Antologia del pubblico che fu: c’è (stata) solo l’AS Roma?

Pubblicato il autore: Simone Meloni Segui

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“C’è solo l’AS Roma”, recitava una storica coreografia della Curva Sud, targata 1994/1995. Il derby del 3-0. Quello di Balbo, Cappioli, Fonseca. Per la precisione. Un assunto semplice quanto complesso, difficile da trasmettere ai posteri. E forse persosi nella notte dei tempi, inghiottito da un buco nero che lentamente ha posto egoismo, protagonismo e voglia di anteporre le proprie idee alla fede.

Si diceva, sempre un tempo, che chi indossa la maglia della tua squadra, non andasse fischiato o insultato. A meno che non si macchi di un reato capitale. Lesa maestà, tradimento, oltraggio alla bandiera. Figuriamoci, poi, se al centro della tenzone c’è la difesa di uno dell’altro personaggio, con tanto di spallucce nei confronti del bene comune. Che dovrebbe essere l’AS Roma. Molto più che un club (veramente, non nell’accezione ormai abusata di una squadra da calcio-salotto come il Barcellona).

Con l’assenza dellas Curva Sud l’Olimpico si avvolge in un mantra spirituale. Novanta minuti in cui tutti possono ascolatare tutti. Tratti di silenzio religioso e di bestemmie velate. Minuti di tradimento e vilipendio a una fede, senza che nessun confessionale sia pronto ad accogliere questi balzani fedeli.

Edin Dzeko, in questa sua iperbole per ora difficoltosa nella Capitale, ha appena sbagliato un gol clamoroso. Ma davvero clamoroso. Uno di quelli che pure un arzillo vecchietto di 87 anni ti direbbe: “Lo segnavo anche io”. Appoggia la testa al palo, sconsolato. Gli fanno da cornice i fischi e i cori per Totti. Come a dire: “Avete visto? Avevamo ragione noi, lui dovevate far fuori!”. Poco prima, alla presentazione delle squadre, in tanti si erano dilettati a sbeffeggiare il tecnico di Certaldo. Dimenticando sempre quella causa evidentemente non più comune. Chissà se il ragazzo di Sarajevo avrà percepito appieno ciò che stava accadendo. Chissà se avrà ripensato ai suoi esordi nello Željezničar, la squadra dei ferrovieri della capitale bosniaca, e ai derby contro i cugini dell’FK Sarajevo. Laddove fischiare un giocatore con la maglia del proprio club equivarebbe forse alla decapitazione in pubblica piazza.

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Lui comunque ha chiuso gli occhi, ha gettato il cuore oltre l’ostacolo e oltre la figuraccia, e qualche minuto dopo ha stoppato un pallone con il petto, si è girato e ha fatto gol. Qualcuno ha storto il naso, altri, che pochi secondi prima lo avrebbero mandato all’inferno, ne hanno invocato il nome. Non dimenticando, ovviamente, la diatriba Totti/Spalletti. Perché nella fredda serata dell’Olimpico, l’importante era schierarsi con l’uno o con l’altro. Non con la Roma. Questo è sembrato lapalissiano.

C’è solo l’AS Roma. Sembra così lontano. Chi l’ha ideato oggi non c’era. Avrebbe coperto le schermaglie posticce a suon di cori e canti per una Roma scoppiettante, che dopo anni infila un pokerissimo di vittorie. Si sarebbe alzato forte il boato della Curva Sud. Che oggi si è perso nella mente di chi l’ha immaginata, di l’ha desiderata là, come un amore lontano, perduto, ma ancora vivo e ardente. Di certo non hanno fatto così quelli che alla prodezza di Salah si sono alzati in piedi, rivolgendosi verso Francesco Totti, seduto in tribuna, con il gesto dell’ombrello. Ad antitesi dei loro “compari” esultanti per l’errore del “rivale in amore” del Capitano.

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Fischi e offese per tutti. Applausi e ovazioni per pochi. Mirate comunque, non casuali. Per buona pace della bandiera giallo ocra e rosso pompeiano, che i nostri padri ci hanno insegnato ad amare e onorare sempre, nella buona e nella cattiva sorte, in salute e malattia, finché morte non ci separi. Il disgusto cocente, così, non viene lenito da una vittoria netta e scintillante. Il disgusto sta nella ricerca vana di quel romanismo apparentemente svanuto, e di cui nessuno si preoccupa. Trincerato dietro ai propri paletti mentali e sempre più distante da tutto e tutti. 

Il “grande pubblico” di Roma-Real. I 55.000 “innamorati” (una volta ne ricordo 70.000 vol Foggia. Rischiavamo di retrocedere) non possono essere raccontati da solerti penne impegnate a dipingere un quadro destinato a rimanere intonso, bianco e funereo. Molti di quegli innamorati, con tutta probabilità, oggi non hanno neanche seguito il calcio. Mentre altri soffrivano, per aver lasciato il tempio in mano, anche e soprattutto, a sani detrattori della causa. Un triste scenario, per un triste pubblico. Senza anima, ma con il solo intento di gridare al cielo la propria appartenenza a questo o a quell’altro giocatore. A questo o a quell’altro allenatore. Poco male se il derby si gioca con la Lazio. Ieri Mario Rossi lo ha disputato contro Francesco Totti e Marco Verdi contro Luciano Spalletti. Poi ci sono state sfide più sentite contro questo o quell’altro singolo.

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La disgregazione di un popolo sotto gli occhi di tutti. Una diaspora inesorabile e leopardiana, per quanto cupa e priva di pulsioni emozionali. Se non quelle tristi e malinconiche. La frantumazione di qualsiasi caposaldo del tifoso romanista. La metamorfosi kafkiana in un pubblico degno del Super Bowl o dei più importanti incontri di NHL. “Scusate, non mi lego a questa schiera, morrò pecora nerà” diceva Francesco Guccini nella sua bellissima Canzoni di notte n°2. Come la notte che è calata sull’Olimpico, portando il freddo dalla collina di Monte Mario. Quella “gianna”, come la chiamano a Roma, che tutti sperano ci riporti un sentimento unitario e romanista. In grado di valicare convinzioni e faziosità inutili. Perché, se l’aveste dimenticato, “La Roma non si discute, si ama”.

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