Simone Pepe e la favola del gol che non c’era

Pubblicato il autore: Paolo Bellosta Segui

simone pepe
Mancano pochi minuti alla fine di Chievo- Roma, Simone Pepe si appresta a battere una punizione dal limite. La palla è diretta verso l’angolino basso, Szczesny ci arriva e caccia il pallone fuori dalla porta.
L’ala clivense si dispera per il miracolo del numero uno giallorosso, ma neanche il tempo di mettersi le mani nei capelli che l’arbitro indica il centro del campo: la Serie A scopre la gol tecnology, in maniera strana, quasi inconsapevole.
Nella prima giornata del 2016, l’occhio di falco viene applicato per vedere ciò che la pupilla umana mai avrebbe potuto intuire. L’azione è stata rapida e convulsa, la palla è schizzata fuori veloce, è scappata via in un decimo di secondo. La frustrazione del giocatore muta in gioia incontenibile, si esulta per osmosi, si esulta tanto, ma nessuno ha visto il gol.
Le proteste giallorosse sono state vane di fronte all’evidenza, l’orologino sistemato al polso del giudice di porta ha dato il segnale: Chievo 3- Roma 3, palla al centro! Simone Pepe può godere.
Ci sono voluti cinquant’anni di polemiche e discussioni per applicare al calcio una parvenza di tecnologia. Uno sport, una religione per molti, che ha visto materializzarsi ingiustizie colossali, per colpa di un odio irrazionale verso la tecnologia, come se una telecamera in più potesse mettere in discussione lo strapotere dell’arbitro di turno.
Da anni si ripete sempre la stessa solfa “se sbaglia l’attaccante, può sbagliare anche un arbitro: fa parte del gioco”. Non fa parte del gioco, se sbaglia un arbitro è come se sballasse tutto: come se il giudice supremo smettesse di essere un membro neutro e decidesse di entrare in campo.
Sbagliare è umano, capita a tutti, non per forza dev’essere un gesto voluto e cercato, però, come accade in tutti gli altri sport, la tecnologia  può e deve essere un supporto fondamentale, non un nemico. L’arbitro non deve diventare un protagonista negativo che cambia la storia sportiva di una partita, troppe volte questo è successo.
Dal Mondiale del ’66, al caso di Muntari, passando per il (non)gol di Lampard in Sudafrica, troppe volte la fortuna e l’errore hanno modificato la vita di un match. Il “cosa sarebbe successo se…” è una formula che serve a poco, quel che è stato, è stato. Rimpianti e recriminazioni non hanno più senso di esistere, pensiamo a migliorare il calcio, a renderlo oggettivo e credibile, che la gol technology sia l’inizio di questo.
La moviola entra nel calcio italiano in maniera inconsapevole. Tante scoperte sono state fatte quasi per caso nella storia del mondo, Simone Pepe, un mercoledì pomeriggio, ha scoperto quanto è bello segnare senza rendersene conto.

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Paolo Bellosta

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