Catania: l’urlo di Plasmati in mezzo alla depressione rossazzurra

Pubblicato il autore: Luca Bonaccorso Segui

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Ieri sono andato allo stadio.
Si, tra dirette live da brividi, moviolona in 3D, intervista pre gara dove molti si lasciano andare ad esternazioni impegnative tipo “sarà  una partita difficile”, “abbiamo lavorato molto in settimana”, “il campionato sta finendo e ora sono tutte decisive”, inquadrature negli spogliatoi mentre i calciatori si cambiano le mutande, interviste post partite con escalation di frasi insospettabili come “è stata una partita difficile”, “abbiamo molto da lavorare ancora”, “il campionato è lungo”, esistono ancora gli stadi dove passare una domenica diversa.
Mi chiama un amico e mi dice: ” dai, andiamoci a vedere il Catania contro la Lupa Castelli Romani. Quelli sono ultimi, sarà  una partita piena di gol.” Già.
Per dovere di cronaca ricordo che l’ultima volta che sono stato al Massimino, in campo c’erano questi undici: Andujar tra i pali, Alvarez, Legrottaglie, Spolli e Marchese in difesa, Almiron, Ciccio Lodi e Izco in mezzo, il Pitu Barrientos, Bergessio e soprattutto il Papu Gomez in avanti.
Ieri invece undici discreti giocatori (per ovvi motivi, vista la categoria), dove spiccavano il bomber Calil (Calille per alcuni tifosi genuini, alla faccia della splendida dizione dei telecronisti), un buon terzino (tale Nunzella) ed un esterno molto veloce come Falcone. In panchina Ciccio Moriero, amicone di Ronaldo il brasiliano ed ex Inter come Mihajlovic, Zenga e Simeone: tutta gente che a Catania i tifosi amano (Zenga forse un po meno dopo il tradimento di Palermo) e a cui offrirebbero volentieri il caratteristico panino ca carni di cavaddu.
Ok, dopo questo piccolo excursus culinario che neanche la catanese Diletta Leotta vi svelerà mai in una delle sue sexy foto in città, passiamo alla partita.
Ci dicono che le curve hanno deciso di non entrare e infatti ci sono 4 gatti: nelle tribune senz’altro non c’è il pienone e in totale non si toccano manco i 2 mila. Immancabili cori e striscioni contro Pulvirenti.
La partita é entusiasmante come uno scapoli contro ammogliati d’altri tempi, precisione nei passaggi che neanche il Divino Jonathan si sognava e lucidità nelle azioni simile a quella d’uno che prima s’é ubriacato e poi cerca di contare le pecorelle prima d’addormentarsi.
Il primo tempo vola via con un solo tiro in porta del numero 10 rossazzurro Bombagi  (voglio dire…) parato dal portiere avversario: ci salvano dal sonno soltanto i più  variegati insulti di alcuni tifosi convinti che i calciatori dal campo li sentano.
Nel secondo tempo si cambia marcia: il Catania  spinge di più e crea qualche occasione. Una grossissima la spreca Russotto, ex talento del Napoli di dieci anni fa: tripudio d’ affetto da parte del Massimino per lui.
Fuori Calil (o Calille fate voi) dentro Plasmati: per i più giovani lui ha giocato nel Catania in Serie A e si é reso famoso per essersi abbassato i pantaloncini in barriera prima di un calcio di punizione di Mascara, oscurando la visibilità del portiere avversario.
A pochi minuti dal termine é proprio Plasmati a decidere  il match grazie anche ad un errore del portiere: arrivano comunque fischi. Sia durante i festeggiamenti per il gol che a fine partita.
Finisce 1-0 e dei gol a grappoli pronosticati dal mio amico non si sono visti manco i rami.
Uscendo c’é chi dice che al Catania manca un Mascara o uno Spinesi, chi un Biso o un Baiocco in mezzo, chi un Sottil dietro: l’unica cosa certa é che a Catania manca il vero Catania. Il popolo rossazzurro dà  l’idea d’essere clamorosamente depresso: é indelebile ancora il ricordo degli anni meravigliosi in Serie A ma é altrettanto aperta la ferita per il baratro degli ultimi anni.
Altro che Calille.

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