Luca Di Bartolomei: ma sei proprio sicuro di quello che dici?

Pubblicato il autore: Simone Meloni Segui

Di-Bartolomei-Leonelli
Alcuni fenomeni sociali vengono costantemente richiamati all’attenzione mediatica. Ci sono argomentazioni che, per forza di cose, hanno appeal e garantiscono una vetrina succulenta. Spesso, per apparire in queste vetrine, importa relativamente poco se i fatti e i temi che si fanno ad approfondire siano davvero di propria competenza, o si abbia conoscenza tali da permetterne il trattamento. Del resto, viviamo nell’era della quantità prima e della qualità poi. Forse. Se c’è spazio.

Essendo l’Italia un Paese fortemente baronale, il cognome conta abbastanza. Sia chiaro, è sbagliato fare di tutta un’erba un fascio, ma è palese che quando si ha a disposizione un codazzo altisonante, ogni singola frase prende un peso diverso. Ed è possibile, anche con un discreto successo, additare e screditare senza troppi complimenti. Pur non avendo vissuto i luoghi di cui si parla e, peggio ancora, mettendo alla berlina migliaia di ragazzi che, ad esempio, per la Curva Sud sono passati. Come ha detto qualcuno stamani: “se la Curva Sud fosse un marchio registrato, ma per fortuna non lo è, dopo determinate affermazioni avrebbe tutto il diritto di chiedere i danni e, con il milionario risarcimento, pagarsi le trasferte da qui all’infinità”. Ma la Sud, appunto, non è una macchina per fare soldi.

Sull’affaire stadio Olimpico, divampato quest’anno in un immenso rogo, che i piromani, lentamente trasformatisi in pompieri, riescono con difficoltà a contenere e ancor con più impaccio a spegnere, hanno messo bocca più o meno tutti. Dai diretti interessati a chi, spesso, non ho mai messo piede sulle gradinate. Così, se le reiterate e confuse uscite di Gabrielli, che ormai sono all’ordine del giorno, appaiono tutto sommato normali, si dovrebbe riflettere sui solerti copioni interpretati da personaggi portatori di concetti quanto meno balzani. Passi lo stravagante Claudione Lotito, che poco furbescamente ha ripreso un articolo di Repubblica vecchio di vent’anni, parlando di prostituzione e droga in Curva Nord per giustificare le operazioni di Questura e Prefettura che, ormai, è cosa nota, non giustificano più nemmeno queste ultime.

Ma non passi, o almeno tentiamolo di non farlo passare come normale, l‘intervista rilasciata da Luca Di Bartolomei, Responsabile Sport del Partito Democratico e figlio dell’indimenticato capitano della Roma Agostino Di Bartolomei, quest’oggi a Panorama. Attraverso le colonne del celebre settimanale, Di Bartolomei ha espresso la propria vicinanza al Prefetto Gabrielli, e fin qui nulla di male, rafforzando il proprio pensiero con diverse espressioni che, da sempre, cavalcano in maniera più che erronea e dozzinale il mondo del tifo.

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Così, non tenendo minimamente conto di una protesta che si è svolta, finora, con fare del tutto pacifico e che ha riguardato migliaia di persone, non solo le curve e non solo i famigerati ultras, ha asserito: “Non ho problemi a dire che ha ragione lui. Mi pare che abbia parlato con chiarezza: se le regole saranno rispettate, le barriere spariranno. Ma bisogna anche dire che è la prima volta che c’è una contrapposizione così dura e noi non possiamo più consentire che le cose vadano avanti così. Non si può accettare che nel 2016 per andare allo stadio si debba rischiare anche semplicemente di restare turbati dal punto di vista psicologico”.

Atteso che sulla chiarezza posta in essere da Gabrielli potremmo discutere fino all’indomani, visto il suo cambio di approccio sull’argomento barriere, di cui inizialmente si è preso la paternità per poi, man mano che ci si rendeva conto di aver fatto i conti senza l’oste, scaricare la responsabilità sull’Osservatorio e sul Ministero dell’Interno, vorremmo chiedere a Di Bartolomei quale siano questi turbamenti psicologici creati dai tifosi delle curve? Attualmente, e chi teoricamente fa politica, essendo sempre teoricamente demandato ad ascoltare le ragioni dei cittadini, dovrebbe saperlo, le uniche pressioni psicologiche sono quelle che hanno dovuto subire i tifosi a inizio campionato, con controlli da lager nazista e multe assegnate in maniera despotica per aver cambiato il proprio posto. Ma evidentemente si fa finta di non sapere, perchè sparare a zero su argomenti come questiha sempre un certo successo.

“Non si deve cedere ai ricatti, a maggior ragione se sono violenti – continua –  Guai ad arrendersi se vogliamo lasciare qualcosa di meglio per le prossime generazioni: un calcio diverso, più umano e più vicino a certi valori. Solo in questo modo saranno i tifosi stessi a selezionare i propri comportamenti e a rendere il calcio e lo sport anche un business”. Ricatti? Quali? Quando i tifosi di Roma e Lazio hanno ricattato società o istituzioni in merito alla faccenda? Semmai hanno subito il tutto passivamente, sborsando soldi per gli abbonamenti e non sapendo dei lavori di modifica delle curve. Se poi per ricatto si intende la protesta di cui sopra, allora parliamo di tutt’altra cosa. Però, può sembrare strano, e forse ancor più lo è per chi proviene da aree politiche che negli ultimi anni hanno tentato in tutti i modi di demonizzare ogni forma di dissenso popolare, ma al momento in cui scriviamo, l’articolo 21 della Costituzione permette ancora ai cittadini italiani di esprimere le proprie idee, anche se contrarie a decisioni istituzionali. Grave che un esponente politico non se ne renda conto.

