“Ora e sempre stadio Friuli”: l’Udinese e il suo popolo non vanno traditi (FOTO)

Pubblicato il autore: Simone Meloni Segui

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Di slogan non si vive. Di slogan non si deve vivere. Ma di certo se ne può usufruire. Soprattutto se dietro c’è un concetto, un’idea, un costrutto importante che annovera dei punti fermi. Di slogan questo Paese fa ampio abuso, spesso e volentieri nella maniera più becera e qualunquista possibile, per piacere all’elettore di turno o per vendere il prodotto scadente che nessuno vuole, facendolo passare come l’oggetto più unico e indispensabile della nostra era.

Nella nostra gioventù, soprattutto in adolescenza, siamo invasi da slogan che richiamano a battaglie dettate dall’età acerba e misconoscente del mondo che la circonda. Comportamenti che con il passare degli anni, però, vengono sostituiti da ragionamenti e idee che vanno, o almeno dovrebbero, a sopperire il semplice grido di battaglia.

Ora e sempre stadio Friuli è un coro. Uno slogan, per l’appunto, scandito a chiare lettere dai tifosi dell’Udinese. Sì, proprio quei cattivoni che si pongono nell’ultimo gradino, prettamente cronologico, delle tifoserie definite padrone del calcio e paramafiose nei rapporti con i propri beniamini. Tutto per aver pacificamente contestato le indecenti prestazioni della loro squadra, non certo per aver lanciato molotov e bulloni sul terreno di gioco. Ma questo è un altro discorso, che racchiude appieno la mentalità fanciullesca e fatta soltanto di concetti urlati sguaiatamente della maggior parte dei nostro media mainstream.

Lo stadio Friuli, per quei pochi che non lo sapessero, o per chi vuole colpevolmente dimenticarlo, è l’impianto nel quale l’Udinese gioca regolarmente dal 27 settembre 1976, giorno in cui venne inaugurato nel match contro il Seregno, storico club brianzolo che vanta un passato in Serie B nel primo dopoguerra. Stadio dei Rizzi si chiama inizialmente. I Rizzi  sono il quartiere in cui è ubicato, ed ancora oggi è curioso sentire come, chiedendo informazioni a qualche anziano, indichi lo stadio esattamente in questo modo.

989. Sono le vittime del terremoto del 1976. Esattamente lo stesso anno dell’inaugurazione dello stadio. In maggio la terra trema. Senza appelli. Senza pietà. Uno piaga, quella sismica, che colpisce sistematicamente varie parti d’Italia. Proprio mentre l’estate si sta approssimando, la catastrofe arriva in quella zona di confine, con epicentro a nord di Udine. Esattamente tredici anni dopo un’altra disgrazia colossale, quella del Vajont. Il popolo friulano è colpito al cuore, straziato nella sua intimità e nei suoi rappresentati. Tanti vengono trasferito lungo la costa, mentre la terra continuerà a tremare per mesi.

Il calcio non è affare esterno. Questo sport rappresenta spesso un modo per riscattarsi, per tornare a sorridere. Anche se tutto intorno è distrutto e nella vita ti è rimasto ben poco. Cancellato da qualche minuto. Il terremoto è il nostro specchietto per le allodole. È una sorta di sentimento nazionale. Noi, come altri Paesi soggetti a catastrofi sismiche, abbiamo imparato ad amare la nostra terra, ma a temerla. Sappiamo che da un momento all’altro può tradirci. E farlo in maniera irreversibile. Creando non solo morte, ma anche conseguenze che, grazie a uno Stato spesso poco efficiente, si tramando di generazione in generazione.

Sta di fatto che viene scelto Friuli. Sì. Lo stadio sarà chiamato così. Come a dire“Oh, non siamo morti. Siamo feriti, colpiti. Ma risorgeremo. Fosse anche solo nello sport”. Guai a dar torto a questa gente. Qua c’è passato l’Impero di Francesco Giuseppe, come le battaglie epiche della Prima Guerra Mondiale. Non ha tanti fronzoli questa gente. Quel che dice fa. E lo sport fa il suo compito. Dal basso. Nel 1978 il presidente Sanson è artefice di un piccolo triplete. Campionato di Serie C, Coppa Italia Semiprofessionisti e Coppa Anglo-Italiana. Lo stemma dei Savorgnan comincia a fregiarsi di onorificenze e grazie a due promozioni consecutive torna in massima serie. Artefice massimo proprio quel Teofilo Sanson, innovatore nel calcio italiano, primo personaggio a introdurre uno sponsor su una divisa ufficiale, nella stazione 1977-1978, benchè la Federazioni lo vieti. La sua azienda, produttrice di gelati, è tra le più rinomate del Nord Est e, nonostante la FIGC multi il club friulano, il gesto fungerà da vero e proprio apripista.

