Crisi Inter: il British style di Mancini e l’effimero successo di Napoli

Pubblicato il autore: Edoardo Evangelista Segui

Crisi Inter
Crisi Inter: 5 punti in 6 partite, 7 gol subiti in sette giorni, quarto posto con Roma a -3 e Milan rientrato a -5.
Ancora un k.o. per l’Inter, a chiudere una settimana disastrosa per i colori nerazzurri, aperta dalla Lasagna indigesta di domenica scorsa e proseguita dalle débâcles contro Juventus e Milan. I sette gol subiti in sette giorni con uno solo segnato, in contropiede ed in modo fortunoso contro il Carpi, sanzionano la repentina inversione di tendenza cui si è assistito nell’ultimo mese, precisamente da quell’infausta sconfitta casalinga contro la Lazio nell’ultimo turno prima di Natale. Cinque punti nelle ultime sei di campionato, con la sola vittoria scialba e discussa di Empoli, costituiscono un bottino troppo magro per non riflettere profondamente sulle cause di un’interruzione così drammatica del percorso di crescita intrapreso, un cammino che sta prendendo sempre più le sembianze di una pericolosa involuzione tecnica e tattica, oltre che di risultati. Il terzo posto della Fiorentina è ancora lì alla portata, ma la Roma a -3 ed il Milan a -5 rappresentano il concreto spauracchio di un’altra stagione da buttare, nonostante l’agio di giocarla senza dover dosare le energie in funzione degli appuntamenti europei. Mancare la Champions vorrebbe dire senza mezzi termini abbandonare sul nascere ogni velleità di accorciare il gap qualitativo e mentale dalla vetta, dato il contraccolpo psicologico e soprattutto economico che ne deriverebbe.

Crisi Inter: nerazzurri mangiati dalla tensione del vertice della classifica e dal voltafaccia della buona sorte.

Mancini lo sa, ed è forse questo tetro scenario a spaventarlo di più. Non appena la tensione e la posta in gioco sono salite sensibilmente di livello, con i nerazzurri indicati da più parti come i favoriti, il tecnico si è rapidamente sgretolato in panchina e fuori dal campo, di pari passo con una squadra che a tratti sembra davvero smarrita. La fortuna di cui tanto si è parlato, poi, sembra oggettivamente aver voltato le spalle. Handanovic, Murillo e Miranda, a nostro giudizio (non solo nostro, a dire la verità) la chiave di volta dell’ottimo avvio di stagione interista, non danno più quella sensazione di impenetrabilità e sicurezza ostentata almeno fino a dicembre, e gli episodi vanno sovente nella direzione opposta a quella desiderata. C’era da aspettarselo vista la nutrita dose di buona sorte che aveva accompagnato e sostenuto i destini nerazzurri così a lungo, ma si sa, la fortuna aiuta gli audaci e quella Inter, così solida e concentrata, aveva più volte sembrato meritare che il fato gli arridesse a tal punto. Per questo non ci sembra dovuto al caso il drastico mutamento di tendenza registrato nelle ultime settimane, segno che qualcosa è davvero cambiato: al minimo episodio contrario, che sia una decisione arbitrale discutibile o semplicemente un gol subito per merito degli avversari, l’Inter si dimostra letteralmente incapace di reagire, o anche solo di trovare la forza per provarci convintamente. L’immagine della squadra è perfettamente sintetizzata dal nervosismo con cui ormai puntualmente, salvo rari casi come mercoledì a Torino, il proprio tecnico si presenta ai microfoni nel dopo partita.

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Crisi Inter: l’eclissi del personaggio sportivo e mediatico Mancini.

L’aplomb appreso in quel di Manchester, e sviluppato a tavolino negli anni seguenti, sta sfumando con la velocità della luce e lascia il posto ad un Mancini teso nei lineamenti del viso ancor prima che nelle parole. Un Roberto raramente lucido e ormai preda dell’impossibilità di continuare a nutrire di nuova linfa la figura sportiva che aveva costruito attorno al proprio personaggio mediatico. Un personaggio che, a dir la verità, non era mai risultato simpatico neanche da giocatore, ma che mitigato dalle esperienze in panchina aveva saputo dare una diversa immagine di sé, in controtendenza con le esasperazioni del Mancio n.10 e dei suoi primi approcci alla guida tecnica di una squadra. Ora tutto questo se ne sta andando in fumo per effetto di una scelta delicata e rischiosa, che come previsto gli si sta ritorcendo contro: quella di interrompere su due piedi la pausa che aveva deciso di prendersi in attesa che gli fosse proposta una panchina di lustro europeo e di tornare ad allenare l’Inter. I cavalli di ritorno raramente si rivelano un successo e come se non bastasse le premesse non erano delle migliori, trovando un’Inter dissestata dalla fallimentare cura Mazzarri e priva della liquidità necessaria a risollevarsi improvvisamente. Primi sei mesi scialbi, improntati al paziente lavoro sul campo e conditi dalle continue lamentele per un organico definito senza mezzi termini da rifare da capo. La calma e la lucidità, però, non erano mai venute a mancare, neanche nei momenti più bui sotto il profilo dei risultati, in perfetto ossequio al British style che gli veniva riconosciuto anche oltremanica per quanto riguarda l’eleganza nel vestire ed il controllo da attore navigato nel parlare davanti ai microfoni. Nel parlare anche di arbitri, ovviamente.

