Il binomio calciatore-scarsa cultura è sempre giustificato?

Pubblicato il autore: Luca Prete Segui

Nell’immaginario collettivo, è consolidato e diffuso il binomio calciatore-scarsa cultura o addirittura ignoranza. Le ragioni (quasi sempre fondate) che reggono questa convinzione, derivano soprattutto dal fatto che chi pratica a livello professionistico questo sport, non abbia terminato gli studi obbligatori, oppure li abbia conclusi con risultati alquanto modesti a causa del tempo dedicato all’attività agonistica, ma anche dalla svogliatezza e indolenza che si crede innate nel giocatore di calcio. Certamente, la stragrande maggioranza dei nostri beniamini, per raggiungere certi livelli e categorie, sono stati costretti a fare delle scelte, spinti soprattutto oltre dalla passione di sfondare in questo ambiente, anche dalla prospettiva di guadagni corposi legati a questa professione. E i genitori, anch’essi allettati dall’idea di vedere  i propri figli calcare i campi di gioco e avere fama e denaro, hanno senza dubbio posto poca resistenza di fronte alla loro  scelta di non “approfondire” o addirittura abbandonare l’opzione istruzione.
Ma davvero è sempre giustificato il binomio calciatore-scarsa cultura?
Già dagli anni ’60-’70, i giocatori del nord Europa che giungevano nel nostro campionato, mostravano una piena padronanza della lingua inglese, facilitati dal bilinguismo (accanto alla lingua locale), presente da decenni in paesi come la Svezia e Danimarca e diffuso ampiamente anche in Olanda e Germania. Una fluidità dell’idioma ma anche spesso a livello basilare, quasi assente, invece, in quelli nostrani. Gente come Nordhal e Liedholm, già 50 anni fa, mostravano un buona abilità nell’esprimersi in inglese. Conoscenza che appariva ancora più avanzata negli anni’80. con Laudrup, Elkjaer ma anche con il trio olandese del Milan (Gullit-Van Basten e Rijkaard), era composto da tre poliglotti.. Un dono comune ad altri giocatori “orange” come Seedorf che due decenni dopo, aveva raggiunto un ottimo livello di almeno quattro lingue.
Per quanto riguarda i nostri, invece, tranne quelli che hanno avuto una esperienza “oltremanica”, come Zola, Di Canio e Vialli, Panucci, non si mai contraddistinti nelle abilità linguistiche, complice un sistema scolastico non all’altezza prima e mancanze di opportunità (per motivi economici e culturali) di giocare in campionati stranieri successivamente.
Tuttavia, con il nuovo millennio e soprattutto nell’ultimo decennio il binomio calciatorescarsa cultura sembra essersi quanto meno attenuato anche da noi. Se negli anni ’90, l’ex portiere del Cagliari e del Milan, Mario Ielpo, era quasi una eccezione con la sua laurea in Giurisprudenza (non che gli altri fossero dei completi analfabeti in quella epoca. Per esempio, Maldini, diplomato al liceo, già parlava un decente inglese e tra gli allenatori Trapattoni, masticava un idioma ostico come il tedesco tedesco), e anche Pecchia, attivo in quel decennio, una volta appesi gli scarpini al chiodo, ha conseguito il medesimo titolo di studio di Ielpo. Negli anni 2000, sono diversi i giocatori di calcio “dottori”anche se il numero rimane ancora molto esiguo (circa l’0,8%).
Giorgio Chiellini ha conseguito la laurea in Economia e Commercio con un ottimo 109/110, forse davvero una rarità se si pensa anche alla facoltà abbastanza ostica. Tra gli altri italiani, figurano l’ex  portiere del Napoli, Roberto Colombo, dottore in Scienze Motorie, Guglielmo Stendardo (ex Atalalanta e Lazio), laureato in Giurisprudenza (come Roberto Agliardi), con annesso il superamento dell’esame di Stato per avvocato difensore. Poi c’è l’ex numero uno dell’Udinese, Brikic in Storia, il poliglotta, questa volta italiano, ex Lazio e Fiorentina e ora Sampdoria, Lorenzo De Silvestri, che dopo diploma alla scuola germanica (parla tedesco, inglese e francese a livello base), è iscritto alla facoltà di Economia con indirizzo Sport e Management. Tra gli stranieri, spicca il giapponese dell’Inter, Nagatomo con la laurea in Economia Politica,presso una celebre accademia nel suo paese ed è presente, campo di studi simile per l’olandese De Jong, dottore in Economia e Commercio e, forse, anche con un pò di sorpresa, visto il suo passato non proprio da intellettuale, il romeno Adrian Mutu, con addirittura un doppietta in Giurisprudenza e Scienze Motorie.
Questi casi, quindi, dimostrano che non sempre il binomio calciatore-scarsa cultura sia valido. Certamente, il numero di giocatori che abbiano proseguito gli studi sino all’università, almeno, relativamente a quelli che hanno giocato o sono in attività nel nostro campionato, rimane irrisorio (all’estero, è più elevato ma non di molto, e ancora una volta nei paesi del centro-nord Europa), tuttavia, i casi di calciatori e allenatori (tra cui molti italiani) che sappiano padroneggiare più di una lingua straniera sono molto aumentati negli ultimi anni e il trend non potrà che continuare a essere positivo in futuro.

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