Il Calcio e la Letteratura

Pubblicato il autore: Andrea Paone

Il gioco del calcio è lo sport nazionale per eccellenza, non solo in Italia; l’unico che unisce in un comune sentimento di entusiasmo e partecipazione di tutte le fasce sociali riuscendo a tenere desta l’attenzione prima e dopo l’ora e mezza di durata della partita. Che sia il mezzo televisivo o la visione diretta a comunicare le immagini del gioco, l’eccitazione del pubblico si mantiene sempre a un livello molto alto e la tensione quasi mai si acquieta con la fine del gioco ma lo trascende e ha modo di scaricarsi nelle strade cittadine, coinvolgendo anche chi l’incontro agonistico non l’ha seguito. È un gioco che, proiettato oltre gli stadi ufficiali, si reinventa quotidianamente nelle migliaia di campi sportivi più o meno improvvisati, nelle scuole e nei cortili delle case, ovunque si ritrovino un gruppo di ragazzi intorno a un pallone.

Registrare questo fenomeno, con spirito di partecipazione, con la serena ottica dell’interesse culturale, con l’acuta indagine della curiosità è la sfida che hanno lanciato, nel tempo, giornalisti, fotografi, sociologi, filosofi, pittori, scultori e anche letterati.”Il calcio è una metafora della vita”, sentenzia Jean-Paul Sartre. “La vita è una metafora del calcio”, corregge il filosofo Sergio Givone. Di certo, calcio e letteratura vanno a braccetto, in una simbiosi ormai consolidata. Aderenti al tema calcistico, sono le cinque poesie sul gioco del calcio di Umberto Saba, che si avvicina al calcio casualmente, entra la prima volta allo stadio solo per accompagnarvi la figlia desiderosa di vedere la squadra di casa, la Triestina. Fino a quel momento il poeta non aveva mai dato molto peso al calcio, anzi tutti quei tifosi che deliravano o si disperavano seguendo le evoluzioni di una sfera di cuoio lo irritavano; non riusciva a capirne il senso; ma da quel giorno per lui tutto cambiò, dentro quello stadio Saba si sentì perduto, avvolto dal calore della folla. Quel primo incontro col calcio è narrato in “Squadra paesana”; il poeta era ormai rapito da quello spettacolo che gli permetteva, fra l’altro, di riconoscersi nella massa, bisogno da lui sempre inseguito, e continuò a scrivere liriche sull’argomento, prendendo spunto ogni volta da alcuni momenti che lo avevano colpito maggiormente; così, mentre nella prima composizione aveva espresso lo stupore personale, nella seconda, “Tre momenti”, descrive la gioia e la felicità dei tifosi, la cui brevità è compensata dall’immensità, e inoltre gli istanti che precedono il fischio d’inizio e il comportamento del portiere, che si rilassa quando i suoi compagni hanno il controllo del gioco, ma che diventa guardingo appena lo perdono.

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Ancora il comportamento dei tifosi è il tema della “Tredicesima partita” scritta in occasione di un incontro disputato a Padova del quale il poeta fu spettatore insieme a sua figlia. Dopo aver capito che la coppia, nonostante non parli il dialetto locale, tifa per la squadra di casa, i tifosi con un atto di galanteria regalano un mazzetto di fiori alla ragazza (il clima non era quello di oggi, non si lanciavano motorini giù dalle gradinate…); Saba per ringraziarli dedica loro quella poesia, nonostante non fossero tifosi della sua Triestina, facendo leva sul sentimento di unità che lega gli spettatori. Emblematico è invece il quarto capitolo della raccolta: è l’unico momento in cui Saba mostra una sorta di disprezzo per il calcio, anzi, piuttosto per i calciatori, che “odiosi di tanto eran superbi passavan là sotto” e “tutto vedevano, e non quegli acerbi”; gli acerbi sarebbero i ragazzini e, infatti, specialmente a loro è dedicata la poesia “Fanciulli allo stadio”, perché nelle loro speranze, puntualmente deluse, Saba crede di rivivere la propria infanzia. Infine c’è “Goal”, probabilmente la più famosa fra queste poesie di Saba a soggetto calcistico. Tema di questa lirica sono i sentimenti contrastanti dei due portieri nel momento di un goal, appunto: il vinto, che si dispera e “contro terra cela la faccia”, come a voler scomparire, e l’altro che, obbligato a rimanere nei pali, lascia libera di vagare almeno la sua anima, alla ricerca della felicità insieme ai suoi compagni.

