Il Carpi e lo stadio “Cabassi”, quando la provincia non sogna più (FOTO)

Pubblicato il autore: Simone Meloni Segui

IMG_7772Il treno arresta il proprio cammino nella nebbiolina che corona il cielo plumbeo, tipico di una giornata di febbraio della Bassa Padana. La “corsetta”, come chiamano da queste parti la littorina che fa la spola tra Modena e Carpi, è giunta a destinazione in perfetto orario. Una ragazza aspetta che tutti i passeggeri siano scesi per caricare la propria bicicletta sul convoglio e ripartire alla volta del capoluogo. Sedici chilometri più in là.

Chérp, come direbbero i suoi abitanti, porta ancora i segni tangibili del terremoto che nel 2012 sconvolse l’Emilia. Basta affacciarsi nella stupenda Piazza dei Martiri per vedere il Duomo ancora incerottato e stretto da diverse impalcature. Eppure la città ha conosciuto il riscatto, almeno parziale, nel calcio. La squadra locale, infatti, in pochi anni è passata dalla Serie D alla Serie A. Dagli spareggi con i campani del Pianura alle trasferte suggestive di Roma, Milano, Napoli e Torino. Un sogno, un’utopia, che è diventata realtà per i 70.000 abitanti del comune più popoloso nella provincia di Modena.

Ma i sogni, come è tristemente noto, si pagano amaramente nel mondo del pallone odierno. C’è una legge non scritta, antica quanto il mondo, che avvicina il calcio al senso d’identità. Uno sport dove riconoscersi e saper vivere appieno le proprie radici. Lo sanno bene da queste parti, gente senza tanti fronzoli, spesso schiva, ma certamente autentica e attaccata alla propria terra. Pure se questa terra li ha sbatacchiati da una parte all’altra della stanza, minacciandoli pesantemente di morte solo quattro anni fa.

Percorrendo poco più di un chilometro dalla stazione, costeggiando il centro storico, si arriva allo stadio Sandro Cabassi. Un vecchio impianto polifunzionale, tipico delle costruzioni sportive del ventennio fascista, dotato di velodromo e, inizialmente, di una sola tribuna. Sandro Cabassi, in antitesi con il periodo in cui lo stadio fu eretto, è stato un partigiano appartenente al Fronte della Gioventù, e il suo nome è andato a sostituire la vecchia intitolazione a Mario Papotti, un ragazzo morto nella guerra civile di Spagna. Basta un’occhiata da fuori per avere una netta sensazione di ritorno al passato. Non ci sono partite e questo comporta che il suo perimetro non è circondato da cancelloni e prefiltraggi. I muretti bassi e i botteghini scavati nel mattonato ci rimandano a vecchie immagini in bianco e nero, quando il calcio era davvero uno sport popolare e per acquistare un biglietto, anche in una gara anonima, c’era bisogno di mettersi in fila.

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Un cancellone è spalancato. Si può entrare. Nella pancia del Cabassi prima, sulle gradinate poi. Stasera il Carpi ospiterà la Roma. Ma qua non si giocherà nessuna gara. I riflettori non verranno accesi, l’erba non verrà bagnata e nessuno ai cancelli staccherà i biglietti. No. Perché “Il Carpi a Carpi”, parafrasando i suoi tifosi, quest’anno non ci giocherà mai. Un po’ colpa del calcio dei giorni nostri, un po’ dei soliti interessi gestionali che alla fine, riguardando istituzioni e scartoffie, finiscono per incancrenire ogni situazione. I biancorossi giocano al Braglia. A Modena. Nella tana del nemico storico. L’antitesi di ciò che il pallone fu. Non lo hanno accettato tutti. Anzi, buona parte della tifoseria carpigiana ha pensato di boicottare. Di non vivere questo storico anno di massima divisione. Perché i principi a volte valgono più di momenti forse irripetibili.

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Una presa di posizione netta nei confronti di comune e società. I primi accusati di non voler il bene della Carpi calcistica, non provvedendo a rendere lo stadio a norma e costringendo la società a “elemosinare” (come scrissero i ragazzi di curva in un comunicato della scorsa estate) dal Modena l’affitto del Braglia.

Ci sono i murales dei Guidati dal Lambrusco, uno dei gruppi della gradinata che assieme alle altre insegne del tifo emiliano hanno foraggiato e portato avanti la protesta. Alla faccia di chi è pronto a spendere sessanta Euro per un biglietto di Champions League in stadi morti e asettici. Il Cabassi sprizza vecchio calcio da tutti i pori. Certo, le varie ristrutturazioni che negli anni si sono susseguite per permettere al club di assolvere agli obblighi della Lega Pro prima e della Serie D poi, non sono stati delle migliori. Basti pensare che nelle stagioni trascorse in cadetteria la società ha comunque dovuto usufruire di una deroga, a causa della scarsa capienza del settore ospiti (689 posti anziché gli 800 richiesti). Ed è proprio su questo che vertono le preoccupazioni dei tifosi.

Il “noleggio” del Braglia infatti è regolato da un contratto di due anni (dal quale il Carpi può recedere in caso reperisca alternative per la disputa delle gare interne), e appare sempre più probabile che anche la prossima stagione verrà disputata all’ombra della Ghirlandina, a prescindere da quale sia la categoria del Carpi. Il comune, sinora, non ha intenzione di mettere sulla bilancia ulteriori fondi per lo stadio, la società traccheggia e il Cabassi resta sempre più triste e malinconico, relegato alle sgambate d’allenamento e alle partite della primavera.

Il cielo comincia a farsi sempre più cupo e qualche goccia di pioggia cade svogliatamente. C’è un bar sotto la tribuna coperta. All’interno una decina di persone, con un marcato accento locale, scherzano e chiacchierano. Sulle pareti maglie e foto celebrano i momenti migliori del calcio carpigiano. Un voltanino invita la tifoseria a raggiungere numerosa Torino, dove i ragazzi di Castori si giocheranno buona parte delle chance di permanenza in Serie A. Ordino il mio caffè e scambio due chiacchiere con l’avventore, un tifoso storico. Il pessimismo sulla questione stadio tiene banco inevitabilmente. “Hai sbagliato città”, mi dice scherzosamente in vista della partita contro la Roma.

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Una triste verità che riflette alla perfezione il modo storto (e stolto) di fare e intendere questo sport negli ultimi anni. La mancanza di voglia e fondi finisce spesso con l’abbattere l’entusiasmo di piccoli centri e uccidere favole e belle storie come avrebbe dovuto essere quella del Carpi. La burocrazia, i regolamenti, le paranoie sulle gestione delle strutture sportive sono parte integrante della nostra era, che noi lo vogliamo o meno. Un qualcosa con cui fare i conti e che ha tolto a tanti l’entusiasmo e la voglia di sognare a occhi aperti vedendo un pallone rotolare sul manto verde. Per ora quello del Cabassi resta spelacchiato. Dal centrocampo bisogna fare opera d’immaginazione, per vedere le due piccole curve piene e la tribuna colorata con i vessilli dei tifosi. Magari in un derby contro il Modena. Ognuno nel suo stadio. Con le sue tradizioni, le sue usanze e i suoi tifosi. Perché è così che dovrebbe funzionare. Anche nel Paese dei Ponzio Pilato e delle spallucce a tutti i costi.

 

 

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