Lei non sa chi ero io – Paulo Roberto Falcao

Pubblicato il autore: massimiliano granato Segui

falcao

Il tacco di El Shaarawy, neo acquisto giallorosso, ha fatto letteralmente impazzire i tifosi. Un tocco di fino che ha chiuso virtualmente la gara contro il Frosinone. Molti anni prima, c’era un altro monarca che faceva andare in fibrillazione i sostenitori giallorossi. Parliamo di Paulo Roberto Falcao, un vero e proprio monumento all’eleganza. Arrivò in Italia nel 1980, all’indomani della riapertura al giocatore straniero. Duttile, indossava la maglia numero 5 che poteva significare qualsiasi cosa: copriva, agiva da regista e all’occasione, era anche un goleador. Il primo anno non va proprio male: 25 presenze e 4 reti in campionato, corredati da una Coppa Italia. Sembrava danzare con il pallone, lo accarezzava quasi, gli faceva fare ciò che voleva. La beffa del gol annullato a Turone sembrò quasi non intaccarlo: egli faceva solo il suo lavoro, anzi stupendosi per l’attenzione mediatica. Ci fu qualche ospitata in tv nelle quali esprimeva pacatamente le sue opinioni, mai sopra le righe. Nel 1981-82 24 presenze e 6 reti e fu in quella stagione, sempre sotto la guida di Liedholm, che si gettarono le basi per il fantastico scudetto della primavera successiva: era il 1983 e Falcao riuscì a mitigare la delusione per il mondiale sfumato sotto i colpi di Paolo Rossi. E lì Falcao venne incoronato “ottavo re di Roma “: 39 presenze e 10 reti fra campionato e coppe. ” Il mio nome si pronuncia Falcon ma se i tifosi mi chiamano Falcao io sarò Falcao “: un signore. Ancora non lo sa, ma la parabola discendente sta per iniziare.  La stagione 1983-84 divenne una stagione chiave: si punta alla Coppa dei Campioni: la finale tra l’altro è a Roma Falcao diede il suo apporto alla stagione con 6 reti in 43 incontri. Ma nella finale contro il Liverpool non si presenta sul dischetto: ” colui che fece per viltade il gran rifiuto “, parafrasando Catone l’Uticense. ” Guai fisici ” ebbe a dire lui. Nessuno o quasi gli credette. La coppa andò al Liverpool. Alla Roma la Coppa Italia: magra consolazione. Si arriva al 1984: va via Liedholm e arriva Eriksson: l’aria si fa pesante. Falcao gioca 4 gare e segna un gol al Napoli: sarà l’ultimo gol italiano. Poi l’infortunio, la diatriba con Viola: la rescissione e il ritorno, amaro, in patria. L’ottavo Re di Roma lascia la sua corona ad altri. Torna per un anno al San Paolo, ma gioca molto poco. E al mondiale messicano è l’ombra di sè stesso. Forse se Santana avesse creduto in lui…il Brasile non sarebbe mai uscito. Chi può saperlo? Nell’attuale mondo del calcio non ci sarebbe forse posto per uno come lui: troppo signore, troppo romantico, troppo diverso. I romanisti lo hanno amato e poi lasciato, come si fa anche per eccessivo amore. L’ultimo gesto gli è stato fatale, come l’eroe titanico che cade all’ultimo ostacolo e si lascia andare. Falcao sarà ricordato come uno dei simboli del terzo scudetto ma anche per uno dei responsabili del ko ai rigori in quella maledetta notte romana: sono passati ormai 33 anni ed in mezzo c’è stato anche uno scudetto. Eppure c’è da essere certi che se passeggiasse di notte per la città, più di qualcuno andrebbe ad abbracciarlo. ” Guai fisici ” ebbe a dire. Ma la classe rimane.

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MASSIMILIANO GRANATO

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