Maldini: “Se il Milan vuole io ci sono. E su Berlusconi…”

Pubblicato il autore: Simone Satragno Segui

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Il ritratto del padre nelle parole del figlio. Paolo spiega Cesare Maldini, spaziando tra passato e presente: ricordi, aneddoti, retroscena, episodi chiave della sua infanzia e della sua carriera. “Non era molto espansivo – spiega l’ex capitano del Milan – ma ho capito quanto amore ci fosse nel suo modo asciutto di esserci vicino, anche quando allenava a Foggia, a Terni, a Parma. Quando eravamo tutti insieme, guai a far casino a tavola e quando partiva il Telegiornale. Il silenzio assoluto in una tavolata di otto persone come minimo è un’utopia”.

Prima di diventare il campione che è stato, Paolo Maldini era un giovane, come tutti. Pregi e difetti che tenta di riassumere così: “Qualche scontro con papà l’ho avuto. Lui aveva il suo carattere, io il mio. Niente di grave, ma se c’era una stupidaggine a portata di mano io la facevo. Mai in campo, solo fuori. Ricordo benissimo la faccia che fece quando rincasai alle 7 di mattina. Vacanze in Versilia, lui era alle Olimpiadi di Los Angeles, mia madre si fidava anche se facevo le ore piccole, magari non così piccole. Non avevo calcolato le date, mio padre era appena rientrato ed era in strada ad aspettarmi. Diciamo che non la prese bene”.

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Poi è arrivato l’amore per il calcio, passione vera: “Credo sia nata guardando in tv i mondiali del ’78, guardavo soprattutto Bettega. Quando gli dissi che mi sarebbe piaciuto provare in una squadra vera, mio padre, oltre all’immancabile riferimento all’importanza dello studio, mi fece solo due domande: vuoi giocare nell’Inter o nel Milan? Vuoi giocare in porta o fuori?“. Vita dura quella del figlio “famoso”, ostacolo che Paolo ha saputo superare con intelligenza, umiltà e massimo impegno: “Papà non è mai andato a parlare con i miei allenatori, lasciava fare, rispettava i ruoli. Grazie a Dio mi hanno insegnato tanta tecnica e poca tattica, per la tattica ha provveduto Sacchi. Il Milan, anche nelle giovanili, ha sempre privilegiato la tecnica, mentre altre squadre, Inter, Torino, Atalanta, sono più fisiche. Con i miei figli faccio come faceva mio padre: li seguo senza assillarli, non m’importa se diventeranno campioni o si fermeranno a metà strada o smetteranno tra due mesi. Lo studio conta, come conta che siano felici”.

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Infine una promessa: “In un momento così difficile per la squadra e la società potrei dire che è meglio tacere. Ma dirò quello che ho detto a Berlusconi l’ultima volta che ci siamo visti: se ci sarà la possibilità di ridare qualcosa al Milan, che tanto ha dato alla famiglia Maldini, io ci sarò. Ma servono condivisioni, serve che mi accettino per come mi conoscono”.

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