Venticinque anni senza Dino Viola: esiste ancora quel senso di appartenenza?

Pubblicato il autore: Simone Meloni Segui

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Partiamo da un presupposto: sono del 1987 e non ho vissuto una stagione, da essere cosciente e consenziente, sotto la presidenza Dino Viola. Non mi piace scrivere o raccontare qualcosa che non ho visto o toccato con mano. Generalmente il trascorrere del tempo tende a lenire o ingrandire opere buone e ottimi ricordi. E quando un concetto, una sensazione o un’emozione si tramanda di bocca in bocca si ottiene, per ovvie ragioni, un prodotto che rischia di essere più mitico che reale. Eppure, se i miti esistono ci sarà un perché. In particolar modo, in questi anni mi sono chiesto quale filo conduttore legasse tanti di noi, delle nuove generazioni, quelli che lo scudetto del 1983 lo hanno visto al massimo sui vecchi servizi di 90° minuti, ad amare in maniera viscerale e incondizionata un presidente che non abbiamo mai vissuto e di cui, spesso, neanche sappiamo tanto?

Beh, sicuramente l’immagine di quel calcio ci affascina. Lo vediamo lontana dalle logiche del business senza limiti ove siamo caduti nell’ultimo ventennio. Beninteso che anche negli anni ’80 il calcio non era propriamente un semplice gioco e, a far girare i suoi ingranaggi, erano pur sempre il denaro e gli interessi. Tracciata questa linea sufficiente per stabilire il confine tra mito e realtà, possiamo tranquillamente dire che il ricordo di Dino Viola ci è assolutamente necessario in virtù di quello che la Roma (e le società calcistiche in generale) è diventata negli ultimi tempi. Se, infatti, il fattore economico è alla base del pallone, generalmente si diventa tifosi per ben altri motivi. C’è il cuore, ci sono i sentimenti e c’è la passione. Sensazioni che albergano a debita distanza da qualsiasi fattore più inerente a uno studio di contabilità che a una partita di calcio o un coro che parte potente dalla curva.

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Dino Viola è il padre sportivo che tutti noi avremmo voluto, ma che è scomparso prima di poterlo conoscere. Lo riviviamo attraverso video e filmati dell’epoca e capiamo che questo sport, in generale, era cosa ben diversa. Noi tifosi, soprattutto quelli che la Roma l’hanno vissuta in Curva Sud, vedendo ben poco calcio giocato, ma arrivando alla domenica sera senza voce, con le costole rotte per un’esultanza di troppo o con i lucciconi agli occhi per l’ennesima sconfitta, fondamentalmente sentiamo la mancanza di tutto ciò. E non è solo un fattore di curve divise o di barriere. No. E’ un discorso molto più ampio, che ha radici profonde. Quelle dello smantellamento di quel senso d’appartenenza. Quell’essere romanista a tutti i costi. Quelli del “La Roma non si discute, si ama”, ma anche quelli del “Mai schiavi del risultato”. Concetti, sogni, e speranze che Dino Viola conosceva e aveva capito alla perfezione. Facendole sue e incidendole nel suo cuore, divenuto di giorno in giorno romano. Lui che era nato a Terrarossa, nella Lunigiana, in quella terra di Toscana che strizza l’occhio alla Liguria.

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“Il giocatore non va divinizzato, quella che tiene il sudore è la maglia”, diceva, “I tifosi ci danno il loro amore, la loro fede, e noi li dobbiamo ricambiare”, affermava. Sembrano tante di quelle frasi che le curve espongono in momento critici. Quando la squadra non gira e i risultati non arrivano. Sarà che a quei tempi il pubblico, anche e soprattutto quello di curva, marciava di pari passo con squadra e società. Non era visto come un peso, additato di teppismo se provava ad alzare la voce per far sentire le proprie ragioni e rinchiuso (o escluso) in settori recintati manco fossimo allo zoo. Ecco. Tutto qua.

Di questo sente la mancanza il tifoso. E non solo quello della Roma. Quando il pubblico non ha fatto più comodo, quando si è capito che gli introiti e il potere potevano derivare da ben altri pulpiti (più grandi e redditizi) si è deciso di tagliare lentamente fuori lo spettatore. Soprattutto quello più folkloristico, rumoroso e passionale. Perché, intanto, con il passare degli anni, per lui non c’era più spazio nemmeno nella società di tutti i giorni, laddove ormai si tende ad abbattere ogni peculiarità o diversità (nel senso buono del termine) culturale e tradizionale. Le televisioni e la folle repressione che ha colpito il calcio italiano degli ultimi vent’anni hanno fatto tutto il resto.

Sarebbe stato bello, rimanendo in tema di ipotesi, vedere tra due domeniche la Curva Sud piena con tutti i suoi striscioni, compresi quelli in ricordo del Presidente. Sorretti e ideati anche da bambini cui è stata trasmessa l’onta del mito. Sarebbe stato bello vedere il bandierone con il volto di Viola sventolare possente nel cielo dell’Olimpico. Ma non sarà così. Con Il Frosinone il cuore del tifo romanista sarà di nuovo vuoto. Proprio perché quel calcio non esiste più e scelte cervellotiche, despotiche e medievali hanno indotti i suoi occupanti a non entrare. Malgrado i soldi spesi. Malgrado la passione ardente. Malgrado tutto.  Il 19 gennaio di venticinque anni fa ci lasciava il presidente Dino Viola. Un imprenditore. Vero. Non uno sprovveduto. Altrettanto vero. Ma anche un amante del calcio e della squadra ha presieduto. A guardare adesso, società assenti, presidenti che non spendono una parola di conforto per il proprio pubblico maltrattato e cacciato da casa propria ma che, a buon bisogno, invocano l’applicazione degli scanner facciali alle entrate del fantomatico nuovo stadio, sembrano passati un milione di anni.

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Il tempo passa in fretta e spesso tutto cancella. Ma quando un ricordo, un’immagine e una frase resta impressa nel cuore della gente e si tramanda di generazione in generazione, vuol dire che si è entrati nell’Olimpo degli immortali. Continua a riposare in pace Dino Viola, la tua Roma, il tuo romanismo e il tuo sorriso sarcastico non li toglieranno mai. A te come ai tuoi ragazzi con la sciarpa in lanetta giallorossa.

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