FALLO DA TERGO: l’insostenibile leggerezza dell’essere, Balotelli

Pubblicato il autore: Sergio Campofiorito Segui
SuperMario

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E’ l’anno buono”, “Ha messo la testa a posto”, “Tornerà in Nazionale”, “Con Mihajlovic sarà un’altra storia, saprà raddrizzarlo”: l’italico pensiero sui destini pallonari di Balotelli era stato più benevolo (e ingenuo), come spesso si conviene, dell’esperienza. Chiamato a risollevare le sorti di un Milan consunto nella forma e dagli infortuni nell’ultimo turno a Sassuolo (2 – 0), Mario Balotelli si è fatalmente svelato al mondo facendo cadere il bluff che teneva in mano il suo procuratore, Mino Raiola, lasciandolo ormai in pudenda (una visione appena migliore di un clistere col sangue di alien, ma neanche troppo). Si dirà che è fuori forma, dopo la pubalgia che lo ha tormentato per mesi fino all’operazione chirurgica risolutiva, l’empirismo impone invece ben altra riflessione: sembra più che altro fuori fase, con se stesso anzitutto, come se non si volesse bene o che credesse di non meritare il bene dei suoi affetti e dei tifosi. L’ex centravanti della Nazionale, all’ennesima chance gettata ai rimpianti, ciondola per il campo come una modella di intimo in pizzo, corricchia, smadonna, rimbrotta, unisce l’inutile al dilettevole, si incupisce con l’atteggiamento di chi ha il mondo contro nonostante un conto in banca che appare immeritato, se non immorale, un lavoro che non fa invidia soltanto agli dei, un talento che fa invidia anche agli dei ed una notorietà cosmica che tallona quella di Lord Vader. Non gli manca niente, verrebbe da pensare, quindi gli manca tutto: la serenità, la consapevolezza, la fame che una fama precoce lo ha privato del gusto della conquista e, soprattutto, la malinconia del tempo che passa. Sotto l’armatura nera, poco scintillante, Lord Water cela un universo in guerra in cui ad essere trafitto da un pallone laser è sempre Super Mario, ed insieme con lui i tifosi che sperano nella redenzione prima che sia (calcisticamente) finale, fatale, postuma. Da ragazzino (appena ieri) sembrava il nuovo Chuck Berry del calcio: il destro faceva temere per le sorti dei polsi dei portieri, la leggiadra corsa felina non lasciava impronte sul campo di battaglia, il carattere esondava ma era incanalato alla giusta rabbia agonistica, seppur ancora acerba.

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Mario Balotelli era musica rock elettrico, potente ed a tratti prepotente; oggi, a 26 anni, è diventato il Valerio Scanu dei dolci prati verdi, uno che se lo allenasse Sarri gli darebbe del “Mancini” già al parcheggio. Eppure, ancora i tifosi del Milan non aspettano altro che poterlo applaudire, cantare il suo nome e saltare insieme con lui. Gente che ha visto esultare Van Basten, Weah, Shevchenko, Inzaghi, semidei che si facevano un cul (de Sacchi) così in pressing morboso e asfissiante, che sbavavano sulla palla come un socialista davanti alle banche popolari, che con la maglia ci facevano persino petting spinto durante le ore buie dei ritiri e poi, già che c’erano, segnavano anche qualche (caterva di) gol alla domenica o al mercoledì di Coppa (Campioni, ovviamente). Un giorno, neanche lontano, in chi lo ha visto prevarrà il rammarico per ciò che non è stato, accompagnato dall’invidia per ciò che non potremmo mai avere: le sue opportunità.
Urgono smentite.

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