Le mura del “Castellani” di Empoli: quella provincia piena d’orgoglio (FOTO)

Pubblicato il autore: Simone Meloni Segui

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L’essere uno dei pochi club italiani ad aver disputato la Serie A pur non essendo capoluogo di provincia, è già di suo un’etichetta importante.
Basta seguire il corso dell’Arno se ci si trova, ad esempio, a Firenze. Un esempio neanche tanto casuale. Perché Firenze rappresenta l’estremo amore per i viola, è vero, ma anche il centro di quelle guerre campaniliste di cui da sempre la Toscana ne è degna rappresentante.

Così ti capita, sempre per esempio, dirigendoti a Empoli dal capoluogo, di passare per Signa. Senza sapere che dall’altra parte del fiume esiste Lastra a Signa. Divisa dalla prima, manco a dirlo, da una logica antipatia. Il tutto si svolge in quella campagna fiorentina, foriera di storia e di persone alla mano. Che hanno milioni di storie da raccontarti. E che pure se non hanno mai visto una partita di calcio ti diranno di stare alla larga dai senesi, piuttosto che dai pratesi, pistoiesi o dai pisani. E così che funziona in Toscana. Terra di antiche tradizioni, nonché fiore all’occhiello della cultura nazionale.

Empoli è di fatto un paesone. Con i suoi 50.000 abitanti si è ritagliata uno spazio importante all’interno della regione e, con la sua squadra di calcio, uno ancora più celebre nel panorama pallonaro nazionale. Paganese e Lanerossi Vicenza. Due nomi che non  suonano nuovi ai tifosi azzurri. Due squadre che hanno segnato importanti crocevia per il club toscano. Con i campani, nel 1982/1983, si disputò infatti la gara che sancì il ritorno in Serie B dopo oltre trent’anni. Un 4-1 perentorio, con i ragazzi azzurrostellati già da tempo retrocessi. Quello con il Vicenza, invece, è un incrocio più complesso, che non si consuma sul campo ma, ahinoi, nelle aule di tribunale. La mannaia del totonero incombe sul calcio italiano e, nel 1985/1986, i veneti vengono penalizzati dalla CAF, con l’Empoli che scala al terzo posto e ottiene una storica promozione in Serie A. Per la banda Salvemini è l’apoteosi, anche se il traguardo non è arrivato direttamente sul campo.

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È un’epoca diversa. Volendo si può ancora sognare, non c’è bisogno di avere per forza una società quotata in borsa e valigie di soldi per gestire un club in massima divisione. L’avvento Berlusconi sta lentamente mutando il sistema calcio, ma i tempi non sono ancora maturi per quello che poi, purtroppo, diverrà con il passare degli anni. Sempre meno accessibile ai club di provincia.

Lo storico presidente Brizio Grazzini non è uno sprovveduto, e non vuole che il suo Empoli sia un’infelice meteora tra le big. Salvemini viene mantenuto saldamente al comando della ciurma e per il vecchio stadio Castellani si avviano dei lavori di ampliamento e miglioria. Nelle prime giornate si gioca a Firenze e Pistoia (dove la squadra locale aveva già disputato il suo unico campionato di Serie A, nell’80-81) e l’esordio vede di fronte ai piccolo ragazzi in azzurro i giganti dell’Internazionale, guidati da un’icona storica come Giovanni Trapattoni. 

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Si gioca all’Artemio Franchi. E il miracolo avviene. Il tecnico di Molfetta catechizza i suoi: “Niente paura, giochiamo come sappiamo” dice in fase di riscaldamenoe. E loro lo seguono. Al 37′ uno spiovente arriva sui piedi di Marco Osio, in prestito dal Torino, che fa secco Zenga e regala ai suoi i primi due punti della storia empolese in Serie A. La settimana dopo arriverà un’altra vittoria, al Del Duca di Ascoli Piceno che proietterà i toscani a un’incredibile spareggio per il primo posto con la Juventus, alla terza giornata. I bianconeri hanno la meglio, per 1-0, ma per la società di Grazzini un’importante tacca nella storia del club è già stata messa.

Il 2 novembre di quell’anno l’Empoli torna finalmente a giocare al Castellani ristrutturato, ospitando la Roma, che lo espugna. A fine stagione tuttavia arriva la salvezza e gli azzurri sono entrati di fatto nel gotha del calcio italiano. Dove, nonostante la retrocessione l’anno successivo, faranno ritorno sul finire degli anni novanta, diventando dei veri e propri habituèe della massima serie e conquistando anche una storica qualificazione in Coppa Uefa, grazie al settimo posto conquistato nel 2006/2007. Il cammino europeo si interromperà al Primo Turno, contro lo Zurigo, ma indimenticabile resterà la carovana di tifosi toscani in viaggio alla volta della città elvetica.

Le vetuste mura del Carlo Castellani parlano chiaro su quante ne abbia vissute. Anche ora che la modernità lo costringe a essere inglobato tra gabbie e reti antiestetiche, in nome della sicurezza. Dal 1965 è il punto di riferimento di ogni calciofilo cittadino, anche se girando nella piccola e graziosa Piazza Farinata degli Uberti, fermandoti davanti alla Collegiata, puoi importunare qualche anziano tifoso e sentire i suoi racconti sul vecchio “Franco Martelli”, cuore pulsante del tifo locale prima della costruzione del Castellani. Sono storie di provincia, per questo affascinanti quanto uniche. In grando di portarci lontani e su un mondo totalmente diverso da quello che siamo abituati a vedere e vivere oggi sulle gradinate italiane.

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Empoli resta una favola di provincia. Senza troppi clamori e poche volte baciata dai riflettori. Un luogo dove, tuttavia, il calcio ancora viene interpretato nella sua giusta misura (lo dimostrano i tanti talenti sfornati dal vivaio) e un ambiente che ancora non necessita dello Squinzi di turno per restare a galla. L’identità e le tradizioni del club sono per ora preservate. Il piccolo centro è vivo e nei derby con la vicina Firenze fa sentire tutto il suo orgoglio. Lo fece sin da subito, con il ritorno in A nel 1997/1998, espugnando il Franchi con Tonetto e Martuscello eretti a eroi cittadini. Era una delle prime giornate (la quarta per la precisione), come undici anni prima, con l’Internazionale di Trapattoni. Perché la storia non è mai casuale.

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