Milan, Romagnoli: “Spero di finire la mia carriera giocando all’Olimpico”

Pubblicato il autore: Simone Satragno Segui

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Alessio Romagnoli passa per uno che parla poco e anzi sembra un calciatore che non vorrebbe aprirla, la bocca perchè a lui piace che sia il campo a parlare. Come tutte anche la storia di Romagnoli parte da lontano. Per molti è l’erede di Alessandro Nesta: il numero sulle spalle, il 13,  è lo stesso, ma di strada Alessio Romagnoli ne ha ancora tanta da percorrere. Scuola Roma, consacrato alla Sampdoria e acquistato per ben 25 milioni dal Milan di Sinisa Mihajlovic la scorsa estate. In una sola squadra non ha mai giocato, quello a cui è legato col cuore. Romagnoli confessa la sua fede, la sua passione per il bianco e il celeste. Ecco l’intervista sul passato e sul futuro:

Cosa vuol dire per lei l’Olimpico? “Tornare nello stadio più bello che c’è, quello in cui spero di finire la carriera”. E con quale maglia?: “Non si può dire…Ma sì, tanto si sa quale passione ho io. Tutto è nato in una partita della Lazio nell’anno dello scudetto del 2000, o forse dell’anno prima. Però alla Roma devo solo dire grazie, è stata come una famiglia per me”.
Come giudica la sua esperienza al Milan?: Abbastanza buona, ho voluto dimostrare di meritare tutti i soldi che il Milan ha speso per me.
Ci è riuscito?:
“No , ancora no. Ci vorrà una vita intera, non una stagione o due”.
Come si batte la Juve in gara secca? :“Facendo la partita perfetta. E provandoci sempre. E’ brutto stare in difesa tutto il tempo. Devi osare, poi magari becchi 4 gol, ma devi tentarci. Siamo il Milan”.
Ma la Lazio nel suo destino aveva provato ad entrarci: “Hanno provato a contattarmi, ma ero già dall’altra parte.
Ricorda la prima partita allo stadio?: “La ricordo. Non dico quale fosse. Era all’Olimpico e io avevo quattro anni”.
Che cosa fa suo fratello?: “Niente. Riposa. Insieme ai miei genitori mi ha portato in giro per una vita da casa agli allenamenti. I miei avevano un negozio di alimentari: all’inizio, quando ero un ragazzino, facevano a turno per accompagnarmi a Roma: 50 km ad andare e 50 a tornare. A un certi punto non sono più riusciti a tenere insieme tutto e hanno venduto il negozio. Hanno scommesso su di me e hanno vinto”.

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