La mia Torino-Atalanta

Pubblicato il autore: Gianluca Pirovano Segui

Confesso, vergognosamente confesso, che la mia prima volta allo stadio è stata a San Siro, non al Comunale.
Per me, figlio della borghesia provinciale e di un padre milanista, in fondo non poteva essere altrimenti.
Fa sorridere però se penso a ciò che è stato poi.
Un Milan-Perugia di cui non ricordo nulla. Forse 1-0 ma non ci giurerei.
Mi ricordo però la maestosità della Fossa. L’estrema ammirazione per il manipolo di perugini dietro i loro striscioni al primo verde che ho guardato estasiato per almeno ottanta dei novanta minuti.
È stata la prima volta in cui ho sentito di amare il calcio ma già allora avevo capito che si trattava di un amore diverso da quello degli altri.
La mia indole di perdente cronico, perenne bastian contrario, idealista e soggetto esposto a facili innamoramenti mi ha portato, come vi dicevo, per altri lidi, lontano da Milano e del suo luccichio.
Bergamo e l’Atalanta negli anni hanno rappresentato per me la ribellione della mia adolescenza, l’amore puro verso una squadra ed una città che spesso, molto spesso, non mi hanno restituito nulla.
E per questo le ho amate ancora di più.

L’Atalanta è stata i pullman, i treni, i traghetti, gli aerei. I chilometri fatti accanto a persone che sono diventati gli amici di una vita.
Ho lasciato la ragazza per un Atalanta-Chievo, recupero infrasettimanale (mi ha lasciato lei, in realtà). Facevamo quattro anni ma noi dovevamo salvarci.
Questa però è un’altra storia.
Vi chiedo scusa, forse sono banale e di certo un po’ malinconico ma perdonatemi, almeno oggi.
Qui c’è il sole e non ho nessuno con cui camminare. Sono chiuso in casa in una città che non è mia.
La mia prima trasferta, comunque, è stata un Samp-Atalanta di chissà quanti anni fa. Mi ricordo la tensione al primo autogrill. Le curve quando esci dall’autostrada e scendi verso Marassi. L’ammirazione per chi su quei pullman sembrava esserci da sempre. E la sensazione di sentirsi a casa.
Per anni la mia Italia è stata questa.
L’ippodromo da attraversare per arrivare al settore ospiti della Favorita. Le vetrate di Genova che sembrano fatte apposta per non farti vedere la partita. Entrare all’Olimpico a partita iniziata. Il prato del Delle Alpi da guardare con il binocolo.
Ecco, Torino appunto. Nei miei primi vent’anni Torino è stata quel tratto di città che divide l’autostrada dallo stadio.
Ora ci vivo.
Sì, mi scuso ancora, la sto tirando lunga.
Provo a stringere.
Oggi la mia Atalanta veniva qui, a dieci minuti da casa.
Stamattina ho lavorato, ho finito presto, sono tornato a casa.
Credete che non ci abbia pensato? Dico di comprare il biglietto ed andare.
Una giornata così, una partita così.
Qualche anno fa nemmeno ci sarebbe stato il dubbio.
Oggi sono rimasto sdraiato sul divano.
Non ho cercato uno streaming, non ho ascoltato la radio, non ho nemmeno guardato il risultato.
Poi ho ceduto.
Telecronaca russa e immagini a scatti mi hanno raccontato gli ultimi 20 minuti dell’ennesima partita inutile di questa inutile stagione.
Dietro la porta di Padelli il settore ospiti mezzo vuoto.
La colpa, sia chiaro, non è di chi c’è. E nemmeno di chi resta a casa. Spesso sfugge che ognuno è libero di amare come crede e chi ha deciso di esserci è coerente a modo suo, tanto quanto chi ha deciso di non venire.
La colpa è di chi si è scordato a chi appartiene il calcio.
Ho pensato ai miei amici. Chi costretto a casa, chi a casa per scelta.
Ho pensato a cosa sarebbe stato quel settore se ci fossero stati loro. Ed io con loro.
L’illusione di poter risucchiare la palla in rete gridando più forte, cantando un po’ di più.
A cosa mi hanno insegnato questi anni di gradinate.
A cosa è rimasto del mondo nel quale sono cresciuto.
Ho spento un attimo dopo il triplice fischio e sono uscito a camminare.
Poi son tornato e ho scritto questa cosa qui che ha dentro tutto quello che mi resta dell’amore che ho perso.
E quel niente che è rimasto di un Torino-Atalanta 2-1, che di certo non rimarrà negli occhi del me bambino, allo stadio per la prima volta, che si imbambola ottanta minuti a guardare quei quattro deficienti che cantano e se ne fregano di chi non capisce, di chi non vuole capire.

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Di chi è questo calcio?
Non è più il mio.

Torino-Atalanta

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