Spalletti alla Roma: se non si cambia mentalità prepariamoci al suo massacro

Pubblicato il autore: Simone Meloni Segui

spalletti_esultanzaCinque. Sono gli anni di gestione stars and stripes. Cinque. Sono gli allenatori cambiati dalla stessa. Per intendere che un qualcosa in questi anni non sia andato basterebbero tali numeri. Uomini, facce, storie e volti diversi ma guidati sempre dallo stesso filo conduttore: il non raggiungimento degli obiettivi prestabiliti e una lenta parabola discendente dopo un avvio in pompa magna, lodato e incensato da ambiente e buona parte dei media. Ogni volta come fosse il salvatore della Patria. Il possessore delle chiavi che avrebbero finalmente aperto la Porta Santa della nuova era calcistica romana. Non solo nessuno ci è mai riuscito, ma con il passare del tempo si è addirittura riusciti a regredire vistosamente, annegando nei propri limiti, ricusando pesantemente e biecamente la realtà dei fatti e non ponendo mai l’accento su un esame di coscienza che da troppo tempo fa capolino nella lontananza del tunnel buio e torbido dove la Roma si è andata a cacciare.

E’arrivata oggi l’ufficialità: Rudi Garcia non è più il tecnico giallorosso. E’ arrivata a tempo indebito, con quasi sette mesi di ritardo e tante figure barbine di mezzo. Farsi venire dei dubbi è lecito, credere che spesso, il tecnico transalpino, al netto dei suoi limiti e delle sue conclamate incapacità gestionali, sia stato usato da paralume su cui giocare a scarica barile è ancor più logico. Con quelle cifre, sia chiaro, non ci sono eroi o martiri, soprattutto in periodi di recessione come questi, ma lasciare un tecnico alla guida di una nave già affondata, dove l’intero equipaggio è anzitempo fuggito, non è certo opera da società di livello. E sicuramente non ha giovato alla causa. Di mezzo ci sono state occasioni perse e tracolli in mondovisione, chiedetelo a quelle poche anime pie presenti all’Olimpico un mesetto fa (e pure a quelle che non entrano lecitamente, per protestare contro un’altra vergogna tutta romana: quella delle barriere), quando lo Spezia festeggiava lo storico raggiungimento di una semifinale di Coppa Italia.

L’assunzione di responsabilità, diciamocelo pure, non è mai stato il forte di questa dirigenza. Del resto demandare o appioppare è sempre più facile. Ma dannoso. Alla lunga quasi mortale. Soprattutto se lo si fa in una città come Roma. Sorniona, svogliata, lassista e cialtrona per definizione. Dare adito è un errore madornale. E adito lo si è dato a troppi. A tanti. Senza scoperchiare il Vaso di Pandora che contiene gelosamente sconfitte umilianti e situazioni grottesche, il valzer degli allenatori è un sintomo chiaro dell’instabilità che una società, al suo quinto anno di gestione, non può più permettersi. Ma di cui sembra quasi giovarsi, confermando e accentuando i vizi atavici con i quali la Capitale ha da sempre avvolto e inglobato i suoi ospiti e i suoi figli sportivi.

Memoria corta. E’ quella che abbiamo nelle nostre vene. Ci siamo dimenticati dei processi, delle invettive e delle lezioni di calcio ad personam che abbiamo voluto dare a chiunque si sia seduto su quella panchina, non indagando poi e non tentando di approfondire. Perché non ci si è mai chiesti come faccia, sistematicamente, una macchina ad aver sempre bisogno del meccanico. Il conducente può forare una volta. Due. Tre. Ma non sempre. Forse, e dico forse, sarà anche responsabilità degli altri passeggeri che non se ne accorgono o, peggio ancora, fanno finta di nulla perché in fondo a loro va bene così. E poi, mi domando, se il meccanico non è capace e ogni volta la ripara parzialmente, con chi ce la vogliamo prendere?

Per farla corta (per farla breve), prima dell’allenatore, è la mentalità a dover cambiare. Altrimenti ci troveremo ogni volta qua a fare questo genere di discorsi. A parlare con tanti buoni propositi, partendo tutti incendiari e fieri ma arrivando tutti pompieri, come diceva Rino Gaetano. Mancano programmazione e organizzazione. Negli ultimi anni, tutti i difetti di cui ha sempre sofferto la Roma calcistica, sembrano essersi ancor più acuiti, lasciando la risoluzione al più facile “Oggi va così, domani pure, dopodomani forse ci pensiamo”. Senza che quel dopodomani arrivi mai ovviamente.

Toccherà a Spalletti. Non lo invidio. Ne ho ricordi bellissimi e indimenticabili. Per questo avrei preferito non venisse. Per non rischiare di vederlo massacrato, come già accadde negli ultimi tempi della sua gestione. Non è però il tempo di andarlo a prendere all’aeroporto o di renderlo vincitore ancor prima di aver incassato i tre punti col Verona. E’ tempo, semmai, di crescere e finirla di lodare tutto e tutti prima di qualsiasi risultato per poi maledire, screditare e affossare senza ragionamenti validi ma con la masochista volontà di devastare quanto c’è davanti. Ci riproviamo un’altra volta, sperando che sia l’ultima, ma essendo coscienti che da qui a qualche mese potremmo trovarci a mettere il tecnico di Certaldo sul banco degli imputati. Perché così agisce questa città. Ti coccola senza ragion dovuta e ti massacra senza pietà e, spesso, senza motivazione valida e fondata.

Ci si faccia un esame di coscienza. La Roma non è il Real Madrid, chiaro. Ma non è neanche l’ultima società di provincia che può permettersi di agire e decidere così come viene. O affidarsi al caso. Serietà, lavoro, sobrietà, organizzazione. Che il 2016 ci porti questi doni. Buon lavoro Lucianone!

Simone Meloni

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