Cassino, “Nati sotto l’Abbazia”: chi resiste ai bombardamenti, può sempre rinascere

Pubblicato il autore: Simone Meloni Segui

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Cassino, Terra di Lavoro. Terra Sancti Benedicti (Terra di San Benedetto). Oggi Basso Lazio. Celebre per la sua Abbazia. E, tristemente, per i bombardamenti che l’hanno irrimediabilmente distrutta durante la seconda guerra mondiale, tanto da valerle l’appellativo di Città Martire, che ogni 15 marzo ricorda quel tragico evento. L’antica Casinum, che ha dato il nome al moderno insediamento, nel 1863, sino ad allora conosciuto come San Germano.

Potremmo disquisire per ore sulla storia della città. Un cronologia lunga e intricata. Dolorosa, con tanti giovani costretti a lasciare Cassino nel dopoguerra, a causa delle epidemie di malaria e della ricostruzione che rese la città un vero e proprio cantiere a cielo aperto. Un’economia che si risollevò lentamente, con diverse industrie impiantate sul territorio, ma che di tanto in tanto ricade nell’apatia per il forte legame che la stringe all’automobile (la FIAT) e all’andamento del mercato. E poco sfrutta risorse enormi e potenzialmente infinite, come l’Università e, per l’appunto, quell’Abbazia che da sola dovrebbe essere il biglietto da visita di un’intera zona.

Un fiero senso di appartenenza, che non ha mai visto di buon occhio l’annessione alla provincia di Frosinone. Da queste parti, per storia, cultura e tradizioni (e anche dialetto) nessuno può/vuol definirsi ciociaro. È un qualcosa che accomuna un po’ tutta la Terra di Lavoro in territorio laziale, uno sconvolgimento geografico che a distanza di quasi un secolo pesa ancora vertiginosamente nell’orgoglio di due entità vicine ma differenti. Bello del campanilismo e mostruosità di politiche ciecamente nazionaliste o regionaliste che mai hanno giovato al Belpaese.

Cassino però, è anche una città che vive di calcio. Lo respira, lo ama, lo ha sempre seguito. Nonostante la sua squadra abbia passato stagioni, decenni, tribolati e pieni di delusioni. Dalla stazione bisogna camminare a piedi per un quarto d’ora circa e arrivare in un anfratto compreso tra la Via Casilina e la Via Appia. Non due strade qualunque. Ricche di storia e di storie da raccontare, culle di viaggi e leggende vecchie duemila anni. Lo stadio Gino Salveti, uno di cui da queste parti ancora si leggono i sonetti e se ne venerano le capacità letterarie, nonché le conoscenze sportive, fa parte della cultura popolare cassinate. Nonostante sia sommerso, nei suoi dintorni, da sterpaglie che controllano svogliate il Fiume Rapido (che qualche chilometro più in là si unirà al Gari e poi al Liri, formando quel Garigliano che rappresenta la linea di confine con la Campania), al suo interno si respira ancora l’aria dei tempi che furono. Quando il calcio era davvero uno sport in grado di muovere le masse. A prescindere dalla categoria.

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Basta guardare le prime immagini del Salveti. Quelle che narrano l’ascesa del Cassino, negli anni ’70, dai dilettanti alla Serie C. All’epoca l’impianto era in grado di contenere ben 20.000 spettatori, sfruttando i settori “prato”, impensabili con le cervellotiche norme odierne. Tanto è vero che la capienza ufficiale, mentre scriviamo, è di 3.700 posti. Sempre che non arrivi qualche mente geniale a ridurla per un qualsivoglia motivo afferibile all’ordine pubblico.

Chiedete a un vecchio sportivo cassinate, magari a uno di quelli che “bazzicava” il settore Laterale Sud, il cuore del tifo biancazzurro, cosa ne pensa degli anni ottanta. Fatevi raccontare dei derby con il Formia, della finale di Viareggio contro la compagine pontina. Potreste rimanere esterrefatti, se venite da Roma e siete romanocentrici, nel pensare che a pochi chilometri da casa esistano così tante storie di calcio. Ma del resto, se qualcuno non lo sa, la provincia era e resta il serbatoio del romanticismo pallonaro. Morte e ignominia a chi negli ultimi anni sta facendo di tutto per eliminarne il fascino e il senso più profondo.

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Dicevamo degli anni ottanta. Quelli storici per il tifo cassinate, quelli che fanno da preludio al decennio successivo. Forse il più travagliato della squadra locale. Cambi societari e delusioni sportive, fino al giro di boa con gli anni duemila e il ritorno in Serie C2 dopo ben 26 anni, grazie a un’ultima giornata da cardiopalma. Con l’Aprilia, sconfitto clamorosamente in casa dal Monterotondo, superato all’ultimo soffio con la vittoria interna sul Bojano . E’ il 2006, e per il calcio locale è un’annata. Seguiranno quattro stagioni tra i professionisti, con i playoff sfiorati e l’amaro sipario che cala nel 2010, sotto la presidenza Murolo. La squadra non è iscritta a nessun campionato e dopo 64 anni la città rischia di non avere il suo sodalizio calcistico. Un affronto ai tifosi, che ancora oggi ricordano il nome di Murolo con ben poca simpatia.

Ma Cassino e i cassinati non sono certo gente poco pratica e disfattista di fronte alle difficoltà. Nelle vene di molti di loro corre il sangue di chi ha subito i bombardamenti e visto crollare tutto in pochi minuti. Chi sa che suo nonno o suo padre hanno assistito inermi alle bombe sul simbolo cittadino, sa anche che il problema non sarà far rinascere un qualcosa che ha sempre rappresentato con orgoglio numerose generazioni. Ci si rimbocca e soprattutto grazie all’amore incondizionato dei tifosi, nasce l’ASD Nuova Cassino 1924. Si riparte dal basso. Dalla Promozione Laziale. Lontani dai fasti e dalle luci del professionismo. In sordina. Ma sempre con la stessa caparbietà.

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Il “Salveti” deve diventare un campo di battaglia, che nessuno deve violare. Solo così si può riportare in alto ciò che è stato malamente scaraventato in basso. Nel 2014 si torna in Eccellenza, alla ricerca di qualla Serie D che riaprirebbe le porte delle competizioni interregionali. Il resto è storia dei giorni nostri, con la squadra di Ezio Castellucci che dopo un avvio claudicante ha saputo riprendersi in campionato e, cosa più importante, continuare il suo cammino in Coppa Italia Eccellenza. Ipotecando la semifinale grazie al 3-0 interno contro il Vastogirardi.

Cassino è tornata a sognare e a far parlare di sé. Anche in un’epoca in cui il calcio è ostaggio di mille interessi e di quella spinta social-mediatica che lo dipinge forzatamente come sport-spazzatura in mano ai violenti. Perché fa comodo così. Fa notizia. Fa click. Peccato. Se si avesse più voglia di vivere e raccontare le storie che questa disciplina offre, di rispettare e invogliare i suoi tifosi, si potrebbe davvero pensare di far passare un determinato messaggio. Loro, quelli “Nati sotto l’Abbazia”, come cantano orgogliosamente, ci sono riusciti. Ci riescono in tanti in provincia. Perché è nella provincia che sta il serbatoio del nostro sport e delle nostre favole. Mettetevelo bene in testa.

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