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Crisi Inter: il crollo di Mancini allo stadio e le scuse tardive via Twitter. In mezzo un’altra discussione con Mediaset.

Sembrano così lontani quei giorni, eppure quell’atteggiamento si riscontra almeno fino ai primissimi mesi della stagione corrente. Un modo di fare, nel rapportarsi ai media e talvolta anche ai giocatori, che è definitivamente crollato di fronte alla polemica con Sarri e all’esaltazione per quell’effimero successo nei quarti di finale di Coppa Italia, ultimo rigurgito d’orgoglio di un’Inter che oggi sembra lontana parente di quella ammirata sul finire del 2015. L’ingombrante bailamme mediatico che ha fatto seguito alla vicenda Sarri-Mancini si è in un certo senso rivoltato contro al tecnico di Jesi, uscito malconcio da un confronto a distanza che lo vedeva dalla parte della ragione su di un piano di principio, ma che ha personalmente gestito male fino al crollo di ieri sera, quel dito medio sulle cui scuse ha in un primo momento preferito sorvolare, salvo ripiegare nella notte mettendola affannosamente in calcio d’angolo con uno scarno messaggio via Twitter.


Non sono sfuggite, però, alcune parole volgari e fuori luogo scappate nell’intervista a Mediaset Premium, nello studio condotto da Mikaela Calcagno alla presenza, tra gli altri, dell’ex arbitro De Marco, in cui Mancini sulla falsariga di precedenti dichiarazioni se l’è presa senza mezzi termini con i presenti e con la categoria arbitrale in generale, in questa circostanza nella persona del fischietto Damato per non aver concesso un rigore su Eder ed un rosso ad Abate. Non si deve certo tacere delle difficoltà cui un allenatore va incontro quando si presenta alla stampa per analizzare una partita, un periodo, così complicati da commentare. Eppure l’anno scorso riusciva a mantenersi nei limiti idealmente stabiliti dall’educazione, esattamente come nei momenti di crisi vissuti a Manchester. E allora cos’è cambiato?

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Crisi Inter: un’interpretazione dei tormenti patiti da Mancini.

Difficile dirlo con certezza. La nostra interpretazione è che quest’anno, nonostante gli appelli alla prudenza nel ricordare l’obiettivo concreto di centrare il terzo posto anche quando l’Inter guardava tutti dall’alto in basso, Mancini avesse davvero fatto la bocca alla possibilità di centrare lo Scudetto in netto anticipo rispetto al progetto tracciato con Thohir un anno fa. Un piano di ritorno economico e sportivo delineato l’estate scorsa con una campagna acquisti notevolmente dispendiosa, anche al netto della cessione di Kovacic. Un mercato in cui Mancini è stato accontentato praticamente su tutta la linea, e che oggi si è tristemente convertito in una delle due principali imputazioni di opinionisti e tifosi nei suoi confronti. L’altra è la totale incapacità di dare una chiara identità di gioco alla squadra nonostante tempo e denaro per plasmarla non gli abbiano fatto difetto. L’Inter continua ad affidarsi alle giocate individuali ed estemporanee di calciatori che non hanno mai fatto della continuità il proprio punto di forza. La mancata ricerca di un giocatore di qualità in mezzo al campo dopo l’addio di Guarin e la virata definitiva su Eder, 30enne che va a riempire un reparto al quale continuano a non arrivare con fluidità e velocità palloni giocabili, rendono perdurante l’equivoco tecnico-tattico di una compagine che continua ad affidarsi in regia ai vari Medel, Felipe Melo e Brozovic, snaturandoli fino al punto di farli sembrare più scarsi di ciò che sono in realtà. Infine il predetto, effimero successo di Napoli condito dall’episodio Sarri, che hanno distorto la percezione della realtà delle cose in Mancini, inducendolo a pensare di aver ripreso con profitto il timone della squadra e di avere la possibilità di assestare un colpo decisivo dal punto di vista mentale all’ambiente partenopeo. La tremenda settimana sportiva che si è appena chiusa ed il crollo gestionale dell’uomo ancor prima che del tecnico Mancini, sono rivelatori della colpevole sottovalutazione di una crisi che origina molto indietro nel tempo e della tardiva consapevolezza della rischiosità di una scelta presa forse incautamente un anno fa.

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