Torino Juventus: ladri di…l’eterna morte del giornalismo italiano

Pubblicato il autore: Domenico Margiotta Segui

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“La Juve ruba”, ormai siamo abituati a questa affermazione, tanto chiacchierata dai giornali sportivi nazionali quanto difesa dai direttori degli stessi. Si sa, il nostro Paese è storicamente molto attento al lavoro degli arbitri, soprattutto in ambito nazionale, mentre a livello internazionale restiamo più refrattari alle polemiche arbitrali, chiaro sentore di un calcio che sta svanendo sempre più dal panorama calcistico europeo e mondiale. Nell’epoca della tecnologia “in ogni dove” e della notizia “a tutti i costi”, davanti ad errori arbitrali assistiamo allo scalpitio di vecchi ciuchi travestiti da puledri: sbraitano, si imbavagliano, insultano e minacciano, si parla di tutto tranne che di calcio. Quei soliti noti che non spendono nemmeno una riga di carta stampata per condannare senza se e senza ma l’ennesima aggressione che ha subito il pullman della Juventus, da un gruppo di “tifosi” avversari. Quei soliti idioti che non parlano, alla luce dei fatti, della straordinaria cavalcata bianconera, della sorprendente doppia sfida contro un Bayern umanizzato.

Il clima surreale del giornalismo italiano sta diventando davvero fastidioso e nauseabondo: una situazione che finisce per creare un clima d’astio, se non peggio. In questo frangente, tutto passa in secondo piano, davvero tutto, e i “fumetti” di questi presunti professionisti parlano solo degli errori di Rizzoli (il migliore arbitro italiano e uno dei migliori al mondo), di una Torino Juventus falsata (un derby quindi una partita “diversa” dalle altre), e la parola più usata, ladri. Si sa, quando si sbaglia con la Juve c’è sempre un complotto dietro, di quelli orditi con ingegno fine e malvagio, e dunque è quasi giustificata l’aggressione al pullman dei bianconeri. Ma quando un errore arbitrale va in direzione opposta è quasi comprensibile, è logico, è il calcio, il volere di un fantomatico “Dio del pallone” che punta il dito e riequilibra tutto. Il Dio senza barba bianca che “ruba” ai ladri per dare ai giusti, ai derubati, alle vittime di un arcano complotto, un’onnipotente che in particolari domeniche scende sulla terra e si fa uomo, un moderno Robin di Loxley con tanto di arco, freccia e calzamaglia verde.

Nel XIV secolo il filosofo e frate francescano inglese, noto come Guglielmo di Occam, espresse quello che è considerato il principio base del pensiero scientifico moderno: “a parità di fattori la spiegazione più semplice è da preferire”. Quindi, si dovrebbe parlare di errori umani, di incapacità nel gestire una situazione, una certa sudditanza psicologica verso i campioni (e non verso le squadre). Ma a noi italiani, diretti discendenti della Filosofia occidentale, un fare pragmatico ci sta stretto: abbiamo bisogno di fantasticare, di eludere il corso dei tempi e gigioneggiare sui massimi sistemi, per quanto il nostro ragionamento possa essere facile (e non semplice, badate bene), da bar appunto. Cosa ci possiamo fare, siamo fatti cosi, eterni pensatori e costruttori di verità, eppure, nel momento più basso del calcio italiano (e le doppie sfide degli ottavi di Champions ci hanno dato la misura del prestigio e della tutela di cui il nostro calcio gode) il pensiero dovrebbe dirigersi verso altro di ben più importante, se veramente si vuole bene al calcio.

Aspettiamo ancora di vedere questo fantomatico Robin Hood ma, soprattutto, aspettiamo con ansia il generoso Fra Tuck che, nonostante le casse della sua chiesa siano vuote in questo periodo di improponibili brutture calcistiche, dà ogni singola moneta alla bisognosa gente in pantaloncini e maglietta, senza appropriarsi di nulla.

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