FALLO DA TERGO: Gonzalo Higuain e la sceneggiata napoletana

Pubblicato il autore: Sergio Campofiorito Segui
Gonzalo Higuain

Gonzalo Higuain

Tra il frivolo ed il faceto si potrà affermare che, grazie alle quattro giornate di squalifica appena decretate dalla giustizia sportiva, Gonzalo Higuain potrà finalmente dedicarsi al suo nuovo, folkloristico hobby: la sceneggiata napoletana. Ne ha il tempo e, per quanto assistito al Friuli, anche una discreta dote. Le ragioni, e quindi i torti, di quanto successo al 31’ del secondo tempo dell’ultimo Udinese – Napoli (2 – 1) saranno meglio eviscerate da moviolisti, complottisti, dietrologi, Lo Bello padre (per i democristiani si applica la legge della conservazione della massa: non si creano, non muoiono ma si trasformano), storici, psichiatri, psicologi, bimbiminkia e Beppe Cruciani (si perdoni l’ultima ripetizione), ognuno con argomentazioni a favore (“l’arbitro vestiva bianconero, ma non esattamente quello udinese”) o contro (“l’arbitro ha visto bene, ergo vestiva bianconero”). La sfuriata del Pipita, più uterina che animalesca, non è neanche catalogabile nel clamoroso, tra l’immensa pellicola pallonara restano, infatti, impressi ben altri ciak: il milanista Van Basten che lancia la maglia a Lo Bello figlio (di… secondo i rossoneri) che fa lo schizzinoso e si permette di non raccoglierla (pare non fosse autografata) nella seconda fatal Verona (aprile 1990); “l’inglese” Di Canio (settembre 1998) che spintona il buffo arbitro Paul Allcock (nome omen, affermavano i latini quando il destino è scritto nel nome. La traduzione italiana di Allcock è roba da fini dicitori e quindi non può essere riportata in questa rubrica); il romanista Cassano, anche lui un po’ “allcock”, che con ampi gesti accusa la moglie di Rosetti di eccessivo libertinismo sessuale (ottobre 2008) sono (o)scene che riscrivono i canoni del catastrofico, del porno e del comico, mentre il tête à tête tra Higuain e Massimiliano Irrati è al massimo una sceneggiata napoletana mal interpretata, pur non sono mancate le lacrime. C’è “isso”, l’eroe per caso che si schiera contro le ingiustizie; c’è “essa”, la Signora un po’ zoccola che usa giacere nei vicoli con “‘o malamente”, l’antagonista vestito di giallo, un po’ brutto un po’ carogna, mentre tutto intorno si scatenano le ‘nciucesse (malefiche pettegole) che hanno il compito di aizzare ancor di più l’eroe cornuto dopo aver visto il drappo rosso. Non c’è virtù, né morale salvifica, nella vittoria, quindi isso deve uscire sconfitto dal proscenio, dopo ovviamente aver cantato al mondo giudicante la sua lotta impari, perciò titanica e degna di memoria. In attesa (ma anche no) che Gigi D’Alessio ci scriva una canzonetta, si provi ad immaginare il tourbillon di sentimenti dell’argentino: un mix indistinguibile (più o meno legittimo) tra frustrazione, impotenza, livore e senso d’ingiustizia (proprio come dopo aver ascoltato Gigi D’Alessio). I tifosi, intanto, so’ pezzi è core, quindi si stanno scagliando contro il Palazzo, la prostata del giudice Tosel, l’immarcescibile gol di Muntari, l’intoccabile Bonucci e l’intangibile Rizzoli. Osservando da lontano, si fa però fatica a perdonare al Pipita, proprio per il suo status di campione, che ogni dieci secondi di follia gli siano costati una giornata di squalifica e, di conseguenza, quattro hurrà per la Juventus. Che presto diverranno cinque, come gli scudetti di fila.   

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