Giuliano Taccola, un ricordo che non deve svanire. Un verità che bisogna pretendere

Pubblicato il autore: Simone Meloni Segui

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Uliveto Terme è un frazione di Vicopisano. Famosa per le sue sorgenti termali e la sua acqua, una delle più vendute su tutto il territorio nazionale. C’è una squadra di calcio, oggi chiamata USG Urbino Taccola, in onore di un grande canottiere nativo del centro termale, nata nel 1927. Come l’AS Roma. L’accostamento ai giallorossi non è casuale.

Un altro Taccola, di come Giuliano, è nato e cresciuto da queste parti. La sua storia calcistica inizia proprio con la squadra cittadina, per poi proseguire ad Alessandria, Varese e Savona. In riva al Tirreno, quando con i biancoblu conquista la Serie B. È un calcio totalmente differente da quello cui siamo abituati. La provincia si pavoneggia, sa essere il vero serbatoio per i grandi club. Soprattutto per quelli del nord. Ma in giro c’è un certo Fulvio Bernardini. Sì, lui. Quello che ha vestito le maglie di Roma e Lazio. E quello che ha regalato al Bologna l’ultimo scudetto, nello storico spareggio di Roma del 1964.

Bernardini gode di ottimi rapporti con il club giallorosso, a cui consiglia il giovane attaccante toscano. Alvaro Marchini ascolta ed esegue. Taccola viene girato in prestito al Genoa, in B, dove realizza quattro reti e poi, l’anno successivo, è pronto a vestire la maglia giallorossa, sotto la guida di Oronzo Pugliese. È il 1967, la Roma non è certo tra le squadre più accreditate, basti pensare che terminerà il campionato al decimo posto.

Nel 1968/1969 Marchini punta tutto su Herrera. Il Mago, che qualche anno prima ha letteralmente fatto impazzire il pubblico interista. A Roma si sogna ad occhi aperti, come da usanza per una città che troppo spesso si è lasciata trasportare dall’istinto e non dalla ragione. Il tecnico argentino stravede per il talentuoso attaccante e lo impiega da subito venendo ripagato con il primo gol della sua gestione, realizzato contro la Fiorentina. In marzo Taccola si infortuna al malleolo, a Genova, contro la Sampdoria. Il giocatore già da qualche giornata aveva evidenziato una strana flessione nelle prestazioni. Herrera spinge affinchè torni in campo e lo aggrega alla squadra due settimane dopo, a Cagliari. È il 16 marzo.

Poco prima dell’incontro il giocatore è febbricitante e dopo il fischio finale, negli spogliatoi, sviene. A nulla servono i tentativi di rianimazione dello staff medico di Roma e Cagliari, Taccola muore in ospedale per arresto cardiaco. La squadra è sconvolta, basti pensare che mesi che seguiranno i tra i giocatori calerà il silenzio profondo ogni volta che la squadra entra negli spogliatoi per l’intervallo. Qualcosa si rompe tra la presidenza ed Herrera, accusato di Marchini di reagire con poca sensibilità alla richiesta dei giocatori di avere qualche giorno libero, a causa del trauma appena subito.

Una morte inquietante, che per anni è rimasta trincerata dietro un alone di mistero. La conoscenza medica del tempo addusse il decesso all’eccessivo carico di pesi e all’imprevedibilità dell’arresto cardiaco. Negli anni sessanta nessuno conosce l’ombra del doping, e sostanze tutt’altro che salutari girano indisturbate negli spogliatoi dei maggiori club italiani.

Bisogna calarsi in quella mentalità, fatta fondamentalmente di ignoranza e arrivismo a tutti i costi per spiegare le morti di diversi giocatori  tra la fine degli anni ottanta e l’inizio dei duemila. In tanti hanno vestito le stesse maglie negli stessi periodi. In tanti cominciano a raccontare di strani cocktail che diversi tecnici somministravano ai propri calciatori. È in particolar modo un’intervista di Ferruccio Mazzola, fratello minore di Valentino, rilasciata all’Espresso a riaprire diversi interrogativi sulla morte di Taccola. Mazzola ricorda come Herrera, ai tempi dell’Inter, fosse solito riempire i suoi ragazzi di farmaci in grado, secondo lui, di migliorare le prestazioni. Il club meneghino denuncia l’ex giocatore di Lazio e Fiorentina, che viene però assolto.

Il popolo giallorosso non lo ha dimenticato, dedicandogli spesso striscioni e pensieri. Così come non lo hanno dimenticato i tifosi delle altre squadre di cui è stato protagonista. Certezze sul suo decesso ancora non ce ne sono, a quarant’anni di distanza il tutto rimane avvolto in un taciturno mistero. Così come è stato quasi sempre il mistero a far da contorno al discorso doping. Una piaga che da sempre devasta letteralmente lo sport e gli sportivi e che, ahinoi, miete in continuazione vittime.

Di Giuliano Taccola resta il volto nelle effigi innalzate dalla Curva Sud nel derby dello scorso anno. Quello in cui i tifosi giallorossi vollero rappresentare i capitani e gli uomini più valorosi che hanno indossato la casacca giallo ocra e rosso pompeiano. Il ragazzo di Uliveto Terme vive nella storia della società capitolina, che deve impegnarsi a farne rimanere sempre alto il ricordo, da tramandare di generazione in generazione.

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