I tifosi bianconeri possono così legare al Friuli la revanche calcistica e ancora oggi vedono in quel nome, dato all’ex Stadio dei Rizzi, un’identificazione fondamentale con il proprio territorio e la tragedia più grande che l’ha colpito nell’ultimo secolo. Non è importante, allora, stigmatizzare gli slogan, ma è importante dar loro il giusto significato conoscendone le motivazione.

I Pozzo hanno dato tanto alla Udine calcistica. Le hanno fatto conoscere palcoscenici sportivi che forse mai avrebbe immaginato. Ma c’è un qualcosa che il pubblico non baratterebbe con nulla. Le tradizioni e l’identità territoriale. Soprattutto quando si parla di zone storicamente adibite a campi di guerra e lotte intestine per l’acquisizione di territori e status politici. Bisogna sempre fare i conti con la storia. Anche quando di fronte ci sono i milioni e gli interessi vanno oltre tutto. Non si tratta di fare i capricci con il papà che deve andare a lavorare anche per permetterti di avere un giocattolo in più. Si tratta di avere rispetto da quel papà, affinchè il giocattolo non te lo tiri in faccia con spregio.

“Ora e sempre stadio Friuli”. Non Dacia Arena. Innanzitutto perchè lo ha stabilito il Consiglio Comunale, diffidando la società a usare tale denominazione sugli atti ufficiali e non. Sono notizia di questa mattina le dichiarazioni del dirigente del Servizio Edilizia privata del Comune di Udine Giorgio Pilosio con cui, nel provvedimento di diniego, datato 14 marzo, per respingere l’istanza dell’Udinese per la collocazione delle due insegne Dacia Arena all’esterno delle curve, lo stesso parla di “opera priva del necessario titolo autorizzatorio e in quanto tale, abusiva” .

E poi perchè chi paga vorrà anche l’anima, ma questa dovrebbe non conoscere prezzi di mercato. Gli stadi di proprietà sono diventati il pallino del nostro calcio. E che ben vengano. Nessuno sta qui a criticare un’opera importante e ben riuscita come quella del nuovo Friuli. Ma le modalità debbono essere pur sempre volte a soddisfare il pubblico che li riempie. Sbagliato pensare di apporre seggiolini colorati per fingere l’eterno sold out, molto più coraggioso e lungimirante portare avanti politiche per riavvicinare il pubblico agli spalti e renderlo partecipe di uno spettacolo. Con prezzi popolari, ad esempio.

Ma forse è utopia. Perchè da chi è possessore di tre club in tre Paesi differenti, risulta complicato pretendere il rispetto di quei punti cardine che hanno permesso a tutti di avvicinarsi al calcio. Eppure è semplice come cosa. I tifosi non chiedono tanto. Non è vero che contestano perchè vogliono vincere a tutti i costi. Non è vero che in Italia non c’è cultura sportiva. O meglio, questa cultura l’hanno uccisa i padroni del vapore con atteggiamenti subdoli e che alla lunga hanno tolto al tifoso tutto quel pathos e quella magia che caratterizzavano le due domeniche.

Lo stadio è il tempio. E un tempio può essere rinnovato, modernizzato, ma mai sconsacrato. Perchè se sconsacri il tempio, a chi importa più di andarci a pregare? E se nessuno vuol più entrarci, tutti quei milioni investiti e incassati hanno ancora senso? Anche la Basilica di San Pietro ha subito cambiamenti, ma resta tale in quanto custode di una storia millenaria. Come vedete è l’essere umano ad esigere il rispetto del tempo e delle tradizioni. Non solo quegli analfabeti e disagiati dei tifosi di calcio. Ora e sempre stadio Friuli!

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