Cruijff, l’Arancia Meccanica e il giallo del mondiale regalato a Videla

Pubblicato il autore: Valerio Mingarelli Segui

cruijff
E’ complicato, per chi come me negli anni ’70 non c’era ancora, rapportarsi alla figura monumentale di Johan Cruijff. Per chi è nato nel 1980, il colore arancione rapportato alla “pelota” rimanda all’eleganza del cigno di Utrecht (Marco Van Basten), alla sontuosità di uragano Franklin (Frank Rijkaard) e alle svolazzanti treccine del detonante Ruud Gullit. Di Cruijff ci resta più la spocchia e il volto di bronzo  con cui si presentò ai piedi del Partenone per l’atto finale della Coppa dei Campioni del 1994. Sicuro di triturare il Milan orfano ormai del suo allievo prediletto (Van Basten, vittima dell’ultimo fatale crac alla caviglia), pensò bene di farsi fotografare in compagnia della coppa dalle grandi orecchie con tanto di nastrini azulgrana. Una Waterloo del suo Barcellona in quel di Atene, per lui, non era nemmeno pensabile. Come è andata poi è materiale da compendio di storia calcistica: il prestigiatore Savicevic signoreggiò per 90 minuti, “bip-bip” Massaro spedì al TSO tutta la difesa catalana, e il Diavolo del nocchiero Fabio Capello gettò una colata di bitume sulla ciurma di Cruijff con un mirabile 4-0.

Va boh, ma questo è il Cruijff allenatore, capace di far man bassa di successi così come di “infilzare” giocatori, stampa e avversari con tutti i suoi spigoli, eredità di un’infanzia vissuta nell’indigenza del più decadente rione di Amsterdam. Sul Cruijff giocatore, la mia generazione si è dovuta aggrappare ai video, ai libri, e soprattutto ai racconti di padri e nonni . Raffinato e soave, guizzante e geniale, dadaista e… vincente: l’aggettivazione di chi ce lo ha raccontato con due lampade alogene al posto degli occhi rende l’idea. Perché Cruijff era un’idea, non un semplice fuoriclasse del pallone. L’epica del calcio totale e il mito dell’Arancia Meccanica, in riferimento a quella nazionale olandese che negli anni ’70 portò a compimento la più lucente controriforma della storia del giuoco, fanno di lui il vero pioniere di tanti esteti dello scarpino arrivati dopo. Da Platini a Maradona, da Zidane a Messi, passando per Baggio, Ronaldo e tanti altri.

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Ed è proprio nella parabola di quell’Arancia Meccanica che si annida uno dei misteri della vita di Johan Cruijff. Nella grandinata di doverosi epitaffi televisivi e commossi necrologi telematici di queste ore, è facile veder citata l’assenza del n°14 “Orange” ai mondiali di Argentina del 1978. Forse il torneo più controverso della storia dell’iride calcistico, avvolto da un’atmosfera grigia e surreale in un paese terrorizzato dal processo di riorganizzazione nazionale del generale Jorge Rafael Videla. Una tirannia avvezza a torture, a controllo coercitivo della vita sociale e all’annientamento fisico e morale di tutti gli oppositori del regime. Boicottaggi e denunce non fermarono gli appetiti propagandistici di Videla, così come non arrestarono la sete di rivalsa dei guerriglieri “Montoneros” dell’ala peronista più oltranzista, che in pieno mondiale si scatenarono dando vita a non pochi momenti di tensione. Tra i big del calcio assenti alla kermesse, l’assenza di Cruijff fu senza dubbio la più altisonante. Per anni i contorni gialli sui reali motivi del forfait non vennero mai sciolti, e la letteratura pallonara diede adito alle più disparate congetture. Si vaneggiò di una sua lite furibonda con i vertici della federazione olandese. Si fantasticò di problemi di soldi, frutto di investimenti sbagliati (e di mai confermate perdite al gioco). Però, per gran parte degli addetti ai lavori del rettangolo verde l’opinione diffusa fu quella di un “no” di matrice politica. Disgustato dai sanguinari metodi videliani, Cruijff avrebbe deciso di non volare a Buenos Aires proprio per non finire nel quadretto propagandistico imbastito ad hoc dai colonnelli “gauchi” del regime. Per anni fu questo il pensiero comune, e per molti lo è ancora oggi che Johan è passato a miglior vita. Tanto che in alcune ricostruzioni del suo vissuto si dice proprio questo. La verità, però, la spiegò lo stesso Cruijff in un’intervista rivelatrice datata 2008 a Radio Catalunya. “Qualche mese prima del mondiale” – asserì la star del Barcellona – “dei malviventi entrarono in casa mia armati. Legarono me e mia moglie, e puntarono un fucile in faccia ai miei figli. Volevano rapirne uno, ma fortunatamente poi non accade. Quell’episodio però cambiò il mio modo di vivere: dormimmo con due poliziotti in casa per 5-6 mesi, e la paura mi portò a dire no alla nazionale per quell’estate. Di Videla sapevo poco o nulla”. Il discorso non farebbe (anzi non fa) una grinza. In molti però si chiedono: perché parlarne solo 30 anni dopo? Nella Spagna post-franchista rapine e sequestri erano prassi quotidiana, e i personaggi pubblici erano notoriamente sotto tiro. C’è chi ha parlato addirittura di un blitz di banditi argentini spediti in Catalogna proprio per obbligarlo a partecipare al mondiale, ma non lo sapremo mai. Quel forfait è e rimarrà uno dei misteri che il leggendario Johan oggi si porta via con sé. Ci fosse stato lui in campo, l’Olanda non avrebbe mai perso la finale del “Monumental” contro l’Argentina di Kempes e Passarella: è quello che pensano tutti gli appassionati di calcio. E in cuor suo, lo ha sempre pensato anche lui egocentrico com’era. Anche questo però, non lo sapremo mai.

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