La maledizione del nove. Da Matri a Luiz Adriano: una maglia senza padrone

Pubblicato il autore: Paolo Bellosta Segui

la maledizione della maglia numero nove
La maglia numero nove ha vestito campioni gloriosi, ha visto grandi giocatori calcare il terreno di San Siro. Veri e propri beniamini del pubblico.
Il nove è il numero del centravanti, del bomber d’area: Van Basten, Weah, Inzaghi. La storia del Milan è passata dalle loro giocate, dai loro piedi, le coppe sono passate per le loro mani. I fotogrammi dei loro gol sono impressi nella mente di tutti i tifosi rossoneri, dalla rovesciata del cigno di Utrecht alla cavalcata contro il Verona di re George, il passo è breve. Inzaghi è stato un attaccante diverso, una calamita sensibile al cuoio, sempre presente quando c’era da spingere dentro quel pallone. Tecnicamente i limiti di Pippo sono sempre stati evidenti, ma la sua tenacia e il suo infinito senso del gol hanno oscurato le pecche di un centravanti micidiale.
La spaccata che va a portare il Milan in semifinale di Champions, è un splendido esempio del suo essere predatore in area. Ci crede e si fionda su quel pallone, non si fa distrarre dal liscio di Chivu, ma va dritto sulla palla. La va a prendere con la punta dello scarpino e inventa un arcobaleno diretto verso la rete, che poi il gol sia stato attribuito a Tomasson è un mero dettaglio. Quella rete riassume bene l’Inzaghi predatore.
Non sempre, però, il nove ha visto padroni capaci di gestire un tale peso.

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Prima di Pippo, quella casacca appartiene a Gianni Comandini, giovane di belle speranze che esordisce timbrando subito una rete decisiva nel preliminare di Champions. Giusto il tempo di siglare una doppietta nello storico derby del 6a0 e poi il nulla, la sua carriera si conclude in provincia dove segna poco e gioca male.
Ma la maledizione del nove deve ancora iniziare. Pippo chiude col calcio giocato nel maggio del 2012, il suo primo erede sarà Alexandro Pato. Il papero veste la vecchia maglia di Inzaghi per soli sei mesi, scendendo in campo sette volte e segnando due reti. Un bottino misero per un calciatore che aveva fatto vedere grandi cose nei suoi primi anni al Milan: la sua tecnica impeccabile e uno scatto bruciante avevano fatto sognare uno Shevchenko bis, ma ben presto la realtà si è palesata in tutta la sua crudeltà. Una catena infinita di infortuni hanno cancellato in un attimo tutte le belle speranze maturate nei primi mesi.
Nel 2013-2014 si punta su Matri. Non si tratta di un nome roboante, ma di un onesto attaccante che aveva ben figurato nella Juve di Conte, Galliani decide di riportarlo a casa, convinto che sia l’uomo giusto. Quindici presenze e una rete: dopo sei mesi la maglia numero nove non ha più un padrone.
Anno nuovo e nuovo centravanti. E’ la volta di Torres, gol e assist all’esordio: la rinascita del Niño? Per niente, a gennaio è già divorzio.
Il 2014-2015 è anche l’anno del doppio nove, dopo Torres arriva un nuovo bomber: Mattia Destro.
Il giocatore più simile a Inzaghi: un rapinatore d’area, una punta cinica, brutta da vedere ma capace di trovare sempre la posizione giusta in area. Anche per Mattia i sogni di gloria si spengono quasi subito, dopo 15 partite e tre reti è già tempo di cambiare aria.
Il 2016 è l’anno di Luiz Adriano, il brasiliano arriva al Milan direttamente dall’Ucraina. Non ha un senso del gol impeccabile e neppure una tecnica sopraffina, ma inizialmente fa vedere buone cose. Segna all’Empoli e chiude con 5 reti, poi le sirene cinesi chiamano e Galliani non può certo farsi scappare una plusvalenza del genere.
La maglia numero nove è di nuovo in cerca di un padrone, è nell’armadio a prendere polvere in attesa di un vero erede. Ah, un consiglio per il prossimo bomber rossonero: se si dovesse riproporre una nuova sfida con l’Empoli meglio starsene in panchina. Il gol ai toscani porta davvero sfortuna, per conferma chiedere a Torres, Destro e Luiz Adriano. In gol tutti e tre e tutti e tre con la valigia in mano dopo sei mesi. Sarà un caso, però…

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