie A, 6.a giornata: il palinsesto di Sky e DAZN

E se la sfida è memorabile e da raccontare ai posteri, è anche grazie agli aquilotti. Anche loro vengono da un trend che induce al sogno, eliminando a domicilio Frosinone e Roma, due squadre che oltre a condividere la regione di provenienza, condividono anche la massima categoria. Spezia Alessandria è storia di una rivalità che si perde nella notte dei tempi. Tante storie che si incrociano e sfide degli anni ’90 che ritornano a galla. Due città divise da 185 chilometri, oltre da una solenne inimicizia. Il calcio lo conoscono bene anche al Picco. Hanno voluto e ottenuto il riconoscimento dello scudetto vinto dai Vigili del Fuoco nel 1945 e da sempre giocare in quello stadio, a pochi passi dal mare, non è impresa facile. Soprattutto se sei nemico giurato.

Si apre il sipario ed entrano in scena i protagonisti. In una di quelle occasioni che ti rimandano a tanti anni fa. Quando era sempre una festa vedere la partita. Che poi, fondamentalmente, basterebbe così poco. Basterebbe voler far amare lo sport più bello del mondo. Per 90′ ho visto quelle facce (“tutte quelle facce” come dice Nick Hornby) tirate e tese per l’appuntamento con quello che, probabilmente, potrebbe essere il traguardo più importante di tutta la loro vita sportiva. Spezzini contro alessandrini. Orsi contro aquile. “Chi non salta è uno spezzino”, “chi non salta alessandrino è”. Coreografie, bandiere e sciarpe. Visto? La Coppa Italia può essere anche bella e importante per qualcuno.

Rigore per lo Spezia. Segna Calaiò ed esplode il Picco. Ma qualcosa sembra comunque incepparsi nella squadra diretta da Di Carlo. L’Alessandria è sfrontata. Non ha paura. Tesse gioco e si conosce a memoria. Non sembra persino esserci la categoria di differenza. Tante occasioni, ma si arriva all’83 con i liguri ancora in vantaggio. E’ da poco entrato un giocatore nella fila grige. Un tale Riccardo Bocalon da Venezia. Ventisei anni per lui. Una palla spiove in area, la difesa spezzina traballa, lui la controlla due volte e infila Chichizola in uscita. Gol. Pareggio. Non è finita. Tagliavento assegna il recupero, tutti pensano ai supplementari e a un’altra mezz’ora da trascorrere al freddo e al gelo. Ma la parola fine nel calcio è messa soltanto dal triplice fischio del direttore di gara. Allora ecco un cross partire dalla destra, diretto proprio per Bocalon, l’ex Portogruaro salta più in alto di tutti e incrocia laddove il portiere avversario non può arrivare. Proprio sotto al settore dei tifosi alessandrini. Che esplodono, si abbracciano e non ci credono. Al contrario di quelli spezzini, che si disperano increduli. 

Leggi anche:  Telecronisti Serie A, 6.a giornata: il palinsesto di Sky e DAZN

Gli ultimi due giri di lancette sono di pura formalità Ormai l’inerzia è totalmente dalla parte dei piemontesi. Finisce. Con il boato del settore ospiti e i fischi fragorosi dei tifosi bianconeri. E’ tutto troppo strano per essere vero. In una serata in cui, a prescindere, gli applausi li meritano anche gli sconfitti, per aver regalato due ore di poesia ai calciofili. Non andranno a Milano, in semifinale, ma rimarranno nella mente di chi ha seguito questa competizione.

“Oh mamma mamma mamma, sai che c’è mi batte il corazon, ho visto l’Alessandria”, saltano i supporter dell’orso. Per loro la coccarda tricolore è già cucita sul petto dei giocatori. Qualunque sarà il risultato. Peccato che il calcio moderno, con le sue stupide restrizioni, non permetta di giocare la semifinale d’andata al Moccagatta. Uno di quegli impianti dove il pallone ha rotolato per le prime volte nel Belpaese. “Motivi di sicurezza”, dicono. Facciamo finta di crederci. Ma giocare a Torino fa perdere molto del fascino alla sfida. Una gara che incrocerà i destini di questi club storici, che hanno in comune un certo Gianni Rivera, che ad Alessandria è nato e ha mosso i primi passi della sua carriera. Trentadue anni dopo una squadra di terza divisione torna in semifinale (nel 1984 il Bari fu eliminato dal Verona) e chissà se ci aspettano altre pagine da scrivere.

Intanto il vento si è alzato su La Spezia. Un gelo che non fredda i cuori dei vincitori ma che mi riporta alla realtà. Il ritorno a Roma vorrà dire immergersi nuovamente in una calcio fatto di plastica e finzione. Perché è come nei sogni: ci si ubriaca e sembra di essere al top, si cerca di afferrare quanto di bello l’immaginazione si porta, tenendolo stretto quando il risveglio si avvicina. Ma è impossibile farcela. Perché la realtà è pronta prepotentemente a prenderti a cazzotti.

  •   
  •  
  •  
  •