Inter, Icardi ammette: “Da gennaio in poi ci è mancata la cattiveria. Il mio idolo era Batistuta”

Pubblicato il autore: Ilaria Ceracchi Segui
Icardi

Mauro Icardi si è raccontato a 360 gradi in una lunga intervista concessa ai microfoni de La Gazzetta dello Sport. L’attaccante argentino si è soffermato sulla stagione dell’Inter, sul suo idolo di sempre e sulla vita privata, in particolare sulla sua infanzia non proprio felice.

Sul campionato condotto dai neroazzurri: “Ci ha fregato gennaio e da lì in poi ci è mancata la cattiveria che ti fa dire ‘Dai, ce la possiamo fare’. Certi errori dovevano già servirci per questo finale di stagione, che non sarà da buttare solo se servirà per non sbagliare di nuovo, la prossima. Cioè se quella che giocheremo sarà l’ultima Europa League: aspettando ancora la Champions, ma non aspettandola e basta”.
Sulla pubalgia: “Sai come viene, non sai quando se ne andrà. Non riesci a calciare un pallone nemmeno ad un metro. A me venne per una serie di tiri a fine allenamento, mi scivolò il piede e mi stirai un muscolo intercostale: iniziai a dormire male, a camminare male, si infiammò il pube e come se non bastasse mi toccava anche sentire che dipendeva dal troppo sesso con Wanda. Mi sarei dovuto fermare subito, ma a me non piace stare fermo.Accorgermi di non riuscire a dare nulla a quei tifosi che quell’estate mi avevano accolto come un re non era un bel pensiero. Molto peggio che decidere di lasciare il Barcellona: anche oggi non lo vedo chissà qualche buco nero della mia carriera. Non è la fine del mondo. Me ne sono andato con il sorriso, come sempre quando sono io che scelgo”.
Sul proprio idolo: “Si sa: per me era Omar Gabriel Batistuta. E pensare che non sono mai riuscito a conoscerlo di persona. In compenso, ho sempre pensato di riuscire a rubargli il segreto di quella forza che metteva quando giocava, ti sembrava che mangiasse il campo. Io lo so che adesso sto dall’altra parte, perché ci sono i bambini che vorrebbero essere Icardi, ma non è che ogni volta sto lì a pensare ‘Occhio che ti guardano’. So bene quello che si vede di me e quello che non si vede”.
Sull’infanzia: “A 7 anni conoscevo tutti, anche quelli che vendevano droga e per la droga ammazzavano, e tutti conoscevano me. Juanchi, il mio amico del barrio, li vede, e vede pistole e droga, da trent’anni, ma continua ad alzarsi ogni mattina alle sei per andare a lavorare: alla fine i delinquenti quasi sempre sono quelli che vogliono esserlo o quelli che non hanno voglia di lavorare”. 
Sulla famiglia: “Prima di stare con mia mamma, papà Juan aveva avuto due mogli, con un figlio dalla prima e due dalla seconda. Poi con mamma Analia siamo arrivati io, Ivana e Guido. Adesso lui è tornato con la seconda moglie e mamma dalla sua nuova relazione ha avuto da poco due gemelli. Non siamo mai stati ricchi in famiglia, ma siamo sempre stati felici. Ma non è per questo che oggi sento anche Valu, Coki e Benchu come figli miei: lo sono perché sono figli della donna che ho scelto, la prima che mi ha fatto pensare di volere una famiglia. Non avrei pensato di avere figli così presto”.

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