“Bocia” sorvegliato speciale, Bergamo non lo abbandona (FOTO)

Pubblicato il autore: Simone Meloni Segui

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“Ti ricordi che freddo faceva? E noi con le torce accese. Ti ricordi che pioggia scendeva? E noi con le sciarpe tese!”
sono le parole di una nota canzone degli Atarassia Grop. Parole che mi hanno sempre fatto correre un brivido sulla schiena. Profonde, belle, intense, sincere. Rivedo là, sulle gradinate, migliaia di ragazzi con il sorriso e con il broncio per una sconfitta, con le lacrime che scendono copiose dopo uno scudetto perso o una retrocessione. Ma sempre con la voce in gola e la sciarpa fiera al cielo.

E’ il romanticismo del calcio. Quello che a certi livelli non c’è più. Ucciso, sventrato e stuprato. Dagli interessi economici prima, da leggi incostituzionali e repressive poi.  Sì, quei ragazzi con le sciarpe tese di errori ne hanno fatti, non si sono mai nascosti dietro a un dito. Hanno pagato. Con la libertà, sublime colomba che ogni essere umano ama veder volare soave nel cielo. Conti salati, spesso ben più duri e cari rispetto al pranzo consumato. Perché a giustificarli c’era sempre il fatto che loro erano “la feccia”. I “violenti”. I “disagiati”.

La mia prima trasferta fu a Bergamo. Inizio anni duemila. Sapete cosa voleva dire per un romano andare ai piedi della Alpi Orobiche? Erano insulti che partivano dalle vecchiette appostate sui balconi. “Siete tifosi della Roma, siete solo dei terun”, ci gridavano. Ma ci rispettavano. E noi li rispettavamo. Sapevamo che quella “finta guerra” aveva delle regole e che nessuno doveva abusarne e oltrepassarle. Mi innamorai subito dei miei “rivali” in una sorta di perversa Sindrome di Stoccolma. Una città piccola, arroccata su una collina. Piccola ma “cazzuta”. Dove l’Atalanta vale più di qualsiasi croce in chiesa. Lo capii quel giorno. Mi piacque, non lo posso negare. Ho sempre avuto un debole nei loro confronti.

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Una tifoseria che ha saputo fare aggregazione, ha saputo impegnarsi nel sociale ma anche far rispettare le proprie regole e la propria identità. Qull’essere atalantino che emerge fiero nella “Festa della Dea” e in mille altre circostanze, dove a guidare le fila dei ragazzi di nerazzurro vestiti ci sono anche e soprattutto persone comuni. Che riconoscono nella Nord una seconda casa. Ma questo, non può piacere a una società che vira sempre più verso l’individualismo estremo e la disgregazione dei rapporti umani.

Certo, lo ripeto, di errori me sono stati fatti. Ma la pena, emersa in queste settimane per il leader storico della Nord, è sicuramente non commisurata né ai suoi comportamenti oltre le righe, né ai suoi atteggiamente riconosciuti da un’intera comunità. E non solo, considerate le decine di striscioni apparsi in tutti gli stadi della Penisola in queste settimane. Bocia, per ora, sarà costretto a sottostare a un regime di sorveglianza speciale, per la durata di 18 mesi. Una anno e mezzo privo di parecchi diritti basilari, come già avevamo preannunciato in un nostro articolo di qualche tempo fa. Un provvedimento generalmente adottato nei confronti di boss della malavita organizzata.

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Non è andata giù la cosa ai suoi amici. Ai ragazzi della Nord e alle tante persone che a Bergamo, in Italia e in Europa lo conoscono. Non sono potuti restare in silenzio e assistere a un vero e proprio abominio giuridico. Hanno riempito le vie della città, spalleggiati da tifoserie amiche, rivali o semplicemente solidali, provenienti anche d’oltralpe. Hanno sfilato fieramente. “Sorvegliateci” era lo striscione che guidava il serpentone umano. Pacifico, a differenza di come alcune noti fonti editoriali cittadine, da tempo impegnate in una vigliacca guerra contro il tifo organizzato, hanno voluto far credere.

Un ironico invito. A sottolineare come nessuno lascerà solo Claudio, al secolo “Bocia”. A evidenziare come l’incredibile soffocamento dell’aggregazione curvaiola bergamasca abbia raggiunto livelli inaccettabili e a tratti inquietanti. C’è la volontà di colpire al cuore la Curva Nord e farla fuori una volta per tutte. Finché, però, vi saranno persone in grado di marciare e mostrare la propria indignazione sarà difficile raggiungere il risultato. Difficile, ma purtroppo non impossibile. Perché il mondo di oggi viaggia verso l’annientamento di qualsiasi spazio aggregativo e qualsiasi luogo in grado di creare folklore e libertà d’espressione, oltre che mentale.

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Un po’ come quei media che si travestono da solerti camerieri degli architetti di queste oscenità. Staremo a vedere e seguiremo la vicenda. Indagando, commentando e, se necessario, puntando il dito.

“Ti ricordi la tua vecchia sciarpa? Quanto caldo teneva! Il primo coro imparato a memoria, la prima attesa vittoria”. Iniziava così quella famosa canzone. L’attesa vittoria è il ritorno a una situazione di vivibilità. Alla Brumana come nella società di tutti i giorni. Senza l’utilizzo della violenza verbale e fisica laddove non serve. Che il caldo di quella sciarpa nerazzurra lenisca almeno questi giorni di triste e forzata solitudine. Perché in realtà Claudio non è solo. Fuori c’è una bellissima famiglia ad attenderlo. E a volerlo rivedere in balaustra a lanciare il primo coro che squadrcia il silenzio e dà la carica alla Dea. Perchè “L’Atalanta siete voi!”.

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