Er tifoso romanista, dei tifosi è ancora “er più”? (VIDEO)

Pubblicato il autore: Simone Meloni Segui

Totti
“Er tifoso romanista, dei tifosi è sempre er più” , dice una storica canzone di Lando Fiorini, artista e autore dal cuore giallorosso. Le note di questo inno erano solite levarsi nell’aria dopo il triplice fischio di ogni gara della stagione 1982/1983. Quell’annata magica e leggendaria, tramandata ai posteri con sentimento e ardore, esattamente come viene narrata una storica battaglia da soldati che tornano dal fronte. Ma oggi, il tifoso romanista, dei tifosi è ancora “er più”?

Se lo sono chiesti ieri sera, in ultima battuta, in tanti. Quando fischi, insulti e improperi sono piovuti prima su Spalletti, alla lettura delle formazioni, poi su Dzeko e poi, a tratti, anche sulla squadra in difficoltà. Mentre la Roma perdeva, mentre un sentimento di rabbia avrebbe dovuto scuotere i presenti, pervadendoli nell’anima e facendoli essere quell’uomo in più, la maggior parte del pubblico ha preferito quasi prendere le distanze, pensare alle proprie idee, a quelle magari inculcategli sapientemente da radio e giornali faziosi, oltre che dal pessimo gusto. Romanisti contro romanisti. Abele contro Caino. E stavolta, come alberga nell’immaginario collettivo di tanti, forse la maggior parte di quelli che ieri non avevano la Roma al primo dei propri interessi, non è stata la Sud con il suo essere autoreferenziale (cosa che sicuramente è accaduta e, anch’essa, ha contribuito a rovinare i rapporti di buon vicinato, inutile negarlo) a vestire i panni del feroce tiranno che tutto fa tranne che volere il bene della propria squadra.

Fischi ovviamente contrastati da cori per Totti, per Dzeko. Addirittura focolai di rissa verbale tra il Distinto e la Tribuna Montemario al momento dell’ingresso in campo del bosniaco. Tutto davvero poco romanista. Uno scenario unico nel suo genere negli stadi italiani. Persino avulso e avvilente, rispetto a quegli ultimi quattro minuti, quando Francesco Totti da Porta Metronia, come ai bei tempi, che forse per lui ancora non sono tramontati, ha preso per mano i compagni, dando un calcio alle polemiche, alle interviste, ai contratti e alle chiacchiere da bar, e affondando il Toro con un uno-due micidiale. Poi l’esultanza. Sotto la Sud. Semivuota. Un riflesso incondizionato. Come in quel Roma-Fiorentina di quasi vent’anni fa. Quando con un gol in pieno recupero ribaltò un’incredibile partita. C’erano 70.000 persone quel giorno. E l’abbraccio con il cuore del tifo fu impressionante, tanto che a pensarci ancora vengono i brividi.

A queste latitudini per anni si sono fatte le pulci alle tifoserie delle tre grandi del Settentrione, non accorgendosi che, al momento, le stesse hanno ben più anima di quella romanista. Ben più rispetto delle proprie tradizioni e voglia di preservare il bene comune.

Nessuno mai, prima, durante e dopo, si sarebbe sognato di fischiare per partito preso i giocatori o acclamare un singolo, prima di quei due colori che sin da bambini sono stati tramandati da nonni e papà. Non è soltanto la mancanza della Sud a rendere l’ambiente deturpato e deturpante. Ma è il totale cambio di atteggiamento di chi, per anni, è stato definito il dodicesimo in campo. Al fianco di una squadra poco vincente, sfortunata, brutta a tratti, ma in grado di cogliere dalla propria gente il meglio e spesso gettare il cuore oltre l’ostacolo proprio grazie alla spinta emotiva di un popolo grezzo, a cui la raffinatezza da corte reale poco interessava. Perchè la passione non conosce bon-ton e vaga senza regole, con il solo obiettivo di travolgere tutto e tutti, anche quando missioni e obiettivi sembrano impossibili.

Roma, nel suo complesso sociale, è cambiata molto in questi anni. Ha conosciuto un appiattimento e una regressione dal punto di vista del calore e del folklore non indifferenti. Il resto del lavoro lo hanno fatto determinati media a livello nazionale e, soprattutto a livello locale. Un tamburo battente che di giorno in giorno, di anno in anno, ha contribuito a minare quel senso di unità che ha reso il tifo romanista tra i più caldi e celebri nel globo terracqueo (“Semo tutti da Roma”, si diceva un tempo per smorzare i toni di una discussione tra tifosi giallorossi). C’è stato l’interesse, la volontà e la forza, di spaccare laddove si dovrebbe unire, cancellare laddove si dovrebbe scrivere, gettare benzina sul fuoco laddove si dovrebbe essere pompieri. Perchè nella società contemporanea, l’importante è fare polemica. Soprattutto se becera e per nulla costruttiva. E, nella fattispecie, nella Capitale l’importante è dare acqua al proprio orticello, perorare le proprie cause da riunione di condominio e aprire quelli che, spesso, sono veri e propri fetidi boccaporti orali credendosi dei Demostene all’amatriciana.

Così, se da un lato la società, a livello comunicativo, è stata tutt’altro che impeccabile nella querelle Totti-Spalletti, dall’altro in questa stagione dannata e orribile dal punto di vista del tifo, va dato atto a Gabrielli e compagnia cantante di aver messo alla berlina un aspetto fondamentale, per anni rintanato sulle bacheche Facebook e, al massimo nei forum virtuali dove un nomignolo inventato poteva nascondere talune baggianate: c’è un modo di sostenere la Roma con la Curva Sud, e ce n’è un altro senza di lei. Le continue richieste prima di Garcia e poi di Spalletti per un maggior calore non sono certo appelli fatti casualmente. Da addetti ai lavori sanno che nei momenti bui, nelle difficoltà, serve il sostegno, non servono gli insulti e le critiche preventive.

Eppure della mutazione genetica intercorsa e, probabilmente, ultimata, vi erano segnali anche nel recente passato. Coi tanti supporter sempre più all’opera nel tramutarsi in ingegneri, avvocati, architetti, notai e commercialisti. Attenti a dinamiche avulse dalla passione calcistica, e pronti a correggerti se si parla di un piano regolatore, un po’ meno solerti e ferrei nel ricordarsi che l’unica ragione per la quale se, nella loro vita, hanno visto un dottore abbracciare un operaio e un disoccupato abbracciare un politico, è perchè li legava qualcosa che andava ben oltre freddi calcoli e faccende che andrebbero lasciate a chi di dovere.

Un sacrilegio, che fa passare in secondo piano anche la favola di Francesco Totti. Perchè quella corsa sotto la curva vuota e divisa, è una delle immagini più tristi e malinconiche che l’Olimpico ci abbia mai offerto, è l’atto che attualmente sancisce la morte di un certo tipo di romanismo. Vuoto anche lui, dello spirito con cui si è sempre fatto vanto. Impegnato, ora, a cercare nemici e alleati per combattere meglio le proprie personali guerra. Mentre tutto intorno cambia, mentre lo stadio si svuota di tifosi e si riempie di spettatori. Perchè fra tifosi e spettatori c’è una netta differenza. Ci deve essere, fondamentalmente, qualcosa di molto kafkiano in molti romanisti del 2016.

Il video dell’ambiente in Roma-Torino di ieri

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