Bruno Conti: “A momenti mi davo al baseball”

Pubblicato il autore: Paolo Bellosta Segui

bruno conti
Il sito LaRoma24.it ha ripreso le parole del responsabile dell’area tecnica giovanile della Roma Bruno Conti che ha rilasciato un’intervista in cui si è focalizzato sull’amichevole fra Roma e Liverpool, ufficializzata oggi per il 1 agosto a Saint Louis: “Sarà una partita di cartello, con una grande atmosfera”.

Gli ultimi due incontri amichevoli hanno visto la Roma vincere in America contro i Reds, entrambi giocati a Fenway. Pensi che i giallorossi possano riuscire a vincere anche la terza sfida?

“Quando si gioca in fase di preparazione bisogna valutare un insieme di aspetti e non dobbiamo dimenticare che siamo nell’anno degli Europei, quindi certi giocatori non prenderanno parte alla torunée. Alla base, però, c’è una stagione da costruire e bisogna dare il massimo per cercare di vedere da subito l’identità della squadra in vista della prossima stagione”.

Vincere le partite nei tour estivi ha un significato per i calciatori o si tratta solo di spettacolo per i tifosi?

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“Nulla va mai preso sottogamba e non è vero che queste partite non contano nulla. Come detto, saremo in fase di preparazione di una stagione importante: e non dimentichiamo che dovremo anche giocare i preliminari. In campo nessuno vuole mai perdere e queste sono anche sfide importanti in cui si possono fare le giuste valutazioni sul futuro”.

 

La Roma ha un grande seguito negli Stati Uniti: pensi che questo sia dovuto anche alla Roma dei tuoi tempi?

“È probabile ed è una cosa che ho anche notato nella mia recente esperienza con la proprietà americana. Sentirmi dire da Alex Zecca che il papà era innamorato di Bruno Conti, così come lo stesso presidente Pallotta, beh, fa sempre piacere. Vuol dire che il calcio era seguito anche ai tempi, soprattutto dopo la nostra vittoria ai Mondiali nel 1982”.

Il calcio non ha avuto mai tanto successo come ora negli Stati Uniti. Perché ci ha messo così tanto?

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“Ovviamente si tratta di uno sport che non era nel DNA degli americani, ma ora è diventato realtà. Negli States ora si studia il calcio e questo è un aspetto molto importante. Adesso ci sono giocatori importanti, come Del Piero o Giovinco: significa che si sta sviluppando un interesse notevole nel calcio. E si nota anche dal lavoro che sta facendo i vari settori giovanili”.

Nel tuo passato da calciatore della Roma hai fatto tre tournée negli Stati Uniti. Che ricordi hai di quelle esperienze?

“Ricordo con piacere quella in cui affrontammo i Cosmos nel 1980, quando c’erano Beckenbauer e Neeskens. Durante la cerimonia di premiazione era presente anche Pelé e feci di tutto per scattarmi una foto con lui che ancora custodisco gelosamente. C’era già interesse nel calcio in America in quegli anni e già giravano giocatori incredibili. Erano gli inizi, ovviamente: si giocava in dei campi utilizzati per altri sport, spesso c’erano le doppie righe sul campo e Francesco Rocca in una partita sbagliò e si fece una delle sue corse su una corsia sbagliata. Furono esperienze molto simpatiche. Su quei campi mi esercitai anche con qualche colpo di baseball, sport che praticavo da ragazzo. Ero un lanciatore mancino: gli americani restarono impressionati, ma erano anni ormai che avevo scelto il calcio…”

 

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