Cara Dea, la tua è una crisi d’identità

Pubblicato il autore: Gianluca Pirovano Segui

MagliaOre 22.45 circa, stadio Olimpico di Roma. L’Atalanta è appena uscita sconfitta dal posticipo della 29esima giornata. Doppietta di Klose, un palo di D’Alessandro e poco altro. Sotto il settore ospiti il solo De Roon accompagnato da Marcello Ginami saluta i pochi tifosi ospiti giunti fino alla Capitale. Sono lontane le invasioni degli anni ’90, il tempo ha sbiaditola tradizione della trasferta domenicale e la tessera ha fatto tutto il resto. Ma questa gente meriterebbe comunque rispetto anche se la squadra non sembra ricordarsene.

I numeri- Reja è stato confermato, almeno fino alla gara di domenica con il Bologna, e in un’intervista pubblicata da “L’eco di Bergamo” si è preso gran parte delle responsabilità per la situazione attuale. “Io mi considero il primo responsabile di questa situazione perché sono l’allenatore e conosco le regole del gioco” ha dichiarato. Certo è che i numeri non sono dalla sua. 98 giorni senza vittorie, 14 giornate che hanno fruttato 6 punti frutto di altrettanti pareggi e 8 sconfitte. Quartopeggior attacco del campionato con soli 26 gol fatti. Dati allarmanti che hanno portato la zona retrocessione a soli 4 punti. I numeri comunque, pur negativi, sono migliori di quelli della scorsa stagione. L’anno scorso infatti, alla 29esima giornata, l’Atalanta aveva segnato 24 gol e ne aveva subiti 40, che avevano fruttato 26 punti totali. Le gare senza vittoria la scorsa stagione si erano però fermate a 8, quelle intercorse tra le due vittorie interne con Cagliari e Sassuolo. La differenza sostanziale sta però nelle rivali. RejaLa scorsa stagione, oltre a Parma e Cesena, sempre sul fondo della classifica, l’unica rivale, il Cagliari, non è mai sembrata realmente in grado di dare il colpo di coda necessario per acciuffare i 37 punti dell’Atalanta, pur chiudendo al termine della stagione con soli tre punti di distacco. Quest’anno invece, tolto il Verona che sembra ormai spacciato, Carpi e Frosinone all’incoscienza della loro prima esperienza in seria A aggiungono dei sistemi di gioco ordinati e rodati che possono sorprendere fino alla fine. Il Palermo poi è squadra schizofrenica e capace di ogni risultato. La lotta salvezza è quindi più aperta che mai.

Tattica e Società- A Reja si può imputare quindi la colpa di non aver fatto fare alla squadra il salto di qualità, soprattutto sul lato del gioco, che tutti siaspettavano da lui e che era tra i motivi che avevano portato all’esonero di Colantuono. L’Atalanta, che domenica sera ha fornito tra l’altro una buona prestazione, almeno nei primi 45′, è troppo prevedibile. Il 4-3-3 dell’allenatore goriziano appare troppo slegato tra i reparti, con un centrocampo più votato alla rottura che alla costruzione e due esterni troppo leggeri.
E qui si inseriscono le colpe della società.
In primis il non aver pensato ad inizio stagione ad un degno sostituto per Denis la cui situazione era chiara già a Giugno. Il risultato è che oggi tutta la manovra paga l’assenza di un riferimento avanzato. Non sono punte adatte ad un 4-3-3 né Pinilla né Borriello, giocatori abituati a guardare la porta in faccia e non a lavorare di spalle. Allo stesso modo la società ha sicuramente sottovalutato l’importanza di Maxi Moralez nei meccanismi della squadra. Il Frasquito era infatti l’unico, insieme a Gomez, in grado di saltare l’uomo e spaccare la partita, oltre che l’unico abile a muoversi tra le linee. Chiaro, l’offerta economica e la volontà del giocatore hanno giocato un ruolo fondamentale ma è evidente che non si sia operato per cercare un sostituto valido.

L’identità- Moduli, numeri, scelte societarie. Tutto vero, ma c’è altro. L’Atalanta è da sempre una delle squadre che più di tutte rappresenta lo spirito della propria città. Bergamo è l’Atalanta e l’Atalanta è Bergamo, molto banalmente. Per questa ragione il Comunale è sempre stato un campo duro per tutti. Anche contro la peggior Atalanta non è mai stato facile vincere a Bergamo. Una squadra qualche volta brutta, sporca e cattiva ma sempre decisa e mai doma. Quest’anno ed in parte la scorsa stagione è lampante l’impressione che questo legame sia venuto meno. Di questa stagione stupisce infatti la passività di fronte alle sconfitte di un gruppo che spesso non ha saputo reagire. Non lo scarso livello tecnico, non il pessimo gioco, non le sconfitte pesanti, ma una grande crisi d’identità che rischia di allontanare la squadra dalla propria gente.
In fondo la piazza di Bergamo non chiede molto e lo dimostra il fatto che, nonostante tutto, ancora non vi siano state contestazioni e che la media spettatori, al netto dei divieti, si mantenga sui 15.300, in linea con le stagioni precedenti.
La stagione potrà quindi concludersi con la salvezza o con la retrocessione ma è necessario che l’Atalanta torni ad essere la squadra della propria gente.

C’è una scritta sui muri del Lazzaretto, proprio di fronte all’ingresso degli spogliatoi del Comunale. Hanno provato a cancellarla ma qualcuno l’ha subito rifatta. “ La maglia sudata sempre”. La speranza è che i ragazzi la leggano domenica e capiscano che non gli si chiede molto, solo di metterci il cuore, come facciamo noi.

 

  •   
  •  
  •  
  •  
Tags: