Boleyn Ground e Leicester: l’esterofilia non è romantica

Pubblicato il autore: Simone Meloni Segui

Hammers
Tutto bello, tutto romantico. Tutto giusto. La costernazione per la fine dei giorni dello storico impianto di Boleyn Ground, storica casa del West Ham dal 1904, in luogo del moderno e, probabilmente, asettico Olympic Stadium, è affare triste per qualsiasi appassionato di un certo tipo di calcio. È un’azione che cozza terribilmente con quell’attaccamento alle radici cui il tifoso calcistico fa sempre riferimento. Il cruccio della questione, tuttavia, è che il suo eco arrivi in maniera spropositata in Italia, tradendo addirittura qualche lacrima e fiumi di post in memoria del tempio degli hammers. Non ci sarebbe nulla di male, fondamentalmente, se ciò avvenisse anche, e soprattutto, nei confronti dei tanti luoghi storici che nel Belpaese hanno ospitato mostri sacri dello sport nazionale e dove si sono scritte vere e proprie pagine dello stesso.

È invece l’esterofilia a tutti i costi a contraddistinguere un modus operandi che denota, sovente, una sorta di complesso verso tutto ciò che non è italiano. E sottintende che tutto ciò che invece lo è, deve per forza di cose essere inferiore e trascurabile. Lungi da noi cadere sul più becero nazionalismo, per questo abbiamo una classe politica tra le più preparate al mondo. Il problema è che il trascurare e vedere sempre con diffidenza tutto ciò che ci è vicino, ci ha portati lentamente a essere incoscienti sul patrimonio storico-sportivo che ci circonda. Sarebbe un discorso da estendere anche in altri campi della nostra società, ma per oggi ci limitiamo a parlare di calcio.
Ho avuto modo di girare l’Italia in lungo e in largo. Direi una banalità asserendo che si tratta di un Paese stupendo, in tutte le sue contraddizioni e i suoi gravi limiti. Ma è stupendo per il semplice fatto di essere vario, di avere tante storie da raccontare chilometro dopo chilometri. Dialetto dopo dialetto. Di stadi, di tribuna, di feudi pallonari, crollati o cancellati con un colpo di spugna, senza neanche preservarne lo scalpo per tramandare ai posteri l’identità che questi hanno rappresentato, ne ho visti a bizzeffe. Morire di inedia. Sotto l’incuria e l’indifferenza di tutti. Un po’ perchè si pensa davvero che la felicità calcistica ce la daranno salottini apparecchiati e radical chic, anzichè tribune calorose e ricche di storia. Un po’ perchè fa figo, anzi cool, come dicono i sapientoni di oggi, spesso in difficoltà nell’azzeccare un congiuntivo, ma fenomenali a tartassare la stupenda lingua nazionale, in luogo dell’esterofilia di cui sopra.

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Sia chiaro. Conoscere ciò che ci circonda, quello che sta oltre le Alpi, così come al di sotto del Canale di Sicilia, non solo è salutare, ma anche fondamentale per la formazione del proprio bagaglio culturale. L’importante, però, è riuscire sempre a non farsi trasportare dalla megolomania contemporanea. E soprattutto conoscere il luogo in cui si nasce. Sapere che dall’Appiani di Padova si scorge la stupenda chiesa di Sant’Antonio, o che il vecchio Santa Giuliana di Perugia è stato teatro di sfide epiche, così come il Filadelfia di Torino o il Dorico di Ancona. Conoscere lo stadio Della Vittoria di Bari e volere che nessuna ruspa, un domani, butti giù il Matusa di Frosinone, non è diverso dal commuoversi per l’abbattimento di Boleyn Ground. Così come è importante salvaguardare la memoria delle centinaia di veri e propri storici del calcio locale, disseminati sul territorio. Un patrimonio di cui davvero non ci si rende conto.
E la morte di questo, il decesso delle nostre tradizioni calcistiche, è constatabile quando intere macchinate partono alla volta di Leicester, per festeggiare un qualcosa che non gli appartiene. Macchinate, forse, con occupanti che in vita loro hanno visto cinque o sei partite degli squadroni, quelli che l’anima l’hanno venduta al diavolo da decenni. Senza comprendere davvero il valore di un’esultanza e di uno sproloquio per un gol sbagliato in dialetto sicialiano o veneto. Le gradinate che tremano, le coreografie, il pathos, i fumogeni. No. Non c’è bisogno di andare fino a Leicester e appropriarsi di un qualcosa che, santiddio, appartiene e merita soltanto quella comunità. Perchè si può avere simpatia, ma non invadere gli spazi altrui in maniera pagliaccesca.

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Sarebbe bello non avere miti lontani tanti chilometri. Sarebbe bello forse non avere miti, ma vivere con passione la realtà. E scoprirla di volta in volta. Magari sapendo che Campo Testaccio, per esempio, versa in condizioni pietose o che il Verona di Bagnoli ha vinto uno scudetto nel 1985. Piangendo perchè di Leicester, in Italia, non se ne potranno vedere sul trono del campionato, oggigiorno il sistema calcistico non lo permetterebbe, ma sapendo che ne esistono a iosa. Perchè la favola, che vi piace tanto, non si scrive solo vincendo. Se ne possono raccontare ogni domenica. Pure dal campetto di periferia con i tifosi attaccati alle recinzioni. È importante imparare a osservare le cose, non soltanto guardarle di sfuggita facendosi catturare dalle correnti mainstream. L’esterofilia bieca è soltanto funzionale a disarticolare le bellezze e le profondità delle culture nazionali. E non rende onore neanche a quei Paesi che spesso si scimmiotta senza il minimo ritegno.

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