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Darwin Pastorin, in un saggio dal titolo “La filosofia politica del pallonetto”, scrive tra l’altro: «[…] Per Thomas Eliot “il calcio è un elemento fondamentale della cultura contemporanea”. Per me, che arrivo dal Sudamerica, dal Brasile, il pallone rappresenta un’utopia, un riscatto, una opposizione al potere. Basta leggere Eduardo Galeano: “Per quanto i tecnocrati lo programmino perfino nei minimi dettagli, per quanto i potenti lo manipolino, il calcio continua a voler essere l’arte dell’imprevisto”. Da bambino, orgoglioso figlio di emigranti veronesi, al quartiere Cambuci di San Paolo del Brasile, giocavo a calcio con i miei coetanei: mulatti, ebrei, giapponesi, polacchi. E quella palla di stracci e speranza rappresentava la nostra lingua in comune. Il nostro modo per stare insieme, per sognare, per capire e farci capire. Già, che tempi. Quando eravamo noi “gli altri”. Il calcio è tuttora in grado di opporsi al pallone geneticamente modificato, di riportare l’uomo al centro del football, eludendo schemi, strategie, marketing. Il calcio dei funamboli, dei poeti estremi del prato verde, di una rinnovata immaginazione al potere. Il calcio del dribbling, del pallonetto. […] Il calcio, dunque, comemovimento letterario e politico, come momento di rifiuto della normalità, del conformismo. E penso all’idolo della mia infanzia, l’ala destra brasiliana Mané Garrincha, citata dal presidente Lula come suo modello di riferimento sociale e culturale. Garrincha, l’analfabeta soprannominato “allegria della gente”, l’angelo dalle gambe storte, venne così descritto dal grande poeta Carlos Drummond De Andrade: “Fu un povero e semplice mortale che aiutò un paese intero a sublimare le sue tristezze. La cosa peggiore è che le tristezze ritornano e non c’è un altro Garrincha disponibile. Ne occorre un altro che continui ad alimentarci il sogno”. Ma la sintesi di questo intervento può essere racchiuso nella frase-manifesto dello scrittore Edilberto Coutinho: “Perché lo scrittore scrive sempre delle sue passioni.E l’uso che in certi casi le dittature fanno del calcio non invalida il gioco, la forza magica della sua bellezza e della sua emozione. Che continuano a prevalere. Perché il calcio, come la letteratura, se ben praticato, è forza di popolo. I dittatori passano. Passeranno sempre. Ma un gol di Garrincha è un momento eterno. Non lo dimentica nessuno”».

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Manuel Vázquez Montalbán, nel libro “Calcio – una religione alla ricerca del suo dio” (edizioni Frassinelli), scritto in occasione dei Campionati Mondiali di Francia, tra un’osservazione tecnica sul campionato spagnolo e uno sberleffo agli odiati dirigenti, formula preziose osservazioni sul rapporto tra calcio e letteratura: «Sono stati soprattutto gli autori latino-americani a trasformare il calcio in una moderna forma di epica. E allo stesso modo in cui Paesi come il Brasile e l’Argentina esportano giocatori in tutto il mondo, l’epica calcistica di autori come Eduardo Galeano e Osvaldo Soriano è stata esportata in tutto il mondo.Questi scrittori hanno saputo presentare il calcio per quello che veramente è, ossia una forma d’arte popolare. In questi autori c’e una naturalezza, una semplicità che manca del tutto negli scrittori europei. Che infatti, nel loro intellettualismo, hanno sempre snobbato il calcio». E in una intervista del 1998 dice: «Il calcio si sta trasformando in una religione sostitutiva di tipo laico, con una sua ritualità, i suoi simboli, le sue cattedrali, le sue sette. Finora il Mondiale di Francia è stato l’evento più importante in questo processo di globalizzazione del calcio, uno sport che si trasforma in proposta di alienazione collettiva su scala planetaria, fondata sulla contrapposizione tra Nord e Sud del mondo, tra Paesi che importano giocatori e altri che li esportano. Anche se tutto questo, fortunatamente, ha un contrappeso molto positivo nel carattere multirazziale del calcio contemporaneo».

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