Totti e Bryant: quando l’addio è difficile, lungo e… ingestibile

Pubblicato il autore: Valerio Mingarelli Segui

totti
Totti e Bryant
: un binomio stravagante, apparentemente insensato, probabilmente persino un po’ forzato. Mondi differenti ed estrazioni opposte: a dividerli c’è un oceano in tutti i sensi. Non solo quello vero (l’Atlantico), ma soprattutto quello figurativo e iconologico. Sembrano due rette parallele, questi due fenomeni. Che però hanno più di un punto di incontro. A cominciare dalle regalie fatte da madre natura: entrambi infatti sono stati non baciati, ma limonati dal talento. L’americano con le mani, l’italiano con i piedi, hanno dimostrato in carriere ventennali di avere qualcosa di sovrannaturale nel saper trattare del materiale sferico. Già, la palla: sia per Kobe sia per il “Pupone”, quello con il loro oggetto di lavoro è un amore compulsivo (e contraccambiato). Un’ossessione fatata, che ha scandito con rintocchi musciali le loro rispettive vite. Inoltre, c’è in loro un’analogia geo-romantica: entrambi hanno giurato sentimenti sempiterni a una città e a una maglia. Totti è forse un caso unico di “profeta in patria”: romano di Porta Metronia, è cresciuto nella Roma e ha rinunciato a trofei, coppe e coppette nei top club europei per rimanere giallorosso a vita. La Lupa ce l’ha tatuata sui ventricoli: è il calciatore-franchigia per eccellenza, se ne esiste uno. Bryant, pur non essendo angelino, ha sposato il glamour della metropoli californiana diventando il “Laker” per antonomasia. Più di star del passato come Baylor, Jabbar e il divino Magic Johnson. Se si pensa alle sue acrobazie, il giallo e il viola sono  le uniche unità cromatiche che balzano alla testa. Trecento e passa gol con la maglia della Roma (e 2° “all time” in serie A) per Totti, trentatre mila e passa punti (3° di sempre in Nba) con la canotta dei Lakers per Kobe. Un mondiale in azzurro per il primo, due ori olimpici con il team USA per l’asso statunitense. Leggera discrepanza sui titoli di club: uno scudetto contro 5 anelli Nba. Però, nella permuta calcio-basket, si sa che i Lakers sono equiparabili al Real Madrid, perciò ci sta.

Veniamo dunque al punto. Quando si è venerati più di una divinità atzeca e ci si è elevati a “monumenti mentali” dell’opinione pubblica, è complicato gestire l’uscita. Lo spunto ci arriva dalla stampa statunitense. Jason Whitlock, giornalista e opinionista di Fox News che nei sofà televisivi pallonari d’Italia è equiparabile a un Mario Sconcerti, è stato categorico all’indomani della roboante gara da 60 punti con cui Kobe ha salutato la palla a spicchi per sempre. “L’egoismo e il narcisismo di Bryant hanno distrutto i Lakers: è la star più fraudolenta di sempre”. Parole al vetriolo, ma il “talent” di Fox non si è fermato lì. “La partita d’addio è stata pura spazzatura: roba da proibire i minori”. Un attacco a testa bassa che ha scatenato un autentico polverone e l’ira funesta dei fan del portento gialloviola. Per chi vive a Roma, tanto veleno è arcinoto. Nella soap opera Totti-Spalletti, il fuoco d’artiglieria primaverile contro il capitano giallorosso si è sprecato. Zavorra, borioso, altezzoso, finito: l’aggettivazione della stampa non è stata proprio al miele. Al contrario, i tifosi giallorossi in larga parte hanno gridato al reato di lesa maestà, mettendo sul barbecue il mister toscano. “Totti è Totti, guai a chi lo tocca”. Poi è arrivata la partita interna con il Torino: capitano in campo in zona Cesarini, due capolavori, partita vinta. Con mezzo Olimpico coi Kleenex in mano a lenire la lacrimazione e James Pallotta colto da parestesia improvvisa. Già, perché se la straordinaria serata di Totti blinda il terzo posto della Lupa,  abbrustolisce definitvamente a fiamma alta Spalletti.

Quello che ci si chiede è: il crepuscolo di tali fuoriclasse come va gestito? Il voler rimanere sotto l’occhio di bue dei riflettori può essere considerato egoismo? La risposta è sì. Quando si è stati protagonisti in decine di film, è impossibile accettare camei o ruoli “terzi”. Alla clessidra che viaggia, si frappone sempre la classe innata. Sia Totti sia Bryant, però, sono stati (anzi sono) grandi in due sport di squadra. Ed è naturale che la loro indole, il loro fervore agonistico, la loro personalità, in qualche modo vadano a scombussolare un equilibrio. Perché i tempi andati sono andati davvero. L’addio lungo un anno di Kobe è stata una emozionante e cavalleresca passerella, ma ora a LA si raccolgono i cocci di un team in macerie. Senza Kobe sarebbe stato lo stesso, però l’addio accresce l’entità del Ground Zero angelino. Cosa succederà a Roma, se Totti dovesse decidere di andare avanti un altro anno? Semplice: quella della Roma si trasformerebbe in una stagione indelebile e… perdente. Perché Spalletti andrebbe spesato, e un gruppo che ora marcia di buona lena si troverebbe a ricominciare da capo, con un nuovo tecnico, costretto ancora a fare i conti con un campione 40enne invocato da una città intera. Certo, non che senza Totti il tricolore sia cosa fatta, però le grane sarebbero meno. In soldoni: hanno ragione il Bryant dei 60 punti e il Totti dei due gol al Toro o i loro detrattori? Difficile dirlo. Di certo, più si è grandi più il commiato è lungo e sofferto. E per una squadra, in parte, ingestibile.

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