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“Roma ha la sua particolarità, essendo il luogo delle istituzioni. La vicinanza di esponenti della sinistra radicale o della destra post-fascista con le curve, per poi dividersi i voti secondo convenienza, è uno spettacolo cui assistiamo anche oggi e che avvelena il clima dentro le tifoserie. Sono stati fatti entrare i mercanti nel tempio e da questa situazione è difficile uscire”. Molto simpatico questo passaggio. Fosse altro perchè a Roma, la politica, negli ultimi anni ha fatto davvero danni ingenti. Basti pensare alle vicende di Mafia Capitale, in cui anche il partito di Di Bartolomei è stato invischiato, senza che nessuno abbia realmente pagato e sempre con la possibilità, per la stessa classe politica, di rimanere nella stanze dei bottoni. Gli unici mercanti che albergano nella Capitale sono quelli che, con campagne repressive e stupidamente ostative verso luoghi aggregativi come lo stadio, hanno programmato di costruire le proprie carriere. Sempre posto che anche le curve e i tifosi sbagliano, ma difficilmente vengono giudicate con il giusto metro.

“I capi ultras si fanno grandi sulle spalle degli altri, figure di cartapesta che danno consistenza a fenomeni altrimenti circoscritti, come dimostrano anche i dati della Questura”. Già i dati della Questura. Gli stessi che, forse malamente consultati da Di Bartolomei, parlando di oltre il 40 percento di assoluzioni per reati da stadio, dato che evidenzia uno sperpero di danaro pubblico non indifferente per foraggiare, spesso, una caccia alle streghe. Inoltre la favola dell’ultras padrone del pallone è vecchia ormai, e in molti sanno bene che in città come Roma da tempo immemore vengono esercitate fortissime pressioni da parte delle istituzioni che, oltre a limitare la libertà personale, sconfinano spesso in abusi di potere. Questo a prescindere dalle barriere e dalla gestione Gabrielli/D’Angelo/Tronca. Lei, signor Di Bartolomei, c’era in mezzo alla fila infernale di Roma-Real Madrid o tra quelle persone che in un Roma-Fiorentina dello scorso anno attesero oltre un’ora sotto la pioggia per essere tastate e perquisite in maniera a dir poco invasiva e più meritevole dell’ingresso in un carcere di massima sicurezza? Non credo. Pensi, la maggior parte delle persone che si lamentarono non erano mostri a tre teste con bandieroni e striscioni, ma padri di famiglia.

Di conseguenza l’affermazione “lo Stato e noi tifosi e cittadini non possiamo accettare che lo stadio sia un luogo terzo, che non segue le regole della comunità in cui viviamo. Non ci può essere cessione di sovranità” è quanto di più qualunquista, falso e inesatto ci possa essere. Un frase buona giusto per i tabloid di bassa levatura. Altro che cessione di sovranità, semmai negli stadi dell’ultimo ventennio, si sono esercitate dittature belle e buone, col fine di trasformare tali luoghi in laboratori sociali.

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“L’idea di turarmi il naso non mi è mai piaciuta, forse perché un pezzo della vita della mia famiglia si è svolta lì dentro, in uno stadio. Questa gente non mi ha mai fatto paura, probabilmente perché non ho nulla da spartire con loro”. Per questo può stare tranquillo, sicuramente anche la maggior parte dei tifosi la pensa uguale a soggetti invertiti. Di certo negli ultimi anni Luca Di Bartolomei non ha perso occasione per sparare a zero sulla Roma e tutto ciò che la circonda. Dalle parole contro De Rossi a quelle contro la Curva Sud. Da cittadini romani, a prescindere da qualsiasi credo politico, saremmo interessati a sapere se tutte queste chiacchiere legalitarie e tronfie di giustezza, trovano casa anche all’interno delle caste istituzionali che da anni stritolano questa città. Uccidendola per salvaguardare i propri interessi e muovere quanti più consensi possibili? Ecco, per questo neanche i romani, non solo romanisti, hanno nulla a che spartire con voi.

E infine, una piccola parentesi sentimentale. La Curva Sud, signor Luca, è la stessa che amò follemente suo padre. La stessa che contestò il presidentissimo Dino Viola quando decise di cederlo. La stessa che ogni anno, in maggio, gli dedica striscioni, cori e iniziative. E pensi, i soggetti, le situazioni, anche quelle non propriamente belle, fondamentalmente non sono mai cambiate. Perchè la curva, come scrisse un certo Valerio Marchi, altro non è che lo specchio della società. La Sud ha fatto sì che il nome di suo padre non venisse mai cancellato. Non abbiamo la presunzione di dire che lui non avrebbe sottoscritto le sue parole. Perchè non entriamo in discorsi che non conosciamo o nella vostra intimità, come lei invece ha fatto con tantissimi tifosi. Di sicuro suo padre a ogni esultanza, a ogni gol e a ogni coro dei ragazzi curvaioli, si riempiva d’orgoglio nel rappresentare quella squadra e la nostra città. A volte il silenzio sarebbe d’oro. Ma capiamo che non fa parte di questa società.

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