Il curioso caso di Francesco Totti, il “vecchio” giovane del calcio italiano

Pubblicato il autore: Simone Meloni Segui

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Quando Francis Scott Fitzgerald, nel 1922, scrisse “Il curioso caso di Benjamin Button”, una novella prima pubblicata sulla rivista Collier’s e poi inserita ne “Racconti dell’età del jazz”, forse mai avrebbe immaginato che 86 anni dopo David Fincher ne avrebbe fatto un film candidato a ben 13 oscar e meritevole di riportare sulla bocca di tutti quel fantastico racconto, in grado di smuovere curiosità e fantasia dei suoi virtuali avventori.

La vecchiaia, così come la morte e il suo misterioso mondo che si cela nel prosieguo, sono da sempre oggetto di paura e fascino per ogni essere umano. Succede anche nello sport dove, di norma, con il passare degli anni e delle stagioni le capacità atletiche vanno sempre più riducendosi, portando infine al ritiro dalle scene. Chissà se Francesco Totti, 39 anni da Porta Metronia, popolare e popolosa zona della Capitale, a pochi metri dalla Basilica di San Giovanni, si sarà mai immedesimato nel Benjamin Button di cui sopra. Chissà se ci avrà pensato, almeno una volta, alla sua parabola mai propriamente discendente con il passare degli anni. Anzi, costellata di allenamenti sempre più duri e stagioni che l’hanno visto inaspettato protagonista, mentre attorno a lui il calcio cambiava e i campioni con cui era cresciuto si ritiravano. Da Baggio a Del Piero, da Vieri a Batistitua, da Zanetti a Baresi.

Che poi il paragone sarebbe pure inesatto, se ci pensiamo bene. Benjamin Button nasce vecchio e in forze e muore bambino e senza le più basilari capacità vitali. Il capitano della Roma, invece, ha mantenuto un’incredibile linearità nella sua carriera, con dei picchi oltre i trent’anni, nonostante i tanti, e gravi, infortuni sulle spalle, e l’usura massima dei suoi arti inferiori. Sicuramente e paradossalmente, sarebbe quasi più curioso il suo di caso.

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Rivengono alla mente fotogrammi storici. Il primo, ci perdonino i lettori a cui la memoria si è un pochino annebbiata, è targato 17 giugno 2001. Quel gol al Parma. Quella maglietta alzata sotto il solleone della Capitale e quella corsa verso la Curva Sud, con la difficile impresa di schivare le centinaia di persone che quel giorno stazionavano sulla pista di tartan che circonda il campo dell’Olimpico. Oppure la rete al Real Madrid. Al Bernabeu. O il pallonetto a Buffon, contro il Parma, qualche anno prima. Il gol al volo all’Udinese, l’anno dello scudetto. Senza dimenticare le sue magie nei derby e nella Scala del Calcio, quella Milano che sempre l’ha corteggiato ma alla quale mai ha ceduto. Anzi, si è ritrovato spesso a punirla, con le sue prodezze. Senza pietà. Di testa, di destro, di sinistro, al volo, di controbalzo e di pallonetto. Totti, per tutta la sua carriera, ha rappresentato semplicemente il bene della Roma calcistica. Ci sono state stagioni in cui, senza lui, i giallorossi avrebbero terminato il torneo privi di 15-20 punti. Annate in cui si è fatto carico della squadra, salvando capra e cavoli e assicurando sempre un apporto sotto rete per nulla scontato.

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Certo, di errori ne può aver fatti. Magari sotto l’aspetto comunicativo. Magari facendosi trascinare dalla passionalità di una città geograficamente del centro, ma tradizionalmente meridionale e fiera. Magari sbagliando tempi e modi per rilasciare la famosa intervista alla Rai. Magari peccando, a causa del suo carattere pubblicamente introverso, nel non entrare più in empatia con la tifoseria nei momenti bui, come la sconfitta nel derby di Coppa Italia con la Lazio, tre anni fa. Ma Totti è un patrimonio dell’A.S. Roma, e di certo tutti ne debbono avere cura per ciò che è stato e per ciò che è ancora in grado di dare a questa società che, per colpe sue e non, negli ultimi anni sembra aver perso tanto di quell’aspetto tradizionale, identitario e folkloristico che da sempre ne ha costituito la spina dorsale.

Più dei pochi successi arrivati. Carenza non trascurabile se si pensa alla fedeltà che il Capitano ha riserbato a questi colori, pur avendo la possibilità di lasciarli e vincere davvero altrove. E troppo facile sarebbe asserire che di soldi e di fama ne ha acquisiti ugualmente tanti all’ombra del Colosseo. In pochi si ricordano che per uno sportivo, spesso, la vittoria di un trofeo o il raggiungimento di un traguardo sul campo rappresentano un qualcosa di ugualmente importante.

“Quanno sei ggiovane te vonno tutti, quando ‘nvecchi ‘n conti più ‘n cazzo”. Diceva un tale Alberto Sordi, in Nestore, film del 1994. Un’icona romana, e romanista, che di certo non faceva riferimento al numero dieci. Che proprio due anni prima aveva fatto il suo esordio in Serie A, sul manto verde del Rigamonti, a Brescia, lanciato da Vujadin Boskov che ne aveva intuito le capacità. Invecchiando, lui, ha ricalcato il percorso del vino, affinando le sue doti calcistiche e soprattutto le sue capacità mentali in mezzo al campo. Sarà anche per questo che, retorica a parte, il pubblico di Roma non ne vuol fare assolutamente a meno. Risulta difficile, infatti, in un calcio come quello contemporaneo, rinunciare a una sagacia tattica e mentale fondamentale per arrivare a determinati livelli e, evidentemente, manchevole nella maggior parte delle doti dei suoi compagni.

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Di certo a Roma c’è bisogno di un equilibrio. Su tutti i fronti. E forse, il primo segnale, dovrebbero darlo i mezzi di comunicazione, smorzando, invece di alimentare, tutte le polemiche di queste ultime settimane. Finendola di aizzare tifosi e sedicenti tali, a uno scontro inutile e dannoso soltanto alla Roma, al suo campionato e al suo futuro. Di certo c’è che nella storia recente del calcio italiano Francesco Totti rimarrà scolpito in maniera indelebile, esattamente come quel bambino nato vecchio e cresciuto giovane, sotto la benedizione degli astri e con la sua unicità che lo ha portato a candidarsi per tredici oscar.

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